biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Category: Mila Vagante (Page 1 of 10)

Si può. Star meglio, si può.

La speranza è l’ultima a morire. Ma davvero. Quando muore, siamo morti anche noi. Pensavo oggi ad una cosa che avevo più volte letto sui libri, ed anche già incontrato, ma mai con la forza di un discorso di pochi giorni fa.

Un signora, ripeteva senza speranza appunto, che lei era una bipolare. Non diceva che era triste, che aveva paura, che si trovava in quel momento di vuoto che aveva già incontrato altre volte nella vita: continuava a dire solo che era bipolare.

Penso a come un’etichetta, detta da chissà quale medico in chissà quale premura, può restare appicciccata addosso in modo definitivo.

Non c’è dialogo con “una bipolare” ma neanche con un cardiopatico, diabetico, nevrotico. Tutto si appiattisce sulla diagnosi e su quel terreno, non ci si può mai umanamente incontrare.

molto facile è invece parlare con Cristina (nome inventato) che ha un problema relativo al suo stare in bilico tra l’essere piena zeppa di energie, idee, forza e altri momenti in cui si sente prigioniera di una forza maligna che adombra la vita.

Ieri ero ad un incontro con molti illustri psichiatri e tra i tanti argomenti trattati, in modo quasi casuale da uno di loro sono uscite le parole “dimissione” e “guarigione”. Prima era tutto un parlare di suicidi, ricoveri, tso, residenze e borse di lavoro.

Il disturbo mentale è una bestiaccia cattiva e quando morde, porta tanta sofferenza, ma non è per sempre.

si può “guarire”. Si può stare meglio, accettare i nuovi limiti che la patologia stabilisce, sfruttare il sapere dato dall’esperienza che ne deriva, avere interessi, affetti, passioni . Mi piace la metafora della bicicletta che dice che per restare in equilibrio ci si deve muovere. Se si è fermi , e una diagnosi è sempre ferma, c’è bisogno di un sostegno, di un aiuto. Si, si può fare, si può alzare lo stato di benessere di ogni vita e riprendere a muoversi. Si può, si può.

http://www.mymovies.it/film/2008/sipuofare/

burocrazia: pietà

Buonasera mondo!
Mi hanno rubato il portafoglio dalla borsa nel mio ufficio e dentro avevo tutto. Ma non tutto per dire: tutto, tutto, tutto.
Bene, sono in trasferta a trento e dunque, sono andata a fare denuncia qui. Prima sorpresa: senza carta d’identità non si puó fare denuncia 😳
Recupero con un pó di fatica e grazie a mio marito che è a casa, il numero e ritorno. Dopo due ore di attesa in una stanza così obsoleta da parere appartenere alla prima metá dell’altro secolo, finalmente arrivo davanti a chi deve ricevere la denuncia. Contemporaneamente deve far sportello front office, rispondere alle telefonate, aprire e chiudere il portone della caserma e smistare il traffico di avventori che li si accalcano.
Inizia la “dettatura” singhiozzata. Il buon uomo scrive con due ditini dritti dritti e a ogni parola rilegge a bassa voce l’intero periodo, per sentire se regge. Quasi sempre non regge, e deve faticosamente pensare ad una alternativa. A nulla valgono miei timidi suggerimenti, non li prende in nessuna considerazione. È così si arriva a definire che “un’ignota persona si introduce nella postazione lavorativa e sottrae il portafoglio”.
A denuncia finita, che tra attesa e stesura conta una “spesa” di 180 minuti circa, altra sorpresa 🙄
Per avere il rilascio di un permesso provvisorio di guida ( mi fregarono anche patente), serve la carta d’identitá. Non ce l’ho, me l’hanno rubata, l’ha appena scritto, spiego. Niente da fare. Solo con la denuncia, se mi fermano, prendo la multa. Ma c’è una bella notizia finalmente: la carta d’identitá me la fanno anche qui in Comune: evviva!
La contentezza dura poco. Vado in comune: la carta di identità la fanno si, ma ci vorrà una settimana, forse anche di più. Devono fare comunicazione al mio comune che poi restituisce il nullaosta. A quel punto, ma per sapere se è arrivato o no il nullaosta dovró andare molte volte a chiedere, a quel punto forse, in poco me la rifanno. Impossibile avere quella elettronica. Magari dopo…
Con la carta d’identità si ritorna quindi dove ho fatto la denuncia ( sembra di giocare al gioco dell’oca con un pó di sfiga) e mi danno un foglio sostitutivo di guida. Con questo, poi, dovró richiedere il duplicato di patente ma questa è un’altra storia ancora.
Ho perso io e i vari agenti, impiegati etc etc ore e ore. Nel 2017, con i collegamenti internet che permetterebbero l’accesso ad ogni banca dati. Dai, su!
Mi è venuta una tristezza senza fine. Da dove si comincia a rammendare questo paese?

Anteprima: Sicilia

Ritorno

Ho messo un piede in quel mare sacro, prima di partire e rientrare al nord. Era fresco ma non freddo. Sarà la stessa cosa che farò anche fra circa 6 mesi, quando ripartirò e attraverserò la magica Sicilia con la mia e-bike e lentamente salirò a completare il mio “giro d’Italia” (altrimenti restava un giro a metà). Gestalt che si chiude. Ciclo di Contatto che arriva alla pienezza, al riposo, alla completa soddisfazione.

Sono stata una settimana in Sicilia, una settimana soltanto, ma mi è parso un tempo lunghissimo. Non sono riuscita a scriverne quasi niente da tanto fitto e pieno è stato questo mio soggiorno.

Mi piacerebbe conoscerla di più, quella terra, che è forestiera per i forestieri. Accogliente, e piena di antiche pieghe che nascondono con cura alcuni “fondamentali” sedimentati da lunghissima storia. C’è un’antica gentilezza, un’attenzione all’altro, una sorta di umiltà mista ad orgoglio che si incontrano ininterrottamente e sono facce diverse di una consuetudine stratificata e di gioie e dolori amalgamati. Piacevole esser lì ospiti, difficile capire tutto e vedere quel che è invisibile ai più.

E così è per la terra oltre che per le persone: piena zeppa di meraviglie naturali, culturali, alimentari, artistiche e così aspra, impervia, priva di infrastrutture da renderla segreta. La Sicilia è una miniera assolata dalla quale si potranno estrarre materiali preziosissimi lì conservati in millenni per l’umanità. Ancora, si ha l’impressione, non si possono godere del tutto.

E così, in un blob di sentimenti, speranze, bellezza, piacere, prospettive, professione e passione, si mescola tutto e resta un sapore arcaico e moderno insieme, buono, di cui godo in un lungo strascico di tempo, ora come nella prima volta del mio passaggio in quella terra:

utenti e famigliari, Messina, operatori e CSM, Fondazioni e parchi sociali, Lega ambiente in trincea, Colapesce e la sua ospite gentile, Caterina e Maria, Angeli e Gaspari, psichiatri e colleghi, dolori e gioie, contrasti forti, cibo squisito, Colleghe TERP belle giovani e fresche, granita al caffè, pietre nere, pietre bianche, mare bellissimo, sole, fichi d’india e aranci verdi, melograni dappertutto, residenze azzurre e arcobaleno, gentilezza, resilienza, disturbo mentale sospeso, recovery, Luce è Libertà, Catania, l’università, la psichiatria e i muri scrostati, i fiumi contrari che si perdono, Ortigia, sapori antichi, le doppie perse a pioggia nelle parole, e sempre sole, Museo archeologico Siracusa, Marilia e leontine, Vendicari e gli scogli appuntiti, la barca incagliata e l’urlo di paura dentro che dentro di me ascolto, mare doloroso, popolo nero in transito, gente d’Africa, arancini, pesce senza odore, la meraviglia della morte dell’Agave, cocci sulla spiaggia, Gianni e la sua officina, culto di madonne salvifiche e lacrimose, mafia nascosta, tenacia tangibile, resistenza, animali marini degli abissi in superficie, piloni in disuso, persone salvate, risorse salvate, sogni realizzati e fari. Fari per non naufragare.

Il mio viaggio riparte da questo anticipo di viaggio dai contrasti forti: costa orientale della Sicilia.

Inizia un’altro viaggio

sarà viaggio viaggiato.

Mi sveglio in piena notte, prendo un bicchiere d’acqua dal comodino e ne bevo un sorso. L’acqua scende dentro di me, la sento distintamente. Improvvisamente sento il viaggio incombere. Mi viene il pensiero dell’acqua bevuta nelle notti del mio precedente viaggio e immagino quella che berrò nel prossimo. Sempre uguale, semplice acqua fresca che scende, ma sempre diversa.

Ormai ci sono, sento l’eccitazione crescere, il cervello lavorare e cucire, il corpo chiedere allenamento. Per ora son bolle nella routine ma pian piano cresceranno fino a far diventare la routine, bolla nel viaggio.

I primi preparativi iniziano da dentro. Devo costruire pezzetto per pezzetto coraggio, tenacia, determinazione, senso e capacità di stare sola nel mondo.

Paura? no, senso di fatalità piuttosto: nei prossimi 2300 km, potrebbe succedermi qualcosa, qualunque cosa che cercherò di affrontare secondo le mie forze e capacità, ma adesso non ci voglio e non posso pensare, che sarebbe ansia che rosicchia meraviglia.

Il mio viaggio inizia con questa flebile tensione prevalentemente notturna, con la palestra, con il contatto con chi potrebbe aiutarmi ad organizzare la comunicazione. Sarà un altro viaggio viaggiato da molti. Scriverò, racconterò, condividerò quel che i miei sensi sentiranno.

La prossima settimana scendo in Sicilia, per concordare e organizzare alcune tappe. Dalla Sicilia parte il mio viaggio viaggiato, anzi, da Lampedusa. Al momento la data di partenza par essere il 22 aprile, dunque viaggerò in primavera inoltrata. Sento già il sole sulla pelle e il profumo delle mille erbe che incontrerò. .

Avere un progetto così, mi fa allontanare da tante cose che mi fanno star male e avvicinare alla mia famiglia, ai miei amici, a tutte le persone a cui voglio bene perché avrò bisogno di saperli ora come allora. Saranno loro la sola àncora aggrappata nella trama della mia vita.

Il mio viaggio inizia da dentro. Buon viaggio Mila Vagante.

#biciterapia #milavagante #ediciclo

sii gentile, sempre.

Mi è venuta in mente una frase che quando ho incontrato, ormai diversi anni fa, mi ha folgorata. L’ha pronunciata durante un’intervista Carlo Mazzacurati, un regista gentile prematuramente scomparso e a lui è stata attribuita, ma pare provenire addirittura da Platone. La frase è questa:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.

Sii gentile, sempre.”

Ho appeso fogli con questo suggerimento in tutto il mio servizio di salute mentale, perché è importante. Vale per me che posso prestar questa cura e vale per gli altri che possono prestarla a me.

Semplice, semplice. Applicata questa attenzione c’è la garanzia di avere relazioni di qualità.

Le bici di una storia

Tutte le mie biciclette.

Avevo una biciclettina azzurra da bambino, prima con le rotelline, poi con una sola rotellina e finalmente senza, con la quale scorazzavo per le strade del mio paese. Nel cortile di casa mia però, mi piaceva pedalare con una vecchia bicicletta marroncina da uomo, e mi mettevo tutta storta sotto il “cambron” per arrivare ai pedali. A ripensarci mi par impossibile di aver pedalato in quel modo, eppure ricordo che era divertente e andavo veloce. Verso i 10 anni ho posseduto una Graziella, anch’essa azzurra. Si piegava a metà, ma io non l’ho mai piegata. La bellezza di quella bici era che si andava agevolmente in due: uno si metteva in piedi sul portapacchi posteriore e si teneva alle spalle del ciclista. Era bello chiacchierare così.
Per le superiori mi è stata acquistata una bicicletta da donna rosso scuro, Bianchi, con il manubrio cromato e dei freni che cigolavano fortemente. Ci andavo a scuola rigorosamente senza mani. Spesso fischiettando. La “femminilità”, se mai è venuta, è venuta molto dopo. Alle volte, quando avevo necessità di una iniezione di autostima, a quei tempi prendevo la bici di mio papà, anch’essa Bianchi, ma nera e pesantissima. Cavalcandola mi sentivo grande e invincibile.
Tutte queste bici stavano, man mano che il tempo passava, ammonticchiate in un sottoportico polveroso, disposte l’una sull’altra come pagine di un libro che raccontava una bella storia. La mia storia. L’ultima della serie, quella che veniva usata al momento, era l’unica ad essere lucida e funzionante.
Il 6 maggio 1976, ha cancellato ogni cosa tangibile della mia abitazione, ed anche le bici. Ma nessun terremoto può cancellare i ricordi.  Oggi improvvisamente ho desiderato rivedere quelle biciclette e insieme a loro anche quella dello spazzino che ogni mattina vuotava i secchi e quella magica dell’arrotino che veniva raramente, ma quando arrivava era tutto un tramestio di forbici e coltelli da portare ad arrotare.
Così, mi son riproposta di cercare qualche bici vecchia. Ogni tanto, si ha bisogno anche di toccare oltre che sognare e ricordare.

Caldo polare.

Caldo polare.

E’ molto caldo. Molto.

Ieri passando su una strada arroventata, sono stata completamente avvolta dal caldo. Ero immersa in una temperatura così alta da parere finta, da farmi meravigliare.
Mi sono fermata e ho sentito tutto quel caldo con sensi e mente. Me lo son fatto entrare dentro. Per un momento mi son sentita un rifugio del caldo. E ho pensato all’inverno. A quando si passeggia con i piedi gelati, in quei giorni tersi o tutti grigi e freddissimi, magari agitati dal vento. Ho pensato alle mani fredde, al respiro che ghiaccia, alla pelle che tira.
Mi porterò in quei giorni il caldo che ieri mi son trattenuta. Lo ricorderò questo caldo e mi penserò immersa in questo caldo, e sarà esattamente un’inversione di sensazioni, come ho fatto ieri. Ripensando all’inverno, per un momento ho davvero sentito il refrigerio del freddo che mi ero impresso nella memoria. Ero immersa nel caldo estremo e sentivo il freddo estremo.
Ho un ricordo preciso: una giornata di vento e acqua, il mio dover raggiungere un luogo e i miei abiti insufficienti a proteggermi. Ricordo il vento gelido attraversare il cappotto e la pioggia bagnarmi la faccia, le mani, le scarpe. Mi ero anche allora fermata e concentrata sulle sensazioni fino a impararle a memoria. Me l’ero goduto tutto quel freddo, l’avevo interiorizzato, e a piacimento posso ritrovarlo dentro di me, come sono solo i ricordi consapevolmente conservati.
Ci sono attimi che vanno appuntati, sottolineati, attimi a cui bisogna fare l’orecchietta.

Per un momento su quell’asfalto arroventato, ieri, per un momento mi è sceso lungo tutto il corpo un vivacissimo brivido di freddo.

Per un momento, fra 4 o 5 mesi, pensando a ieri, suderò un pochino.

Con la mente si può sempre giocare e il corpo, nel bene e nel male, la segue.

supermercato

Oggi mi son seduta su una panchina appena dopo le casse di un grande supermercato. Mi sono fermata. E ho guardato intorno.

Le luci nei supermercati sono luci particolari. Mettano in movimento i colori che sono vividi e ben distinti l’uno dall’altro. Non c’è “zona d’ombra” nei supermercati. Forse è questo che rende tutto surreale.

Gli scaffali sono carichi di cose. Quando in un certo punto, mancano 2-3 confezioni, sembra tutto vuoto. Credo che ci sia un’attenzione particolare a rendere e mantenere tutto traboccante.

Per ogni prodotto ce ne sono infiniti tipologie. L’angolo degli shampoo è un arcobaleno di sapone per capelli. Almeno 5, forse 6 metri di contenitori variopinti per ogni infinitesimale differenza di capello.

Le persone si muovono distratte come se tutto intorno le cose attirassero non solo lo sguardo ma anche l’anima. Toccano, desiderano, entrano in possesso. Sono convinta che se, nel momento della decisione di acquistare questo o quello, si chiedesse loro: ma ti serve veramente? moltissime volte la risposta sarebbe No.

Poi arrivano in cassa, e sono assorti e silenziosi. Ognuno col proprio bagaglio di pensieri. In cassa è come una sospensione dalla baraonda di merci e i pensieri della propria quotidianità, riaffiorano. Si vedono bene, si vede bene che lì, in quella pausa forzata lentamente si esce da quella specie di blob vischioso e si rientra nella propria realtà.

I visi delle persone sono tutti seri. Nessuno parla o quasi . Anche le cassiere se ne stanno serie e sono assorbite, forse, dal quel bip elettronico che proviene ad ogni passaggio di merce. Ogni tanto, come in trance, nominano una certa cifra, poi torna il silenzio e riprende il bip.

Ma cosa ci hanno fatto? E chi soprattutto ci ha fatto questo?

Non posso credere che siamo stati noi da soli perché osservando questo spettacolo  come ho fatto io, uscendo dalla scena, si ha l’impressione che sia un suicidio di massa.

Quado sono uscita da quella follia, ho dovuto andare su un prato. Un momento solo, ma ho dovuto. Il morbido dell’erba sotto i piedi mi ha fatto una carezza necessaria.

Elucubrazioni di un’alba di mezza estate.

In ogni momento in cui mi son sentita utile, sono stata pienamente me. Non è solamente la soddisfazione, è anche risentire una interezza della mia persona e un ritrovato senso della vita. Ben s’intende che non in ogni momento così, capita di pensare lucidamente questo, ma se intenzionalmente mi soffermo, succede di sentirmi un tutt’uno con pelle, ossa, ciccia e mente in un fantastico “intero” e rasento la felicità.

Sentirsi utili. Vale molto di più del lavoro, della ricchezza, della vita stessa. Sentirsi ed essere utili è forse la vera finalità della vita.

Mentre Michelangelo affrescava la cappella Sistina, Leonardo progettava i suoi aeroplani , mentre Einstein formulava le sue teorie, quando Pieri coltiva i suoi pomodorini per tutti, Graziella, Diana e Dino si spaccano per il Fareassieme,  quando il mio attuale capo (Trento) s’inventa  qualcosa di innovativo non è forse con questo “senso di utilità” che offrivano e offrono la loro bravura al mondo? Voglio pensare sia così, perché è così che io scrivo, mi muovo, sorrido. Poi m’incazzo e mi dimentico di non esser utile in quella declinazione, ma questa è un’altra storia.

Quando mi chiedono cosa è importante per me, e qui al Servizio di Salute mentale di Trento usa molto da un po’, rispondo sempre l’amore, inteso in un’accezione ampia, come sentimento capace di impregnare ogni cosa siano essi oggetti materiali, persone , situazioni, progetti. E’ una mia ambizione e speranza.

Ma l’amore senza utilità? L’amore fine a sé stesso? Non ha senso. Il mio amore vorrei fosse utile a qualcosa o qualcuno. Dunque per me è importante più dell’amore, l’esser utile. Esser utile con amore , ovvero con attenzione, dedizione, interesse, originalità, sarebbe il mio desiderio massimo.

Capita di questi tempi, come in tempi passati, che mi senta poco utile e faccia fatica a discernere l’utilità dall’amore. Se non sono utile non sono amata, mi dico. E’ sicuramente una distorsione che pratico e alle volte mi fa perdere il valore delle cose, ma ha un fondo di verità: se non sono amata, non sono utile. Chi si ama, ci è utile al vivere, dà prospettiva, valore alle piccole cose, e apre la speranza al futuro.

Chi si ama diventa utile per il solo fatto di esser amato. Dunque amare è utile. Vorrei esser amata e amare. Chiedo troppo…? Forse si.

Il minestrone

Viaggio in solitaria ancora. Sta quasi diventando una necessità lo star sola. Attendo con gioia la sera, quando mi aspetta un lettino ancora una volta piccolo e il silenzio di una casa vuota. Apprezzo sapere dove son le cose, sapere i lavori da fare, il silenzio diffuso come una musica. Apprezzo il bastarmi e poter decidere di non cucinare. Apprezzo i piccoli riti che pian piano si allineano alla mia quotidianità. Non ho più casa, né oggetti, né “roba”. Ho solo la libertà del vuoto e non mi fa nessuna paura.

Poi nei fine settimana, ritorno a casa e son felice anche là, circondata dal creativo casino che solo noi, famiglia creativa, sappiamo comporre con tanta determinazione. Allora, ho un uomo che mi dorme vicino, i figli che musicano intorno, i cani che riempiono ogni parentesi di tempo e la mia terrazza sul mondo.

Due vite vissute insieme: una fatta di lentezza e piccolissime cose, l’altra di frenesia e importanti movimenti. Sono certamente un po’ bipolare, oscillo tra l’esaltazione e la tristezza, tra la passione e l’immobilità. Ora succede anche fuori di me. Non riesco a fermarmi, forse neanche lo voglio, ma a tratti, mi sembra difficile cambiare ciclicamente  tutto. Prima o poi prenderò il ritmo, ne sono certa, perché a tutto ci si abitua e così sarà.

Fra pochi giorni avrò una casa anche a Trento e finalmente farò il minestrone, qualunque temperatura ci sarà. Il minestrone, ovunque, fa casa e mi scalda il cuore.

Gemona – Trento, Trento- Gemona

#biciterapia #leparoleritrovate #milavagante #salutementaletrento #gemonadelfriuli

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