biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Category: Mila Vagante (Page 1 of 9)

sii gentile, sempre.

Mi è venuta in mente una frase che quando ho incontrato, ormai diversi anni fa, mi ha folgorata. L’ha pronunciata durante un’intervista Carlo Mazzacurati, un regista gentile prematuramente scomparso e a lui è stata attribuita, ma pare provenire addirittura da Platone. La frase è questa:

“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla.

Sii gentile, sempre.”

Ho appeso fogli con questo suggerimento in tutto il mio servizio di salute mentale, perché è importante. Vale per me che posso prestar questa cura e vale per gli altri che possono prestarla a me.

Semplice, semplice. Applicata questa attenzione c’è la garanzia di avere relazioni di qualità.

Caldo polare.

Caldo polare.

E’ molto caldo. Molto.

Ieri passando su una strada arroventata, sono stata completamente avvolta dal caldo. Ero immersa in una temperatura così alta da parere finta, da farmi meravigliare.
Mi sono fermata e ho sentito tutto quel caldo con sensi e mente. Me lo son fatto entrare dentro. Per un momento mi son sentita un rifugio del caldo. E ho pensato all’inverno. A quando si passeggia con i piedi gelati, in quei giorni tersi o tutti grigi e freddissimi, magari agitati dal vento. Ho pensato alle mani fredde, al respiro che ghiaccia, alla pelle che tira.
Mi porterò in quei giorni il caldo che ieri mi son trattenuta. Lo ricorderò questo caldo e mi penserò immersa in questo caldo, e sarà esattamente un’inversione di sensazioni, come ho fatto ieri. Ripensando all’inverno, per un momento ho davvero sentito il refrigerio del freddo che mi ero impresso nella memoria. Ero immersa nel caldo estremo e sentivo il freddo estremo.
Ho un ricordo preciso: una giornata di vento e acqua, il mio dover raggiungere un luogo e i miei abiti insufficienti a proteggermi. Ricordo il vento gelido attraversare il cappotto e la pioggia bagnarmi la faccia, le mani, le scarpe. Mi ero anche allora fermata e concentrata sulle sensazioni fino a impararle a memoria. Me l’ero goduto tutto quel freddo, l’avevo interiorizzato, e a piacimento posso ritrovarlo dentro di me, come sono solo i ricordi consapevolmente conservati.
Ci sono attimi che vanno appuntati, sottolineati, attimi a cui bisogna fare l’orecchietta.

Per un momento su quell’asfalto arroventato, ieri, per un momento mi è sceso lungo tutto il corpo un vivacissimo brivido di freddo.

Per un momento, fra 4 o 5 mesi, pensando a ieri, suderò un pochino.

Con la mente si può sempre giocare e il corpo, nel bene e nel male, la segue.

supermercato

Oggi mi son seduta su una panchina appena dopo le casse di un grande supermercato. Mi sono fermata. E ho guardato intorno.

Le luci nei supermercati sono luci particolari. Mettano in movimento i colori che sono vividi e ben distinti l’uno dall’altro. Non c’è “zona d’ombra” nei supermercati. Forse è questo che rende tutto surreale.

Gli scaffali sono carichi di cose. Quando in un certo punto, mancano 2-3 confezioni, sembra tutto vuoto. Credo che ci sia un’attenzione particolare a rendere e mantenere tutto traboccante.

Per ogni prodotto ce ne sono infiniti tipologie. L’angolo degli shampoo è un arcobaleno di sapone per capelli. Almeno 5, forse 6 metri di contenitori variopinti per ogni infinitesimale differenza di capello.

Le persone si muovono distratte come se tutto intorno le cose attirassero non solo lo sguardo ma anche l’anima. Toccano, desiderano, entrano in possesso. Sono convinta che se, nel momento della decisione di acquistare questo o quello, si chiedesse loro: ma ti serve veramente? moltissime volte la risposta sarebbe No.

Poi arrivano in cassa, e sono assorti e silenziosi. Ognuno col proprio bagaglio di pensieri. In cassa è come una sospensione dalla baraonda di merci e i pensieri della propria quotidianità, riaffiorano. Si vedono bene, si vede bene che lì, in quella pausa forzata lentamente si esce da quella specie di blob vischioso e si rientra nella propria realtà.

I visi delle persone sono tutti seri. Nessuno parla o quasi . Anche le cassiere se ne stanno serie e sono assorbite, forse, dal quel bip elettronico che proviene ad ogni passaggio di merce. Ogni tanto, come in trance, nominano una certa cifra, poi torna il silenzio e riprende il bip.

Ma cosa ci hanno fatto? E chi soprattutto ci ha fatto questo?

Non posso credere che siamo stati noi da soli perché osservando questo spettacolo  come ho fatto io, uscendo dalla scena, si ha l’impressione che sia un suicidio di massa.

Quado sono uscita da quella follia, ho dovuto andare su un prato. Un momento solo, ma ho dovuto. Il morbido dell’erba sotto i piedi mi ha fatto una carezza necessaria.

Elucubrazioni di un’alba di mezza estate.

In ogni momento in cui mi son sentita utile, sono stata pienamente me. Non è solamente la soddisfazione, è anche risentire una interezza della mia persona e un ritrovato senso della vita. Ben s’intende che non in ogni momento così, capita di pensare lucidamente questo, ma se intenzionalmente mi soffermo, succede di sentirmi un tutt’uno con pelle, ossa, ciccia e mente in un fantastico “intero” e rasento la felicità.

Sentirsi utili. Vale molto di più del lavoro, della ricchezza, della vita stessa. Sentirsi ed essere utili è forse la vera finalità della vita.

Mentre Michelangelo affrescava la cappella Sistina, Leonardo progettava i suoi aeroplani , mentre Einstein formulava le sue teorie, quando Pieri coltiva i suoi pomodorini per tutti, Graziella, Diana e Dino si spaccano per il Fareassieme,  quando il mio attuale capo (Trento) s’inventa  qualcosa di innovativo non è forse con questo “senso di utilità” che offrivano e offrono la loro bravura al mondo? Voglio pensare sia così, perché è così che io scrivo, mi muovo, sorrido. Poi m’incazzo e mi dimentico di non esser utile in quella declinazione, ma questa è un’altra storia.

Quando mi chiedono cosa è importante per me, e qui al Servizio di Salute mentale di Trento usa molto da un po’, rispondo sempre l’amore, inteso in un’accezione ampia, come sentimento capace di impregnare ogni cosa siano essi oggetti materiali, persone , situazioni, progetti. E’ una mia ambizione e speranza.

Ma l’amore senza utilità? L’amore fine a sé stesso? Non ha senso. Il mio amore vorrei fosse utile a qualcosa o qualcuno. Dunque per me è importante più dell’amore, l’esser utile. Esser utile con amore , ovvero con attenzione, dedizione, interesse, originalità, sarebbe il mio desiderio massimo.

Capita di questi tempi, come in tempi passati, che mi senta poco utile e faccia fatica a discernere l’utilità dall’amore. Se non sono utile non sono amata, mi dico. E’ sicuramente una distorsione che pratico e alle volte mi fa perdere il valore delle cose, ma ha un fondo di verità: se non sono amata, non sono utile. Chi si ama, ci è utile al vivere, dà prospettiva, valore alle piccole cose, e apre la speranza al futuro.

Chi si ama diventa utile per il solo fatto di esser amato. Dunque amare è utile. Vorrei esser amata e amare. Chiedo troppo…? Forse si.

Il minestrone

Viaggio in solitaria ancora. Sta quasi diventando una necessità lo star sola. Attendo con gioia la sera, quando mi aspetta un lettino ancora una volta piccolo e il silenzio di una casa vuota. Apprezzo sapere dove son le cose, sapere i lavori da fare, il silenzio diffuso come una musica. Apprezzo il bastarmi e poter decidere di non cucinare. Apprezzo i piccoli riti che pian piano si allineano alla mia quotidianità. Non ho più casa, né oggetti, né “roba”. Ho solo la libertà del vuoto e non mi fa nessuna paura.

Poi nei fine settimana, ritorno a casa e son felice anche là, circondata dal creativo casino che solo noi, famiglia creativa, sappiamo comporre con tanta determinazione. Allora, ho un uomo che mi dorme vicino, i figli che musicano intorno, i cani che riempiono ogni parentesi di tempo e la mia terrazza sul mondo.

Due vite vissute insieme: una fatta di lentezza e piccolissime cose, l’altra di frenesia e importanti movimenti. Sono certamente un po’ bipolare, oscillo tra l’esaltazione e la tristezza, tra la passione e l’immobilità. Ora succede anche fuori di me. Non riesco a fermarmi, forse neanche lo voglio, ma a tratti, mi sembra difficile cambiare ciclicamente  tutto. Prima o poi prenderò il ritmo, ne sono certa, perché a tutto ci si abitua e così sarà.

Fra pochi giorni avrò una casa anche a Trento e finalmente farò il minestrone, qualunque temperatura ci sarà. Il minestrone, ovunque, fa casa e mi scalda il cuore.

Gemona – Trento, Trento- Gemona

#biciterapia #leparoleritrovate #milavagante #salutementaletrento #gemonadelfriuli

Aprire alla fiducia e alla speranza

Dal mio ufficio al centro di Salute Mentale di Trento, si percepisce l’umanità. Fuori, scorrono come un fiume storie di vita di persone che vengono qui per incontrare il medico, gli educatori, gli infermiere o gli UFE, ed anche quella di tutti coloro che qui lavorano anno dopo anno, ed anche quella delle decine di persone che ogni giorno entrano per studio o curiosità. Ogni giorno decine e decine di incontri, di parole, di storie s’intrecciano nelle varie stanze. Fuori da ogni porta, c’è l’orario dei vari incontri, senza nomi, ma con l’indicazione del motivo dell’incontro: Gruppo AMA Accoglienti, Gruppo AMA UFE Front Office, Redazione Liberalamente, ecc.

Acronimi, sigle, che io faccio ancora fatica a capire, ma qui, sembra che tutti le conoscano bene.

Sopra , nella spaziosa stanza d’aspetto fuori dagli ambulatori, tante persone che aspettano e svariate suggestioni attorno: frasi stimolanti, quadri colorati, informazioni sulle attività del CSM. Più in là, il Centro Diurno. Entrando c’è un video con pagine che scorrono che mostra le varie iniziative della settimana, le uscite, gli eventi, i contributi esterni. Anche lì le persone si muovono con tranquillità, senza grandi emozioni apparenti. Anche lì, l’informazione aggiornata e puntuale è a disposizione di tutti.

Ogni tanto a sollevare un po’ di polvere, arriva qualcuno con un tono di voce alta, ma nessuno reagisce o quasi, e gli animi si calmano presto. Le porte, tranne quelle degli ambulatori o delle verifiche personali dei Percorsi di Cura Condivisi, son tutte aperte, nessuno si nasconde dietro e i temi che si dibattono, alle volte molto scottanti e strategici, sono a “disposizione di tutti”. C’è misura e discrezione sia in chi parla che in chi ascolta. Ieri abbiamo avuto un incontro con tutti gli Stakeholders (parolaccia inglese imparata qui traducibile con “portatori d’interessi comuni) del SerD e senza se e senza ma, si è chiesto se desideravano entrare nella mailing list dell’Area di Salute Mentale, che è organo apicale dell’ Azienda sanitaria. Tutti hanno accettato volentieri e oggi inizieranno a ricevere come tutti noi, tutte le e-mail.

Penso al mio essere operatore di comparto (non dirigente) e di quanta fatica  ho fatto nella mia lunga vita lavorativa ad interpretare segni che senza alcune informazioni sono illeggibili: è così che si mantiene il potere. Escludendo. qui non è così, o lo è meno. Ha anche questo a che fare ancora e ancora con “le porte aperte” (oltre che reali e metaforiche, anche basagliane) ed ha a che fare senz’altro con la “fiducia e speranza” che impregna il modello relazionale scelto qui. Mi piace.

Fiducia e speranza, paiono due intenzioni buoniste e avulse dalla organizzazione di una azienda sanitaria ed invece, anche questo l’ho scoperto qui, sono alla base di molti studi di qualitologia. Con fiducia e speranza diffusa senza parsimonia, il clima del servizio cambia ed anche gli esiti del nostro lavoro. E’ la spinta ad orientarsi professionalmente e organizzativamente alla Recovery, entrata nella bocca di molti e uscita troppo poco nella pratica, che, se condotta con onestà, comporta una netta perdita di potere da parte dei sanitari, e si sa che il potere è duro da lasciare.

Così continua il mio viaggio. Son passati quasi tre mesi dalla partenza (da quando sono arrivata a Trento) e ad adesso mi sento arricchita di molti pensieri. Ogni luogo ha delle particolarità e risorse sue specifiche. Vedere molti servizi e realtà, e io l’ho fatto, permette di evidenziare il buono se si guarda con fiducia e speranza. Ci sto provando. Quel che sto imparando mi piacerebbe portarlo con me, seminarlo in altri terreni, contaminare altre realtà di Salute Mentale, ma forse non sarà così facile. Forse ogni mia riflessione sempre pronta a lasciare spazio al nuovo che avanza, forse, non interessa. Eppure credo che la psichiatria sia un’area così particolare e sia così fragile nei suoi assunti da aver necessità continua di confronto e scambio. Penso che dovremmo parlarci, conoscerci, sostenerci a partire da utenti e famigliari che per troppo tempo hanno subito tutte le decisioni imposte dai sistemi istituzionali sulla loro pelle.

Non c’è Salute Mentale se non Insieme.

Un caffè al CSM

Sono le otto e venti del mattino. Al bar del CSM di Trento ci sono una decina di persone che stanno chiacchierando davanti ad un profumatissimo caffè.  Qualche “buongiorno”,  “hai dormito bene”, qualche “come stai” e tanti sorrisi come in tutti i bar di quartiere del mondo. C’è chi cerca il caffè, alcuni, quelli più golosi, vengono attratti dalla fragranza di brioches  che  cuciono nel forno sprigionando un profumo che raggiunge ogni anfratto del CSM. Dal mio ufficio, il profumo e il brusio è forte. I sorrisi si immaginano tutti.

A servire i caffè sono persone che sono state assunte con la Legge 68, quella civilissima Legge che punta all’inserimento e all’integrazione lavorativa delle persone disabili e che qui in trentino ho visto funzionare, per quanto riguarda la psichiatria,  meglio che altrove. Altre sono invece persone che stanno facendo il percorso di riabilitazione lavorativa, e che usufruiscono non di una Borsa di Lavoro, come in molte realtà psichiatriche che conosco,  ma di una vera esperienza lavorativa in cui si pagano le ore davvero lavorate in una logica ancora una volta di responsabilizzazione e attribuzione di senso.

Un caffè al CSM. Idea semplice. Mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro per ottenere permessi, per comprare attrezzatura, per assumere le persone. Mi chiedo se questo ha a che fare con la psichiatria della Sanità dura e pura, quella che si occupa di budget, di tabelle, di farmaci più o meno costosi, di obiettivi da raggiungere.

Guardandomi attorno, so di essere atterrata in un luogo un po’ speciale e sono grata per questa opportunità che mi sta nutrendo.

Guardandomi attorno, vivendo da questo mio ufficio in modo quasi “trasparente”, mi accorgo che succede molto e che sì, tutto questo ha a che fare con la psichiatria, forse non solo con quella dura e pura, con quella delle “aziende sanitarie” che devono governare l’organizzazione e la spesa , e neanche con quella dei proclami, delle bandiere alzate e le baionette sui fucili. Ha a che fare con quella di comunità che mi è sempre piaciuta, che ho molto studiato e cercato di attuare in ogni mia azione, senza in realtà riuscirci bene. Ha forse un nome questa psichiatria: la chiamerei “psichiatria umanistica” parafrasando un importante  filone della cugina  psicologia.

In realtà questo nome non è nuovo. Venne coniato da White nel suo libro “Matti da slegare” che non ho mai letto in realtà perché non è facile da trovare, ma al di là di quello che ha scritto questo neurologo, facendo un parallelo con la Psicologia Umanistica posso senz’altro affermare che qui si fa, con determinata ricerca, la Psichiatria Umanistica. E quella di comunità, visto il vivace e continuo intreccio d’azioni col sociale  del trentino che è ricchissimo di realtà. Cosa significa?

Significa che un bar così concepito, non è altro che una delle applicazioni creative di questo filone umanistico che comprende azioni e pensieri che a me piacciono tanto, che sono nelle mie corde, intendo. La libertà innanzi tutto, la volontà di restituire una responsabilità alla persona interessata, il rispetto dei diritti personali  invalicabili se non per urgentissima e grave necessità affrontata con tanta precauzione, e come conseguenza di questi postulati, la valorizzazione di ogni risorsa personale, al di là delle dichiarazioni che facilmente si lasciano scrivere. E’ il tentativo costante, reiterato, fortissimamente voluto di un coinvolgimento continuo di utenti e famigliari alla vita del centro. Alla riunione del mattino, (che in ogni CSM da me  conosciuto è “proibita” ad utenti e famigliari)  entrano anche tutti gli Utenti e famigliari esperti, tutti i Famigliari Garanti (son tutte incredibili invenzioni di questo servizio) e i volontari. Per tutti loro si è provveduto ad un “permesso speciale”  sulla privacy  e alla sottoscrizione di un obbligo a mantenere il segreto professionale, che solo Dio sa quanto è costato anch’esso in termini di lavoro preparatorio. Qui è così. Si lavora per rendere reali quelli che altrove rimangono sogni.

La mia formazione è avvenuta a Trieste altra particolarissima realtà psichiatrica. L’attenzione lì si sposta più sul piano politico e di impresa sociale.  La volontà di incidere sullo stigma “di categoria”, e sulle differenze sociali che il disturbo mentale produce,  impregna le azioni pubbliche del Dipartimento. Tuttavia non si è mai visto nessuno lottare per i diritti di altri, e non sono certa  dell’efficacia di questa battaglia svolta prevalentemente dagli operatori. I diritti, ne sono convinta, vanno conquistati da chi ne è privato per qualche motivo. Chi non vive la deprivazione sulla propria pelle può solo facilitare il processo,  combattere a fianco, ma non “al posto di”.

A Trento non c’è questo “senso di lotta”. Qui si fanno piccole (?!) cose quotidiane per far si che utenti, famigliari  e operatori assieme abbiano uno spazio di potere e responsabilità. Sono azioni oneste lo si capisce dal fatto che questa libertà distribuita spesso coincide con la riduzione di quella degli operatori. Si sta attenti all’uomo, all’umanità nella sua interezza  attraverso piccole attenzioni e grandi vicinanze. Se mai fosse stato possibile unire queste due vocazioni, e dopo anni di tentativi mi pare  non sia proprio possibile, l’eredità di Basaglia sarebbe stata onorata pienamente. Diritti sociali, diritti personali e umanità e perché no, sorrisi e caffè.

 

e si parte…

E poi si parte. Molte volte si parte sapendo quello che si fa, ma più spesso la spinta a partire non si sa da quale profondissimo anfratto della nostra anima o da quale intangibile destino arrivi e il viaggio si profila davanti a noi tra le nebbie e le schiarite di ogni futuro. Qualche volta si parte senza neanche saperlo, si parte. Forse la vita è un unico lungo viaggio o forse è l’insieme di milioni di viaggi tenuti insieme dal senso preso e perso, di essere unità seppur interrotta, in divenire, con un vissuto in inesorabile dissoluzione.

Sono una viaggiatrice, viaggio nei sogni, cavalco la mia immaginazione, viaggio per lo più da sola. Ho altre persone che si affiancano, ma mai mi trattengono, che io devo andare. Vivo come viaggio ogni evento della vita, quelli cercati, come il mio esser moglie, madre e amante, quelli desiderati, come il mio faticato viaggio nel mondo della Psichiatria, quelli mai voluti, come la malattia che costringe ogni giorno a tirar somme e far di conto.

Vivo come viaggio un lungo amore, un figlio, una casa, un’amica, un incontro, un libro, una classe. Vivo come viaggio il mio perdermi e poi, con le mani laboriose capaci di sentire la materia, ritrovarmi. Vivo come viaggio una canzone che ad ogni ri-ascolto, il viaggio ri-parte, e vivo come viaggio il vento dal quale, ad ogni nuovo soffio, vorrei farmi sollevare. Vivo come viaggio il canto di mille uccellini che si ripete in modo uguale, sempre diverso. Vivo come un viaggio ogni pagina bianca che pian piano si riempie di parole, di segni, di colore. Vivo come un viaggio sperato e atteso ogni pezzo di argilla che si trasforma sotto le mie mani fino a far vedere al mondo, la mia speranza. Sento che sto andando, sento che la meta è l’arrivo, sento che l’arrivo è dopo tanto andare, senza ritorno, sento che la possibilità del ritorno, è in ogni viaggio solamente illusione. Provo ad immaginare come sarà la fine del mio ultimo viaggio. Sento che anche quando sarà arrivato il momento di lasciare, lascerò sapendo che è un nuovo viaggio che inizia.

L’esistenza è cosa effimera anche se vestita di carne e pelle, di mille dolori e mille delizie. L’esistenza esiste quando so di esistere e il mio viaggio più grande è quello di poter ad un tratto capire perché sono qui, o accettare che non c’è alcun perché e tutta la mia realtà, semplicemente, non è.

La cosa bella del viaggio è che si parte senza sapere come sarà e il non sapere, apre la porta alla meraviglia. Scivolare senza peso di meraviglia in meraviglia, questo è il mio viaggio. Dura da tempo immemorabile: andare di meraviglia in meraviglia. Senza peso.

E’ semplice

Ieri, chiedendo due volte a qualcuno la spiegazione circa una banale frase che non capivo, ho ricevuto una risposta scocciata, entrando nel posto che è stato il mio luogo di lavoro di tanti anni, una porta si è chiusa, una persona a cui tengo particolarmente, mi ha chiamato solo per un suo piccolo interesse. Io stessa, senza alcun motivo sono brusca nelle affermazioni, in molti momenti sono scostante e giudicante, durante alcune giornate, non sorrido per niente o solo per cortesia. Eppure sarebbe semplice.

Sarebbe semplice avere curiosità per l’altro, prestare attenzione al suo mondo, a come sta.

Sarebbe semplice ascoltare profondamente, sorridere col cuore e non solo con le labbra. Sarebbe semplice sentire che la vita scorre e che un’occasione di vicinanza persa, non ritorna mai più. Sarebbe semplice avere a disposizione una quota di santa pazienza e un pizzico di buena vida per condire la nostra esistenza e quella degli altri.

Sarebbe semplice guardare il cielo, annusare un fiore, fare una carezza e cambiare il corso della giornata. Sarebbe semplice che per ogni nostro affetto avessimo consapevolezza del grande privilegio che è e sarebbe semplice riconoscere che questo sentimento ha una sua vita e che per non farlo morire, va curato.

Sarebbe semplice, semplicemente, volersi bene. Sarebbe semplice.

 

fortuna!

Avere un mese per conoscere tanti servizi psichiatrici. L’ho già fatto l’anno scorso, ora lo rifaccio non in bicicletta percorrendo l’Italia, ma dal mio nuovo luogo di lavoro, Trento,  cogliendo tante e tante differenze tutte esistenti nella medesima regione.

Ogni servizio, dappertutto, ha delle derive, delle zone d’ombra, ma ogni servizio ha soprattutto tante piccole e grandi luci che brillano. Incontrando le differenze si può davvero gustare un sapore buono, composto da tanti ingredienti unici e irripetibili.

Naturalmente le mie  visite alle UOP (Unità Operativa Psichiatrica) sono del tutto superficiali e io riesco ad osservare solo quello che i miei sensi, la mia cultura e quel che sono, possono cogliere. Non conosco la storia, non conosco il percorso, la crescita o l’involuzione dei gruppi di lavoro, non conosco le statistiche di ricoveri ed uso dei farmaci né la soddisfazione degli utenti o la loro solitudine. Non conosco le lacrime né i sorrisi di quelle storie, posso solo cogliere una sorta di “istantanea” che rende l’immagine del qui ed ora. Tuttavia, vedendo tante e tante realtà in una vita e tante concentrate, come ora, in poco tempo, credo si affini l’occhio, per così dire.

La cosa che più di ogni altra da tutti questi approfondimenti mi pare importante è che il clima del gruppo di lavoro sia un clima di fiducia reciproca, di apertura, e di orgoglio anche. Ho incontrato anche la maldicenza, l’invidia, la difesa e l’arroganza, ma sono ben allenata, provengo da scuola lunghissima che mi ha fortificato e di certo non mi spaventa più. Ho capito da molto tempo che dietro questi atteggiamenti aggressivi e disfattisti c’è sempre una gran paura.

Per fare il mio volo, non mi è stato dato alcun suggerimento. Sono grata per questa libertà. Potevo osservare in tanti modi diversi. Ho scelto di cercare come un cercatore d’oro, solo le pepite. Ho scelto di setacciare e gettare sabbia e acque, tenendo in ogni dove solo quei piccoli pezzetti lucenti, fatti del medesimo metallo che una volta raccolto, potrà forse fondersi e diventare un bellissimo tesoro comune.

E’ questo che ero chiamata a fare? non lo so.

So che ogni volta che varco la porta di un servizio, sono emozionata. In ogni equipe c’è tanto lavoro, si vede. C’è fatica e soddisfazione, creatività e tradizione, paura e coraggio, nei gruppi litigiosi e incazzosi, si aggiunge a questo anche la stanchezza della rabbia, che sfianca e avvilisce.

E gli Utenti incontrati? Anche loro sono diversi in ogni dove. Anche loro si trasformano.

Ed è in questa considerazione che si annida la speranza.

Se le persone che vivono il disturbo mentale cambiano al cambiare della filosofia di servizio, delle attività offerte, del rispetto e dell’attenzione, allora davvero dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarci, perchè come diceva il mio caro Salomon Resnik, il bene (ammesso che sia bene) è nemico del meglio.

Un medico del mio servizio, a proposito del mio raccontare le cose belle incontrate nei miei giri di salute mentale, mi ha detto un giorno che “è vero che c’è di meglio ma che c’è anche tanto peggio”. Brutta frase.

Io credo che abbiamo il dovere morale ed etico di studiare, di conoscere, di contaminarci con umiltà, con chi ha saputo fare qualcosa di valido, anche se ci è antagonista (ma perchè poi in psichiatria ci sono gli “antagonisti”? non è che ci sia un narcisismo diffuso tra chi vuol “curare” la vita degli altri?). Abbiamo il dovere morale perché lavoriamo con le persone e le persone stanno bene o male in funzione di quello che facciamo, in funzione del grado di coinvolgimento che pratichiamo, in funzione del rispetto e dell’accoglienza che offriamo.

Sono fortunata. O forse sono solo una persona che mantiene la capacità di meravigliarsi, e allora sì che sono fortunata davvero.

Popolo del Fareassieme Friulano, venite a Gemona al giro d’Italia di Parole Ritrovate: ci racconteremo pepita dopo pepita.

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