biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Tag: #milavagante

Inizia un’altro viaggio

sarà viaggio viaggiato.

Mi sveglio in piena notte, prendo un bicchiere d’acqua dal comodino e ne bevo un sorso. L’acqua scende dentro di me, la sento distintamente. Improvvisamente sento il viaggio incombere. Mi viene il pensiero dell’acqua bevuta nelle notti del mio precedente viaggio e immagino quella che berrò nel prossimo. Sempre uguale, semplice acqua fresca che scende, ma sempre diversa.

Ormai ci sono, sento l’eccitazione crescere, il cervello lavorare e cucire, il corpo chiedere allenamento. Per ora son bolle nella routine ma pian piano cresceranno fino a far diventare la routine, bolla nel viaggio.

I primi preparativi iniziano da dentro. Devo costruire pezzetto per pezzetto coraggio, tenacia, determinazione, senso e capacità di stare sola nel mondo.

Paura? no, senso di fatalità piuttosto: nei prossimi 2300 km, potrebbe succedermi qualcosa, qualunque cosa che cercherò di affrontare secondo le mie forze e capacità, ma adesso non ci voglio e non posso pensare, che sarebbe ansia che rosicchia meraviglia.

Il mio viaggio inizia con questa flebile tensione prevalentemente notturna, con la palestra, con il contatto con chi potrebbe aiutarmi ad organizzare la comunicazione. Sarà un altro viaggio viaggiato da molti. Scriverò, racconterò, condividerò quel che i miei sensi sentiranno.

La prossima settimana scendo in Sicilia, per concordare e organizzare alcune tappe. Dalla Sicilia parte il mio viaggio viaggiato, anzi, da Lampedusa. Al momento la data di partenza par essere il 22 aprile, dunque viaggerò in primavera inoltrata. Sento già il sole sulla pelle e il profumo delle mille erbe che incontrerò. .

Avere un progetto così, mi fa allontanare da tante cose che mi fanno star male e avvicinare alla mia famiglia, ai miei amici, a tutte le persone a cui voglio bene perché avrò bisogno di saperli ora come allora. Saranno loro la sola àncora aggrappata nella trama della mia vita.

Il mio viaggio inizia da dentro. Buon viaggio Mila Vagante.

#biciterapia #milavagante #ediciclo

sii gentile, sempre.

Mi è venuta in mente una frase che quando ho incontrato, ormai diversi anni fa, mi ha folgorata. L’ha pronunciata durante un’intervista Carlo Mazzacurati, un regista gentile prematuramente scomparso e a lui è stata attribuita, ma pare provenire addirittura da Platone. La frase è questa:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.

Sii gentile, sempre.”

Ho appeso fogli con questo suggerimento in tutto il mio servizio di salute mentale, perché è importante. Vale per me che posso prestar questa cura e vale per gli altri che possono prestarla a me.

Semplice, semplice. Applicata questa attenzione c’è la garanzia di avere relazioni di qualità.

La psichiatria passa dal giardino, talvolta.

Buongiorno mondo!

Il gran giorno è arrivato. Oggi in molti ci daremo da fare per trasformare il giardino del servizio mentale di Trento nel “fantastico giardino” del servizio salute mentale di Trento.

Spesso mi prende l’immaginazione di grandi cose fatteassieme. Alle volte qualcuno vorrebbe che tornassi nella routine e abbandonassi i miei sogni. Poche volte riescono a fermarmi ma quando ci riescono soffro moltissimo, rischio la vita, come una pianta senza luce.

Il grande capo qui, Renzo De Stefani, questa volta mi ha seguito nel mio intento. Fareassieme è una filosofia radicale e rigorosa nata da un sogno collettivo. È nata qui nella psichiatria di Trento e si è diffusa come possono diffondersi solo le idee che riempiono un vuoto. Oggi faremoassieme il nostro giardino pronti a trasformare, simbolicamente, il mondo tutto e il mondo della psichiatria in particolare. Senza bisogno di editti oggi praticheremo le migliori “buone pratiche”: progetto comune, partecipazione, valorizzazione delle risorse di ognuno, fiducia e speranza, lotta allo stigma, recupero del concetto di bene comune, messa in campo della propria utilità, l’esserCi di “heideggeriana” memoria, camminare verso una meta, far rete, avanzare con tanti piccoli passi distribuiti …

Far parte, dar parte, esser parte,  insomma; una comunità Recovery-oriented, insomma.

Una bellissima festa della Salute Mentale.

 

 

Zompettare

Intanto ho deciso

Cercavo un verbo che potesse indicare il mio stato attuale. Mi è venuto in mente zompettare.  Si, zompetto. Dopo i mesi di sospensione di questa trasferta in luogo a me sconosciuto, non ostile, ma estraneo, adesso, dopo un cauto semi-immobilismo, ho ripreso il mio zompettare.

Se controllo nel dizionario trovo che zompettare significa saltellare, muoversi a saltelli, muoversi facendo piccoli movimenti nervosi. Mi corrisponde.

Non sto facendo infatti (ancora) lunghe falcate, non sto scivolando sul mondo, non sono sospesa e leggera come vorrei. Sono ancorata alla terra e mi muovo a piccoli saltelli, un pò nervosi e faticati, che il peso è molto. Ma ci provo ad elevarmi, però…

Ho in ballo tante cose. Sto svolgendo un lavoro che dal punto di vista organizzativo è piuttosto pedante, e da quello cognitiv-emotivo sfavillante e questo è un contrasto difficile da conciliare del tutto.

Sto vicino professionalmente, in modo rispettoso della distanza che mi richiede, col desiderio di carpirne il segreto profondo, ad un uomo complesso, passionale come pochi e al contempo ingabbiato in una rete di vincoli e griglie che si è posto da solo e che uniche possono evitare che  sfrecci nell’universo come una supernova, e mi costa  ogni giorno fatica non allungare la mano per accarezzare la sua umana fragilità.

I miei propositi nel trasferirmi a Trento sono ancora inattuati, e ho desiderio e premura di sapere se avranno un seguito.

Il libro che pensavo fosse “finito” una volta finito e “dato alla luce”, vive ora inaspettatamente di vita propria e mi trascina di qua e di là con gran vigore.

L’intento di terminare il mio giro d’Italia con il rientro da Lampedusa al “nord”, rimandato di un anno appunto per la trasferta lavorativa, adesso incombe.

Ogni rientro nel fine settimana a casa, è faticoso per la distanza, strano per la dicotomia e diverso da come me lo configuro. Tutto mi aspetta sospeso e ogni volta fatico a rimettermi in pista, e ogni volta che sono in pista, fatico ad uscirne e ripartire.

zomp…zomp…zomp,…puf…puf…puf,… uff…uff…uff

Ma…

Ma… ieri ho comprato una mappa d’Italia, una bella mappa d’Italia tutta intera. L’avevo ordinata qualche giorno fa in una bella libreria di viaggi e ieri sono andata a prenderla.

E’ ora appesa nella mia solitaria camera  e la guardo come fosse la fotografia di un ghiotto piatto e assaporo già tutta questa favolosa terra. Ormai so gli ingredienti di questa ricetta, devo solo trovare  quel pizzico di chissacchè che renda il sapore unico, personale e nuovo. Ci riuscirò.

E’ intanto deciso: riparto con la mia bici. I motori (quelli metaforici, intendo) sono al minimo, quasi impercettibili in tutto questo mio zompettare. Se c’è silenzio però, li sento: un fruscio lieve, un borbottio inconsistente, un sottofondo al mio saltellante momento. Una musica dolcissima…

 

la scintilla incontra noi

Oggi ho incontrato ancora la meraviglia. Era in una donna, una donna che vedo ogni giorno da molti mesi, senza mai aver udito la sua voce. E’ una donna che si muove piano, con le braccia dritte all’ingiù, una mano stretta attorno i manici della borsetta  e l’altra che penzola rigida senza intenzione. Cammina con la schiena impettita e lo sguardo lontano.

Se la guardi, vedi buio. Ma non buio vuoto, buio pieno zeppo di cose. Quel buio delle soffitte, quel buio delle cantine, con ombre e penombre, intralci e tesori indecifrabili.

Se la guardi hai paura di perderti in tutto quel buio, hai paura di rompere qualcosa o di fare del male. Se la guardi, ti chiedi cosa ci sarà in tutto quel pieno che intuisci.

Oggi senza preavviso, da quel buio è uscita una scintilla, inaspettata, chiara, luminosa.

Nessuno se l’aspettava: quella donna ha parlato. Improvvisamente tutti l’abbiamo vista, più che udita. E’ uscita allo scoperto per un istante ed è poi ritornata senza fretta nel suo antro, come chiocciola nel suo guscio.

La pienezza se si vede anche per un solo istante, non si dimentica.

Temporale in camper

Ognuno ha il suo temporale.

Stanotte, in camper, abbiamo attraversato un temporale, anzi, un temporale ci ha attraversati. mi correggo: ci sta attraversando.

In camper, un temporale è un vero evento. E’ preceduto da un’agitazione palpabile e già quando solo è annunciato, ci son cose da fare per noi camperisti. Assicurare ogni cosa che può volar via, comprese sedie e tavolini, ritirare tende per il sole, raccogliere la biancheria stesa. Ispezionare accuratamente l’apertura di ogni finestrino, per far sì che entri l’aria, ma in caso di scrosci, non entri anche l’acqua. Insomma un gran tramestio. Poi, come stonotte è successo, si dorme, ma si ascolta. Lontano nel mare si sentono i tuoni e si vedono lampi d’argento. Sta arrivando. Brontolii impercettibili da una casa, qui si odono continui. Poche gocce di pioggia sembrano uno scroscio inaudito. E’ bello far parte di tutta questa energia. Si è dentro, immersi, attraversati appunto.Il temporale cammina. Si annuncia, ci invade e continua la sua strada. Procede lento ma nessuno lo può fermare.

Mentre passa, penso a chi non ha una casa. Anche agli uomini primitivi, non solo agli indigenti di oggi. Un temporale senza riparo (o con poco riparo), fa paura perché non sai bene cosa porterà. Pioggia, vento, fulmini di sicuro, ma la loro intensità non è prevedibile. Mentre ci si prepara si spera sarà blando, ma è solo speranza. Chi è senza tetto in queste ore starà cercando un riparo, un portico, un sottopasso. Cercherà di salvare dall’acqua le poche cose possedute. Se ha figli penserà a loro principalmente. Se qualcuno è malato, stanco, vecchio, pioverà anche su di lui, senza chiedere permesso.

Il mio temporale, non è uguale al loro, eppure lo dovrebbe essere, per natura e per giustizia.

Comunque, benvenuta pioggia: fauna e flora ringraziano. Non se ne poteva più di tutta questa lunghissima estate. Io, come un fiore, ne avevo assoluta necessità.

 

 

Le bici di una storia

Tutte le mie biciclette.

Avevo una biciclettina azzurra da bambino, prima con le rotelline, poi con una sola rotellina e finalmente senza, con la quale scorazzavo per le strade del mio paese. Nel cortile di casa mia però, mi piaceva pedalare con una vecchia bicicletta marroncina da uomo, e mi mettevo tutta storta sotto il “cambron” per arrivare ai pedali. A ripensarci mi par impossibile di aver pedalato in quel modo, eppure ricordo che era divertente e andavo veloce. Verso i 10 anni ho posseduto una Graziella, anch’essa azzurra. Si piegava a metà, ma io non l’ho mai piegata. La bellezza di quella bici era che si andava agevolmente in due: uno si metteva in piedi sul portapacchi posteriore e si teneva alle spalle del ciclista. Era bello chiacchierare così.
Per le superiori mi è stata acquistata una bicicletta da donna rosso scuro, Bianchi, con il manubrio cromato e dei freni che cigolavano fortemente. Ci andavo a scuola rigorosamente senza mani. Spesso fischiettando. La “femminilità”, se mai è venuta, è venuta molto dopo. Alle volte, quando avevo necessità di una iniezione di autostima, a quei tempi prendevo la bici di mio papà, anch’essa Bianchi, ma nera e pesantissima. Cavalcandola mi sentivo grande e invincibile.
Tutte queste bici stavano, man mano che il tempo passava, ammonticchiate in un sottoportico polveroso, disposte l’una sull’altra come pagine di un libro che raccontava una bella storia. La mia storia. L’ultima della serie, quella che veniva usata al momento, era l’unica ad essere lucida e funzionante.
Il 6 maggio 1976, ha cancellato ogni cosa tangibile della mia abitazione, ed anche le bici. Ma nessun terremoto può cancellare i ricordi.  Oggi improvvisamente ho desiderato rivedere quelle biciclette e insieme a loro anche quella dello spazzino che ogni mattina vuotava i secchi e quella magica dell’arrotino che veniva raramente, ma quando arrivava era tutto un tramestio di forbici e coltelli da portare ad arrotare.
Così, mi son riproposta di cercare qualche bici vecchia. Ogni tanto, si ha bisogno anche di toccare oltre che sognare e ricordare.

supermercato

Oggi mi son seduta su una panchina appena dopo le casse di un grande supermercato. Mi sono fermata. E ho guardato intorno.

Le luci nei supermercati sono luci particolari. Mettano in movimento i colori che sono vividi e ben distinti l’uno dall’altro. Non c’è “zona d’ombra” nei supermercati. Forse è questo che rende tutto surreale.

Gli scaffali sono carichi di cose. Quando in un certo punto, mancano 2-3 confezioni, sembra tutto vuoto. Credo che ci sia un’attenzione particolare a rendere e mantenere tutto traboccante.

Per ogni prodotto ce ne sono infiniti tipologie. L’angolo degli shampoo è un arcobaleno di sapone per capelli. Almeno 5, forse 6 metri di contenitori variopinti per ogni infinitesimale differenza di capello.

Le persone si muovono distratte come se tutto intorno le cose attirassero non solo lo sguardo ma anche l’anima. Toccano, desiderano, entrano in possesso. Sono convinta che se, nel momento della decisione di acquistare questo o quello, si chiedesse loro: ma ti serve veramente? moltissime volte la risposta sarebbe No.

Poi arrivano in cassa, e sono assorti e silenziosi. Ognuno col proprio bagaglio di pensieri. In cassa è come una sospensione dalla baraonda di merci e i pensieri della propria quotidianità, riaffiorano. Si vedono bene, si vede bene che lì, in quella pausa forzata lentamente si esce da quella specie di blob vischioso e si rientra nella propria realtà.

I visi delle persone sono tutti seri. Nessuno parla o quasi . Anche le cassiere se ne stanno serie e sono assorbite, forse, dal quel bip elettronico che proviene ad ogni passaggio di merce. Ogni tanto, come in trance, nominano una certa cifra, poi torna il silenzio e riprende il bip.

Ma cosa ci hanno fatto? E chi soprattutto ci ha fatto questo?

Non posso credere che siamo stati noi da soli perché osservando questo spettacolo  come ho fatto io, uscendo dalla scena, si ha l’impressione che sia un suicidio di massa.

Quado sono uscita da quella follia, ho dovuto andare su un prato. Un momento solo, ma ho dovuto. Il morbido dell’erba sotto i piedi mi ha fatto una carezza necessaria.

Elucubrazioni di un’alba di mezza estate.

In ogni momento in cui mi son sentita utile, sono stata pienamente me. Non è solamente la soddisfazione, è anche risentire una interezza della mia persona e un ritrovato senso della vita. Ben s’intende che non in ogni momento così, capita di pensare lucidamente questo, ma se intenzionalmente mi soffermo, succede di sentirmi un tutt’uno con pelle, ossa, ciccia e mente in un fantastico “intero” e rasento la felicità.

Sentirsi utili. Vale molto di più del lavoro, della ricchezza, della vita stessa. Sentirsi ed essere utili è forse la vera finalità della vita.

Mentre Michelangelo affrescava la cappella Sistina, Leonardo progettava i suoi aeroplani , mentre Einstein formulava le sue teorie, quando Pieri coltiva i suoi pomodorini per tutti, Graziella, Diana e Dino si spaccano per il Fareassieme,  quando il mio attuale capo (Trento) s’inventa  qualcosa di innovativo non è forse con questo “senso di utilità” che offrivano e offrono la loro bravura al mondo? Voglio pensare sia così, perché è così che io scrivo, mi muovo, sorrido. Poi m’incazzo e mi dimentico di non esser utile in quella declinazione, ma questa è un’altra storia.

Quando mi chiedono cosa è importante per me, e qui al Servizio di Salute mentale di Trento usa molto da un po’, rispondo sempre l’amore, inteso in un’accezione ampia, come sentimento capace di impregnare ogni cosa siano essi oggetti materiali, persone , situazioni, progetti. E’ una mia ambizione e speranza.

Ma l’amore senza utilità? L’amore fine a sé stesso? Non ha senso. Il mio amore vorrei fosse utile a qualcosa o qualcuno. Dunque per me è importante più dell’amore, l’esser utile. Esser utile con amore , ovvero con attenzione, dedizione, interesse, originalità, sarebbe il mio desiderio massimo.

Capita di questi tempi, come in tempi passati, che mi senta poco utile e faccia fatica a discernere l’utilità dall’amore. Se non sono utile non sono amata, mi dico. E’ sicuramente una distorsione che pratico e alle volte mi fa perdere il valore delle cose, ma ha un fondo di verità: se non sono amata, non sono utile. Chi si ama, ci è utile al vivere, dà prospettiva, valore alle piccole cose, e apre la speranza al futuro.

Chi si ama diventa utile per il solo fatto di esser amato. Dunque amare è utile. Vorrei esser amata e amare. Chiedo troppo…? Forse si.

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