biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Category: marzo_2017

Il Cerchio del Fareassieme

Il nostro Fareassieme.
Forse c’è qualcuno che non sa cos’è: è una parola inventata dal mondo della salute mentale di Trento nel Movimento Le Parole Ritrovate, tantissimi anni fa ormai, ma non è solo una parola, è un concetto di cura l’uno dell’altro, un potenziamento di creatività, una scuola di comunità e democrazia, un rispetto reciproco. E’ aver fiducia nell’altro, tornare a sperare e credere che il cambiamento sia sempre possibile.
Basaglia lo aveva insegnato, poi chissà perchè, ….
Tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di tanto in tanto, di un cerchio magico intorno fatto da chi ci vuol bene, pensa a noi e ci capisce. Tutti, nessuno escluso, possiamo creare un cerchio per gli altri, psichiatria o non psichiatria.
Ieri c’è stato il Coordinamento Nazionale di Parole Ritrovate a Bologna: la miccia è stata accesa. Si riparte alla grandissima!
Ora seguiranno dei bellissimi incontri regionali tra chi, in psichiatria ed anche in altre realtà, ha trasformato la parola fareassieme in fatti.

Psichiatria mia bella dice Renzo, e io mi associo, nonostante tutto. Credo ancora che sia un luogo in cui ancora far politica seguendo ideali di uguaglianza, di diritti umani e di comunità consapevole.

 

Tendimi la mano

Buongiorno mondo!

Ieri e oggi sono a bologna. Altra città. Qui, le immondizie, che sono poi una forma di protesta, dal per terra di Roma si trasferiscono sui muri. C’è di tutto, scritte illeggibile, cuori più o meno infranti, simboli sconosciuti e spruzzi di colore qua e là, che par utilizzato solo per riempire di sofferenza quei muri “vuoti” e puliti. Ho camminato molto. Il mio contapassi ha segnato  dodici chilometri: neanche una cacca per terra. Tutto il resto si. Ho raccolto per riporli nel cestino, una decina di bottiglie e lattine, due giornaletti, un cappello, ma ho raccolto solo le cose vistose, abbandonate in posti che non se lo meritavano. Ci sarebbe da raccogliere molto anche qui, da per terra. Bologna mi è cara e si sa, si è molto benevoli con le cose a cui si vuol bene.

Passeggiando in solitaria, sentendomi più sola di quanto avrei dovuto sentirmi in questa mia vita che si profila sempre più sola per scelta, passeggiando in un clima ideale, ho, come sempre, raggiunto pensieri ed altrettanti hanno raggiunto me. Non son stati sereni. La solitudine di quando si è tra le persone, è difficile da digerire.

Per distrarmi da questo sentimento color catrame, (la solitudine ha tutta la gamma dei grigi fino ad arrivare al nero), ho iniziato a guardare le vetrine. Non i vestiti, gli oggetti o l’arredamento, ma in particolare i manichini.

Siamo in un bruttissimo momento storico e sociale, aggiungerei psicologico, se i manchini, che dovrebbero aiutarci ad immaginare noi stessi in quegli abiti, sono così… tristi? no, più che tristi, anonimi. Da noi si dice “non sanno nè di me né di te”.

Quando ero bambina i manichini avevano sembianze umane, begli occhi, spesso un sorriso. Mi fermavo spesso a guardarli. Le femmine manichino avevano anche le ciglia, lunghe e folte e tutti avevano il colore dell’incarnato più o meno abbronzato. La cosa che mi piaceva di più erano però i capelli, che cambiavano sempre. I manichini portavano la parrucca. Vistose parrucche, alla moda. Erano capelli molto grossi e particolarmente laccati in acconciature indistruttibili, così da poterli riciclare più volte. io li guardavo sempre. Nella mia città, proprio a centro c’era l’Upim, forse uno dei primi magazzini di abbigliamento. I manichini, maschi e femmine erano molti e con visi, espressioni e posizioni, diversi tra loro. Ogni volta che cambiava vetrina, le parrucche si spostavano da uno all’altro e uno dei miei giochi era quello di riconoscere dal viso i miei preferiti. Li conoscevo ad uno ad uno. Le mani avevano posizioni quasi sempre innaturali, nel gesto di porgere soavemente  o di toccare elegantemente qualcosa di immaginato. Ognuno coglieva quel gesto come diretto a sè stesso, o ameno io lo facevo. In genere, i miei manichini preferiti, col loro sguardo, il sorriso e il gesto, mi chiamavano piano.

I manichini di ieri sera, in quella solitudine puntellata di persone distanti, erano spaventosi. Antropomorfi e spaventosi. Non un ammiccamento, non un richiamo alla mia e altrui fratellanza umana. Esseri vuoti, venuti da un iceberg di altro pianeta, con nessuno dei nostri “fori” di comunicazione (nè occhi, bocca, orecchie), chiusi in loro stessi, senza speranza. Posizioni sgradevoli e al limite dell’equilibrio. Tutti magrissimi e privi di colore.

Vogli manichini che mi sorridono, mi ammiccano, mi invitano. Voglio manichini nei quali posso identificarmi, con mani che mi cercano, per cui sono importante. E li voglio con sgargianti parrucche, che mi indichino senza nessun dubbio, la moda corrente (son pettinata allo stesso semplice modo da una vita, ma mi diverte sognare il cambiamento). Li voglio con lunghe ciglia e delle invitanti labbra rosa, sia che siano maschi o che siano femmine.

Che me ne faccio di un appendino antropomorfo? Niente. E poi, quei vestiti sono solo per le magre, ma io mi guardo attorno e vedo abbastanza gente cicciotta.

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