biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

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E’ semplice

Ieri, chiedendo due volte a qualcuno la spiegazione circa una banale frase che non capivo, ho ricevuto una risposta scocciata, entrando nel posto che è stato il mio luogo di lavoro di tanti anni, una porta si è chiusa, una persona a cui tengo particolarmente, mi ha chiamato solo per un suo piccolo interesse. Io stessa, senza alcun motivo sono brusca nelle affermazioni, in molti momenti sono scostante e giudicante, durante alcune giornate, non sorrido per niente o solo per cortesia. Eppure sarebbe semplice.

Sarebbe semplice avere curiosità per l’altro, prestare attenzione al suo mondo, a come sta.

Sarebbe semplice ascoltare profondamente, sorridere col cuore e non solo con le labbra. Sarebbe semplice sentire che la vita scorre e che un’occasione di vicinanza persa, non ritorna mai più. Sarebbe semplice avere a disposizione una quota di santa pazienza e un pizzico di buena vida per condire la nostra esistenza e quella degli altri.

Sarebbe semplice guardare il cielo, annusare un fiore, fare una carezza e cambiare il corso della giornata. Sarebbe semplice che per ogni nostro affetto avessimo consapevolezza del grande privilegio che è e sarebbe semplice riconoscere che questo sentimento ha una sua vita e che per non farlo morire, va curato.

Sarebbe semplice, semplicemente, volersi bene. Sarebbe semplice.

 

fortuna!

Avere un mese per conoscere tanti servizi psichiatrici. L’ho già fatto l’anno scorso, ora lo rifaccio non in bicicletta percorrendo l’Italia, ma dal mio nuovo luogo di lavoro, Trento,  cogliendo tante e tante differenze tutte esistenti nella medesima regione.

Ogni servizio, dappertutto, ha delle derive, delle zone d’ombra, ma ogni servizio ha soprattutto tante piccole e grandi luci che brillano. Incontrando le differenze si può davvero gustare un sapore buono, composto da tanti ingredienti unici e irripetibili.

Naturalmente le mie  visite alle UOP (Unità Operativa Psichiatrica) sono del tutto superficiali e io riesco ad osservare solo quello che i miei sensi, la mia cultura e quel che sono, possono cogliere. Non conosco la storia, non conosco il percorso, la crescita o l’involuzione dei gruppi di lavoro, non conosco le statistiche di ricoveri ed uso dei farmaci né la soddisfazione degli utenti o la loro solitudine. Non conosco le lacrime né i sorrisi di quelle storie, posso solo cogliere una sorta di “istantanea” che rende l’immagine del qui ed ora. Tuttavia, vedendo tante e tante realtà in una vita e tante concentrate, come ora, in poco tempo, credo si affini l’occhio, per così dire.

La cosa che più di ogni altra da tutti questi approfondimenti mi pare importante è che il clima del gruppo di lavoro sia un clima di fiducia reciproca, di apertura, e di orgoglio anche. Ho incontrato anche la maldicenza, l’invidia, la difesa e l’arroganza, ma sono ben allenata, provengo da scuola lunghissima che mi ha fortificato e di certo non mi spaventa più. Ho capito da molto tempo che dietro questi atteggiamenti aggressivi e disfattisti c’è sempre una gran paura.

Per fare il mio volo, non mi è stato dato alcun suggerimento. Sono grata per questa libertà. Potevo osservare in tanti modi diversi. Ho scelto di cercare come un cercatore d’oro, solo le pepite. Ho scelto di setacciare e gettare sabbia e acque, tenendo in ogni dove solo quei piccoli pezzetti lucenti, fatti del medesimo metallo che una volta raccolto, potrà forse fondersi e diventare un bellissimo tesoro comune.

E’ questo che ero chiamata a fare? non lo so.

So che ogni volta che varco la porta di un servizio, sono emozionata. In ogni equipe c’è tanto lavoro, si vede. C’è fatica e soddisfazione, creatività e tradizione, paura e coraggio, nei gruppi litigiosi e incazzosi, si aggiunge a questo anche la stanchezza della rabbia, che sfianca e avvilisce.

E gli Utenti incontrati? Anche loro sono diversi in ogni dove. Anche loro si trasformano.

Ed è in questa considerazione che si annida la speranza.

Se le persone che vivono il disturbo mentale cambiano al cambiare della filosofia di servizio, delle attività offerte, del rispetto e dell’attenzione, allora davvero dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarci, perchè come diceva il mio caro Salomon Resnik, il bene (ammesso che sia bene) è nemico del meglio.

Un medico del mio servizio, a proposito del mio raccontare le cose belle incontrate nei miei giri di salute mentale, mi ha detto un giorno che “è vero che c’è di meglio ma che c’è anche tanto peggio”. Brutta frase.

Io credo che abbiamo il dovere morale ed etico di studiare, di conoscere, di contaminarci con umiltà, con chi ha saputo fare qualcosa di valido, anche se ci è antagonista (ma perchè poi in psichiatria ci sono gli “antagonisti”? non è che ci sia un narcisismo diffuso tra chi vuol “curare” la vita degli altri?). Abbiamo il dovere morale perché lavoriamo con le persone e le persone stanno bene o male in funzione di quello che facciamo, in funzione del grado di coinvolgimento che pratichiamo, in funzione del rispetto e dell’accoglienza che offriamo.

Sono fortunata. O forse sono solo una persona che mantiene la capacità di meravigliarsi, e allora sì che sono fortunata davvero.

Popolo del Fareassieme Friulano, venite a Gemona al giro d’Italia di Parole Ritrovate: ci racconteremo pepita dopo pepita.

S-paesata

Essere migranti è condizione strana. Certo, la mia dislocazione rispetto al mio paese di residenza, non è vera migrazione. Sono a poche centinaia di chilometri, in una terra per conformazione e cultura vicino alla mia, a fare qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare anche nel mio Friuli. Eppure, in giornate di festa come queste, sento in sottofondo, una mancanza. Oggi ho pensato ai miei figli che sanno “andare” e tornare.

Non è stata male la mia giornata comunque, seppur con la “mancanza”. Ho camminato molto, mio figlio mi ha invitato a pranzo, ho conosciuto una amica di mia figlia e visitato una piacevole collocazione di libri.

Eppure, la mancanza l’ho sentita. Ho sentito lo spaesamento dato dall’assenza di mio marito, che dopo quasi quarant’anni, è anche la persona che mi conosce meglio e con cui vorrei condividere molti dei miei pensieri. Ho sentito la mancanza dei miei amici, solidi, sempre quelli da anni, a cui non importa se sono un pò difettata,  mi vogliono bene così come sono. Ho sentito la mancanza dei miei cani, che  quando sono a casa, potessero, mi starebbero sempre in braccio. Ho sentito la mancanza dei luoghi dove mettermi a produrre “arte”: ho una incisione in testa che devo per forza tossire sulla lastra.

Oggi ho camminato e camminando pensavo che questo, è uguale dappertutto. L’adare quasi senza meta, è condizione che mi ha acquietato del tutto,  “passo dopo passo”, è azione uguale sempre. Cambia solo ciò che è fuori, ma dentro è tutto uguale. Sono s-paesata ma anche centrata in me.

La prossima settimana andrò ad abitare insieme ad una signora e finalmente al mio rientro, saluterò qualcuno.  Credo di essere abbastanza coraggiosa ancora, ad affrontare questa solitudine. Credo di esserlo, si, anche se è una piccola solitudine.

Trento è una bella città con luoghi strepitosi. Le “Albere” è uno di quelli.

sulla strada: dubbio, certezza ed esempio

Buongiorno mondo!
C’è qualcuno che crede che il tempo nella vita si possa fermare.
Sono le persone felici, quelle a cui pare di toccare il cielo con un dito, quelle che stanno vivendo in pienezza assoluta eventi che hanno a che fare non con il contatto con cose, ma con persone o situazioni immateriali,  sono quelli ingombrati dalle certezze, e sono anche le persone disperate, quelle che per mille ragioni appiattiscono il tempo, lo rendono una ripetizione di sé stesso infinita, sono quelle persone anch’esse ingombrate dalla certezza che se il tempo dovesse riprendere il suo movimento, potrebbe portare con sè cose ancor più gravi della vita già grave che si sta consumando.
Ci son momenti in cui il tempo si ferma per tutti. Si aggancia alle emozioni e per un po’ sta lì, sospeso nell’aria. Un bacio lungo e lento, gli occhi negli occhi, la presenza della morte, una grande fatica, la sfavillante gioia di un prato profumato che ci colpisce senza preavviso, una interminabile carezza sul viso, le lacrime che scendono sulle guance,  un dolore acuto del corpo o dell’anima. Poi dopo questo rimanere  senza fiato e senza tempo, riprende il suo scorrere, lo riprende sempre, anche quando facciamo finta di non accorgercene o non ce ne accorgiamo davvero.
Il tempo è trascorso tra i miei capelli che ora sono bianchi, sulla pelle che si è fatta solcata, nella carne che è diventata morbida. Il tempo è trascorso lasciando la sua impronta sui miei organi, che non possono rispondere più a certi bisogni. Il tempo è trascorso nella mia mente. La mia mente da sempre abitata dal dubbio, duttile, curiosa, pronta a cogliere le piccole cose per farne pensieri grandi e incapace di contenere i pensieri grandi nelle piccole cose.
Per molto tempo ho creduto fosse una debolezza avere il dubbio inquilino, ora so che è stata la forza più grande che ho avuto. Oh, si, mi ha fatto perdere tempo, alle volte sbagliare del tutto strada, altre deragliare con gravissimi danni al motore, ma il dubbio cammina. Mi cammina davanti, ha a che fare col tempo, precisamente con presente-futuro.
Ogni qualvolta che ho incontrato il dubbio, nella mia ingenuità (anche questo un gran privilegio), ho cercato di sentirlo, studiarlo, intuire da dove nascesse, e son ogni volta, cresciuta Ogni volta che ho creduto di arrivare alla certezza, è subentrato un fatto, un evento, un’emozione che ha di nuovo scompaginato il tutto. E ogni volta che ho la certezza si è incrinata ed ho oscillato nel limbo tra dubbio e certezza ho provato un senso di disequilibrio e spesso una cocente delusione.
La certezza è subdola, non ha gambe, è statica. Quando l’incontriamo è facile che diventi un guscio e uno scudo. In questi giorni, incontrando tanti medici, dirigenti, direttori di servizi, ho spesso incontrato la certezza, di fronte alla quale mi sono seduta, ho deposto il ragionamento e la voce e mantenendo ostinatamente e umilmente il  sorriso, mi son accomodata in posizione di attesa e di ascolto. Di fronte alla certezza degli altri non si può che agire così. Non saremo noi a scalfirla con le parole, e neanche con le imposizioni di cambiamenti indigesti. Possiamo solo aspettare e dare l’esempio.
L’esempio è un topino che scava strette gallerie e depone buon cibo a portata di tutti. Così, quando la certezza si affama, perché è infruttuosa e “inorganica”, prima o poi sarà tentata di rosicchiare qualche semino lasciato in un qualche cunicolo dall’esempio, e mangiandolo, come nel paradiso terrestre successe ad altri, perderà per sempre la sua verginità. Finalmente sarà libera del fardello dell’immodificabilità e potrà riempirsi di nuova vita e camminare di nuovo, perdendo per sempre la sua fissità e identità.
Che ridere mi faccio: trasformo sempre concetti astratti in una sorta di visioni. Il dubbio vivo, affamato e in cammino, la certezza ferma e cocciutamente autoreferenziale, l’esempio come un animaletto capace di scavare innocui cunicoli che la certezza e il dubbio, per osmosi, incontreranno.
Il dubbio è padrone del tempo, meglio, è tempo che cammina. E’ prepotente il dubbio. E’ salvifico il dubbio. Il dubbio fa vogare sempre e non ci lascia alla mercè della corrente.
Ecco il tempo mi ha portato questo: il sapermi accettare, il capire che sono donna di dubbi e non donna di certezze. Il sentirmi curiosa più ora che ho una piccola porzione di vita davanti che un tempo, quando il tempo pareva illimitato.
E allora: bella la vita, dai!

opera di Delinda Cecchelli

Tanta roba

Buonanotte mondo!

Tanta roba! Ho cambiato luogo di vita (per 4 gg alla settimana, Trento), ho cambiato del tutto il lavoro, ed è stato pubblicato un libro mio (esce in libreria giovedì. Il titolo è “Biciterapia: in viaggio alla ricerca dell’equilibrio”).  Fra poco torna anche la mia piccolina, dopo molti mesi a Londra e tornerà cambiata, cresciuta, da conoscere tutta. Tanta roba. Tanta tanta roba.

E’ un momento così, di intrecci inaspettati, di occasioni, opportunità, conoscenza. Pensavo di non essere più capace di studiare, di imparare, e invece mi ritrovo sul bordo del mio sessantesimo compleanno, piena zeppa di forza e curiosità. Tanta roba. Da pessimista saltellante quale sono, temo che prima o poi arriverà la batosta.

Tanta roba. Dopo una vita lavorativa in cui mi pareva di non valere molto nonostante  la passione e l’energia che ci mettevo nel portare avanti i miei valori ed ideali, adesso mi pare di poter finalmente liberare tutto l’entusiasmo che mi son sempre sentita dentro. Conosco nuovi servizi, molti psichiatri, un infinità di idee, tante persone. Incontro porte aperte ed altre intasate da pregiudizi. Ascolto paure e potenziali e m’infiammo, perchè è bello lavorare a pieno ritmo, senza alcun freno tirato. E’ bello lavorare come ognuno farebbe se dovesse rispondere completamente del suo operato e non si nascondesse dietro organizzazione/scudo.

Oh, sto diventando cattiva davvero nei confronti di chi lavora in organizzazioni e ci rema contro, lavorando poco e male, in modo disattento e alle volte perfino disumano anche se non ancora disonesto.

Al momento sono molto contenta di quello che sto facendo ed anche se la distanza da casa è molta (lavoro a Trento abito a Gemona del Friuli), mi sento proprio piena di voglia di mettermi in gioco con la mia esperienza, con il mio sapere professionale e esperienziale. Wow…

In mezzo a questo turbine di novità, c’è anche il libro. Ho scritto un libro. Appena avuto tra le mani ho considerato le piccole cose che mi piacciono:

ha un buon odore,

ha il giusto grado di ruvidità delle pagine,

ha un gradevolissimo effetto in rilievo della copertina.

Ed infine mi è piaciuto il contenuto.

Oddio, precisina come sono, devo dire che ci sono delle ripetizioni, degli sbaglietti qua e là, ma regge. Averlo tra le mani e leggerlo nella notte con la luce fioca del comodino, mi ha emozionato. E’ strano leggere un libro scritto da sé stessi e nonostante che la storia si conosca già,  esserne anche catturati. Non è un capolavoro, ma è un libretto che si fa leggere.  Mai e poi mai avrei pensato di saperlo scrivere.

Tanta roba. L’anno scorso in questi giorni ero a Grosseto, forse più giù. Viaggiavo.

Anche quest’anno viaggio. E’ un viaggiare questo mio nuovo stato. Un viaggio diverso ma uguale. Ugualmente sto usando i sensi per questo mio viaggiare. Cerco di registrare tutto, e di guardare con il mio sguardo obliquo, per è uno sguardo che mi fa meravigliare e meravigliarmi mi piace troppo.

Tanta roba.

 

 

un pezzetto, solo un pezzetto

Buongiorno mondo!

Spesso si categorizzano le persone con un aggettivo/sostantivo totalizzante.

Quando si tratta di Salute Mentale, c’è sempre di mezzo il  pregiudizio perchè sentirsi dare del “matto” o, detto più scientificamente, dello psicotico, non è mai un facile ascoltare.

Sentire di essere diversi dagli altri, di aver bisogno di un supporto per potersi orientare nella realtà che pare uguale per tutti tranne che per sé stessi, rende la vita molto dura e si inizia ad interiorizzare la paura di essere matti sul serio e si percepisce che essere matti sia una cosa di cui è bene vergognarsi (lo stigma lavora impertinente e profondo). Ed è così che ci si ritrova non più persone, ma semplicemente “matti, psicotici, folli, fuori di testa” e pare che tutto si appiattisca completamente in questa condizione.

L’altro giorno ero in uno di quegli incontri a cerchio che tanto mi emozionano sempre, in cui tutti, con generosità, si rivolgono agli altri aprendo un pò dello scrigno che li contiene, offrendo qualcosa di sè stessi.

Eravamo in un luogo doloroso, un reparto psichiatrico dove vengono ricoverate persone in crisi, in stati acuti di dissociazione e agitazione, in situazioni di tanto grave disperazione (o aggressività auto diretta) da essere a rischio di suicidio o in condizione di così  tanto spavento, da dover per forza aggredire tutti. Un reparto “complicato” insomma.

In quel luogo, (mi viene da sorridere di gioia se ci penso), si tiene una riunione settimanale di Recovery, ovvero un momento in cui si parla dei principi della “ripresa”, disequilibrando la dimensione tempo verso la dimensione di “speranza”, che vive e si nutre di futuro, con persone in quel momento di-sperate. Parlando di questo sforzo contro corrente, deragliando un pò il discorso, mi viene in mente ora, ne “La fata Cherubina” di Pennac, quel passo che racconta che ad ogni ingresso in casa di riposo, come primo approccio, c’era qualcuno che offriva la lettura della mano. Geniale, sovversivo e folle atto, simile alla riflessione sulla recovery di quel reparto.

Uno dei  principi che appunto si stava leggendo quel giorno, diceva all’incirca “Io non sono la malattia. Oltre la malattia c’è molto di più”.

Una signora che fino a quel momento se n’era stata silenziosa e trasparente, ha detto “è vero”.

Tutti l’abbiamo guardata. Era una signora sui sessant’anni, con i capelli grigi, piccola. Tutto in lei era assolutamente “normale” di quella normalità superficialmente uguale a tutti, fatta di piatti da lavare, telefonate ai parenti, pentole e panni stesi, quotidianità senza sbalzi. Tutto, tranne il luogo dove in quel momento sedeva, in quel cerchio dove aleggiava il disturbo mentale e riguardava ognuno degli astanti.

La signora ha iniziato a raccontare che anche in lei, c’era un “pezzetto che non andava”, accompagnando questo suo dire con un gesto di mano, con indice e pollice ravvicinati, perché quel pezzetto era proprio piccolo, diceva.

Ha raccontato allora un po’ della sua storia, introducendo qua e là, sempre lo stesso gesto e la stessa frase. Quel “pezzetto che non va” era il disturbo mentale e spuntava come erba selvatica indesiderata sulla strada della vita. In mezzo a buche, sconnessioni, curve pericolose, proprio dove il terreno si faceva più sconnesso, ecco spuntare quel “pezzetto che non va”.

Quel pezzetto diventava però il tutto. Guardando indietro, diceva la signora, non vedeva altro che questa erbaccia che rovinava l’intero tragitto percorso. I tratti puliti, facili, felici, venivano inquinati aggressivamente da quel pezzettino mimato col gesto.

Si, è vero: un pezzetto di disturbo non può annullare tutto il resto. L’amore, la gioia, le esperienze belle e brutte della vita vissuta non sono quel pezzettino, diceva. Sono anche quel pezzetto ma non solo, diceva.

E’ come se in quel preciso momento se ne fosse resa conto e improvvisamente avesse rivisto tutto il resto. Quel pezzetto se ne stava in quel momento confinato tra indice e pollice in quel gesto. Piccolo seppur ingombrante, ma circoscrivibile e meno pauroso. Recovery.

Piccola nota per i miei colleghi: non dimentichiamolo mai! Oltre la follia, c’è molto, molto di più e se non sappiamo vederlo nelle persone che incontriamo, allora siamo noi a deformare la realtà, siamo noi i folli  e non chi abbiamo davanti.

Guardavo la piccola signora mentre lo ripeteva e, come sempre è nei cerchi, pensavo anche a me.

Ho anch’io un “pezzetto che non va”, come tutti forse. Per me non è la follia, o almeno non quella conclamata, ma è una certa dissonanza d’armonia. Tuttavia so cantare. Ogni tanto stono un po’, ma canto a squarciagola quando posso e piano quando il mio canto può disturbare. Quando si richiede silenzio, fischietto tra me e me, sempre. Stonando un po’, questo è vero, ma non me ne vergogno più.

E che sarà mai un “pezzetto che non va” se riesco a cantare!

Tutti quei chilometri pedalati uno ad uno per perdonarmi, son serviti anche a questo, a riconoscermi come persona complicata che sa cantare.

Naturalmente, canto complicato.

 

 

 

 

Primi giorni di lavoro a Trento

Buongiorno mondo!

Un Centro di Salute Mentale è per molti un luogo di vergogna. Non si accettano volentieri le cure psichiatriche. La paura di esser giudicati “matti” è tantissima. La paura di entrare in quella categoria e di non uscirne più, ancora più grande. Il timore di essere trasformati dall’uso dei farmaci specifici, permane per sempre.

Chiudo gli occhi e rivedo i molti servizi incontrati. Anche quando complessivamente gli ambienti dedicati hanno un apparenza sanitaria, che non è in psichiatria un bene, ma abbastanza decorosa (non sempre è così, lo assicuro) c’è sempre qualche particolare con una certa incuria, qualche angolino dove si annida “l’indifferenza istituzionale”.

Attaccatei alle pareti ci sono spesso volantini superati e di eventi passati. In alcuni Centri, proprio all’ingresso, senza nessun rispetto della privacy di cui ci riempiamo spesso a sproposito la bocca,  sono esibite in bella mostra fotografie dell’ultima gita, dell’ultimo pranzo o incontro con utenti a cui quasi sicuramente non è statto chiesto il permesso di esposizione, o se è stato chiesto non è sicuro abbiano potuto negarlo, vista la nostra ingiusta disparità di forza. In altri le pareti sono tappezzate di avanzi di scotch, i muri sono sporchi e scrostati, i colori sono casualmente accostati. Perfino i cestini, in alcuni Servizi, sono istituzionali, con contenuti istituzionali, e incuria istituzionale. I tavolini che in ogni dove sono popolari, supportano di tutto, da vecchie riviste a pubblicità a fogli con frasi deliranti. Nessuno che ci lavora, vede più queste “Brutture”, ma chi ci entra per la prima volta ne viene soggiogato.

Spesso, una persona che entra, già con il suo carico di angoscia, non trova indicazioni chiare sul luogo delle varie funzioni del servizio e le persone si aggirano spaesate alla ricerca di qualcuno che possa dare loro una informazione.

Entrando ai CSM, in molti casi non c’è alcun accoglimento. Talvolta già al di fuori del Centro si incontra la disperazione, che aumenta la propria disperazione,  in persone che consumano sigarette senza potersi mai interrompere, come fosse quell’atto l’unico misuratore del tempo che passa inesorabile, immobile ed eterno come  un tempo svuotato di tempo (e la speranza, ogni forma di speranza, ha bisogno della dimensione temporale)

Mio papà, usava spesso i proverbi per farmi capire i concetti e me ne viene uno da questi primi giorni, perché quello che sto incontrando è davvero troppo. Direi “scopa nuova scopa ben”. Naturalmente ci saranno anche qui, come sempre è, cose migliorabili, ma …scopa nuova scopa ben e io per il momento, voglio godermi questo “ben”. Sono arrivata da pochissimo a Trento e la ostinata maniacalità messa a buon fine (fantastico esempio di come un presumibile problema, si trasforma in risorsa) nel prestare attenzione ai particolari, che in Renzo avevo già incontrato ma qui parrebbe bene diffuso, si vede in ogni piccolo pezzetto di questo complessissimo puzzle. Dietro ad ogni cosa visibile, c’è un gran lavoro e un pensiero unitario, si capisce bene.

Qui si curano persone che, come diceva ieri una signora, sono “difettose in una piccola parte” che può però coprire tutto il resto, apparentemente. Ma il resto, ed è tantissimo, rimane. Ognuno, seppur psicotico, depresso, o affetto da altro disturbo psichiatrico, mantiene in sé una lunga storia, un racconto ricco fatto di affetti, amore, sorrisi, dolori, sorpresa, coraggio, paura. Ognuno ha una sua propria sensibilità. Come dice Polster in  “Ogni vita merita un romanzo” ognuno ha in sé uno scrigno di ricchezze grandi, unico e irripetibile. Che meraviglia!

L’incontro con un ambiente che ha una attenzione (all’estetica e al particolare), è importantissimo per tutti. Imparare il bello, come diceva il pedagogista a me caro Bertolini, è uno dei compiti educativi e godere del “bello” uno dei diritti di tutti noi.

Spesso, non ci rendiamo conto di quanto sia importante. Spesso, il bene comune viene maltrattato pensando non ci riguardi. Spesso si perde il senso del concetto di comu nità competente e mi piacerebbe che ogni CSM ed anche ogni altro luogo in cui si lavora insieme, diventasse una comunità competente. Che cura e si cura fuori e dentro, senza risparmio di alcuna energia.

Non vorrei che da questo mio scritto si deducesse che sto parlando solo della “buccia” del DSM in cui lavoro ora. Di cose belle ne ho già incontrate altre e molte, ma avrò un anno di tempo per parlarne, quindi inizio proprio da qui, da ciò che si vede, che riesce a trasmettere, se uno è attento, la filosofia che c’è dietro. Direi che si vede il “piacere dei particolari per dare forma al tutto”. Ok, mi taccio ora, altrimenti entro in discorsi troppo grandi per me operaio della psichiatria. I signori medici non me lo perdonerebbero mai.

 

Etologia: Cicciallegra

Buongiorno mondo!

oggi considerazioni etologiche. Parlerò della Cicciallegra

Chi è le cicciallegra? è animaletto festoso e canterino, che felice si muove lieve alla ricerca di qualcosa di ghiotto da mangiucchiare.

Le ciccallegre sono una specie ben definita e si dividono in maschi e femmine,. Ora tratterò però solo il genere femminile con i loro comportamenti specifici.

Le cicciallegre si coprono di mille colori. Sfoggiano livrea di colori vivaci, personale e particolare. Possono vestire abiti ampi e svolazzanti o completini attillati e provocanti. Le cicciallegre, in genere, si fanno notare e sono fornite di caratteristiche che fungono da richiami interessanti per i maschi di specie. I principali requisiti sono una nota morbidezza che si apprezza molto nel contatto ravvicinato di corpi e la spiccata abilità, posseduta da quasi tutte, nel preparare leccornie appetitose.

Sono queste le caratteristiche che facilitano la riproduzione e la conservazione della specie che le rendono molto apprezzate dal genere maschile.

Assumono cibo possibilmente morbido e sensuale e lo gustano con particolare lascività.

La particolarità principale delle cicciallegre è che sono fiere della loro morbidezza e si annoiano molto quando alcuni, con pigolii petulanti, le invitano a dimagrire, a trattenersi dal mangiare e a fare sport. Le cicciallegre, sono allegre, sorridenti e serene nella loro taglia extra size.

Alla stessa famiglia delle cicciallegre appartengono anche le ciccetristi, ma il mantello di quest’ultime differisce moltissimo dalle prime, in quanto generalmente completamente nero. Anche il modo di mangiare è molto diverso, perché le ciccetristi tendono a mangiare cibo in completa solitudine nascondendo a tutti la quantità ingurgitata. A differenza delle prime, le ciccetristi, si vergognano della loro ciccia (da cui deriva il nome di specie), e faticano molto a reperire maschi disposti a renderle madri, anche a causa di una ormai scientificamente conosciuta tristezza infettiva.

Sono esperte in ogni tipo di dieta e la morbidezza, così simile a quella delle cicciallegre, non ha la stessa capacità di attrarre a causa delle molte energie spese in diete sempre attive e da un marcato imbarazzo nell’esibire il corpo.

Senza contatto corporeo non si facilita la procreazione, è bene ricordarlo.

 

 

 

 

Fiducia è speranza

Buongiorno mondo!

Farò parte di un Dipartimento di Salute Mentale (Trento) il cui Direttore ha appena inviato 450 lettere (questo è il numero degli operatori complessivi della struttura) per condividere con tutti i “suoi” le modifiche strutturali operate dall’Azienda e ribadire la vision dipartimentale che comprende concetti racchiusi in parole come  fiducia e speranza così lontane dal linguaggio sanitario e da quello aziendale, ma capaci di indirizzare con  identità e umanità la “cura” delle persone.

Bazzico in Parole Ritrovate, che è il movimento di utenti e famigliari nato proprio a Trento, da circa 18 anni e più volte sono entrata nel servizio di salute mentale di questa città.

Prima di entrarci come dipendente, voglio ricordarlo con sensazioni e sguardo obliquo come sempre cerco di fare.

Da fuori è una struttura grandissima, ex casa di riposo, ristrutturata nella parte che ospita il CSM provvisorio (si sta facendo sede nuova) sita in centro de Trento. L’ingresso è allegro: ha una gigantografia, con un gruppo di persone sorridenti che guardano proprio chi varca la porta. Renzo mi spiega che rappresentano il Fareassieme. Sono utenti, famigliari, volontari e operatori della salute mentale.

La struttura dentro è tutta nuova, molto colorata. Ogni operatore ha un ufficio con un computer (miraggio per me).

C’è un bar, con comode poltrone e tavolini pieni e strapieni di volantini, cartoline, locandine con motti e inviti a partecipare ai vari incontri, gruppi, formazioni, discussioni per il miglioramento del servizio. Il signore che fa il barista mi spiega che è dipendente dell’Azienda Sanitaria, assunto con la Legge 68 per categorie protette di lavoro (ma quanto lavoro c’è dietro una assunzione così?).

In corridoio incontro utenti che conosco e mi salutano. Alcuni sono rallentati dai farmaci, come dappertutto, ma il personale che sta con loro non è come dappertutto. Sembra più attento, sicuramente è  molto sorridente.

Al primo piano, in posizione centralissima c’è l’ufficio del Direttore Renzo De Stefani, con la porta ostinatamente e per me magnificamente aperta. Intorno a quella stanza, altre stanze con altri dirigenti e coordinatori, tutti con porte aperte. Non vedo medici. La caposala, è una educatrice. Tanti educatori coordinano aree del Servizio. Tanti davvero.

Farò parte di questo gruppo.

Ma perché vado lì, così lontano da casa mia a lavorare?

Perché sento di aver perso fiducia e speranza e spero tanto di recuperare l’entusiasmo avvilito. Ho lavorato in Psichiatria moltissimi anni, ho negli ultimi tempi, per qualche momento, creduto di aver sbagliato tutto.

Voglio credere che si possa agire in modo più lieve di come vedo agire, anche se il malessere delle persone affette da disturbo mentale è grande e i farmaci che lo attenuano pesantissimi. Voglio pensare che si possa sempre mettere la persona in condizione di poter scegliere ciò che è meglio per lei, e che questo possa fare la differenza. Voglio sperimentare un Servizio dove con maniacale intenzione si vogliono scoprire e valorizzare le risorse di ognuno, utente o operatore che sia.

Un anno passa in fretta (spero). Fra un anno se mi riappacificherò, potrò forse anche cambiare lavoro, sapendo di avercela messa tutta e aver dato il massimo di quello che potevo.

Lo devo alle tante persone che hanno creduto nel mio modo di lavorare ostinato e contrario, agli “utenti” che ormai non sono più utenti, alla lotta di giustizia e diritti iniziata da Basaglia e alla mia coscienza.

Lunedì sarò là, in mezzo a montagne reali e ad altre metaforiche.

 

Renzismi sparsi

Buongiorno mondo!

E’ ufficiale: farò un’esperienza molto lunga (un anno) in altro servizio, in altra regione, con altri utenti ed altri colleghi.

Per un anno, un anno “soltanto” sarò a Trento, avida di imparare, di conoscere, di ricostruire dentro di me la speranza in una disciplina come la psichiatria, che poi disciplina non è, che ad oggi mi ha in verità molto delusa. Spero con il mio trasferimento  a Trento, di ritrovare un ordine, un metodo e un senso e so per certo che in nessun posto meglio di lì, posso cercare questa centratura.

Avevo deciso che il 1 aprile, sarei ripartita. Avrei dovuto ripercorrere l’Italia al contrario, in un altro viaggio che mi avrebbe vista partire da Lampedusa e arrivare al mio Friuli. Lo avevo deciso mentre ancora viaggiavo l’anno scorso con la mia bici. Mai avrei pensato che tutto intorno sarebbe cambiato così drasticamente.

Eppure, sapevo che tutto sarebbe cambiato con quel viaggio. Lo sapevo, ma pensavo nei mesi che hanno seguito il mio arrivo, che il cambiamento stava avvenendo dentro di me e riguardava soprattutto il “saper lasciare”, propensione stata sempre a me invisa.

il “Saper lasciare” durante quel viaggio mi era entrato dentro. Quando sono tronata ha iniziato a lavorare  nel mio quotidiano, mi ha trasmesso sicurezza e una sorta di ineluttabilità che mai avevo esperito prima. Ho cominciato a lasciar andare prima gli oggetti, poi alcune persone, alcune situazioni  infine anche l’attaccamento al mio  luogo di lavoro in cui mi pareva di non aver più nulla da dare nè da ricevere.

Erano passaggi interiori, intimi, sottili come sono sottili certi pensieri non del tutto distinti, trasparenti come fantasmi agli altri ed anche a me stessa.

Credo sia stata questa energia senza forma e sostanza tangibile che lentamente espandendosi, ha iniziato  cambiare le cose anche fuori di me. Gli armadi più vuoti, un desiderio di ordine nuovo, la consapevolezza di non aver necessità di quasi nulla di materiale, amici nuovi, e tanta voglia di raccontare le mie strampalate visioni. Durante questa fase, pulivo armadi, gettavo cose, vestiti, ricordi, senza un solo momento di dolore. Mentr lo facevo e godevo delle intere mensole, degli interi angoli vuoti in attesa di nuova storia, avevo la netta impressione di fare in sincrono il medesimo lavoro dentro di me. Si son spente amicizie inutili, lavori frustranti, competenze vintage. E’ rimasto poco e quel poco ero io.

Fino alla fine dell’anno tutto era ancora un blob, una pasta densa, di un bel azzurro chiaro, nutriente. Piano piano, si è distinto benissimo la nascita di qualcosa di rivoluzionario nella mia vita. Una piccolissima rivoluzione, perchè una sola vita non trasforma il mondo, ma una rivoluzione grandissima, perchè questa rivoluzione stava trasformando me.

La richiesta di “scrivere un libro”, cosa che desideravo fare ma non sapevo assolutamente come si facesse, mi ha colta di sorpresa.  Ho attraversato varie fasi, lo dovevo scrivere, visto che avevo accettato la proposta, senza sentirmi assolutamente all’altezza.  E’ stata dura. Gennaio e febbraio se ne sono andati così, tra le mille parole, correzioni, rivisitazioni, rivivendo ogni metro da me pedalato.

Può cambiare molto dentro e niente fuori? Non credo. La teroia del Sistemi lo insegna. Così, come semplice conseguenza è cambiato tutto anche fuori. Mi hanno chiesto di andare a Trento, per un anno, in uno dei servizi più efficienti d’Italia, a svolgere uno dei compiti più belli che potessi immaginare e con assoluta incoscienza, ho accettato.

Mi occuperò della divulgazione del “fareassieme” di utenti, famigliari, operatorie cittadini, in vari servizi dell’Area di Salute Mentale di Trento (grande e montagnosa provincia) che comprende anche Sert e Neuropsichiatria infantile. Trento è la madre e il padre del Fareassieme. Lo ha inventato e ne ha fatto un piccolo capolavoro facile da esportare. Cosa potrò portare di nuovo?

Ho fatto un viaggio di 2360 km senza aver idea di esserne capace, ho scritto un libro con la consapevolezza di essere molto fortunata ma assolutamente impreparata, ora mi trasferisco senza sapere cosa dovrò affrontare: non son forse tutti viaggi questi?

Si, lo sono.

Bene, è deciso: racconterò questo mio nuovo lavoro, come ho descrittto il viaggio. Lo racconterò qui. Sarà un viaggio non fatto di kilometri, ma di persone, di saperi esperienziali, di spazi bianchi come è un foglio bianco prima che si inizi a disegnare e io ci imprimerò alcuni tratti.

Inizia fra poco il mio viaggio senza kilometri: il 1° di Aprile, anzi, il 3, che è lunedì. Ma come sempre, i viaggi iniziano prima. Il mio è iniziato nel 2001, il giorno in cui, uno psichiatra a me sconosciuto mi ha chiamato al telefono chiedendomi di raccontare la mia esperienza in psichiatria,  ad un convegno a Trento. Era il dott. Renzo de Stefani, ed in pochissimo tempo, per me è diventato Renzo. Sarà una grande gioia lavorare con lui.  Sarà per certo anche una grande fatica anche perchè è uomo esigente e ruvido, ma ho le forze necessarie per partire, poi si vedrà. Passo dopo passo. Se non ora quando.

Sono viva e vivace ed anche molto entusiasta e spaventata, ma che sarà mai!

Un viaggio è un viaggio. Basta partire piano e allenarsi andando. Renzo: arrivo!

 

 

 

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