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"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Category: maggio_2016 (Page 1 of 4)

Confini arbitrari

Questo viaggio è come una festa a cui partecipa il mondo. Mentre mi incontra mi offre inaspettati regali.
Ieri sera un nuovo, casuale (esiste il “caso”?), cangiante dono: incontro con Don Ciotti. Eravamo così pochi che siamo riusciti a sentirci da vicino, in un cerchio di pari. Le riflessioni avviate da Don Ciotti riguardano i suoi temi, quelli per cui lavora da una vita, la mafia e il suo essere infiltrata ovunque, la prevaricazione, l’economia senza etica, l’ecologia, il “noi” e l’inesorabile e incessante necessità di costruirlo passo dopo passo, non dando nulla per scontato.
Ha anche parlato della solitudine, della paura e qui, con una forza che ho sentito sulla pelle visto il posto, qui a Lampedusa, del commercio di vite umane ingiustificato e ingiustificabile che sta avvenendo sotto i nostri occhi e di questa comunità che sta tentando, per quel che le è concesso, di “accogliere”.
Avevo trascorso i giorni precedenti con un’angoscia importante, pari al vento che fortissimo soffiava sull’isola. Vedere, meglio, guardare, con volontà e coscienza, quel mare bellissimo davanti a me e sapere ciò che in quel mare proprio nell’esatto istante in cui lo guardo succede, non è facile. Ho pedalato fin qui per potermi sentire parte anche di questa realtà. Realtà, che si svolge sul mare, ma anche in terra, attraverso confini che non si sa perché sono stati stabliti, limiti territoriali non segnati solo sulla mappa, ma che diventano territori di storia e filo spinato, di non libertà e separazione mentre forse, dovrebbero servire per la miglior organizzazione e valorizzazione delle risorse. La mappa non è il territorio. Santo cielo quanto è vero. In senso metaforico ma anche letterale.
Augusto, mio marito, mi ha preparato decine e decine di fogli con “la mappa del giorno”, ovvero il tratto di strada di ogni tappa. E’ stato un lavoro lungo di cui gli sono grata. Per me è stato bellissimo sfogliare di giorno in giorbno questa italia “a pezzetti”. Ho imparato che…la mappa non è il territorio. E i confini non sono una linea sulla carta, che divide uno spazio colorato dall’altro: sono segni intrisi di sangue, pieni di storie di potere, di sopraffazione, di grandissimo inutile dolore. Tutti i confini.
E’ che quando si chiude ci si difende, si ha paura, si vive in una continua tensione atta a preservare ciò che si ha, non ciò che si è.
Anche la chiusura di noi stessi è così.
Ieri sera mentre ero poi sola nella mia stanzetta, ho provato un grande fastidio per un amico che, ahimè, non si è comportato da amico.
Mi sveglio stamani pensando che anche questa mia voglia di allontanarlo dalla mia vita, è un confine che ho tracciato e mi chiedo perché l’ho segnata, questa barriera. Ogni sbarramento, sia esso territoriale o di cuore dimostra una debolezza propria. Ci ragionerò. A partire dai confini tra nazioni e continenti, di giustizia e ingiustizia, di lecito e illecito, di umano e non umano, di economico ed ecologico, dei quali ha parlato Don Ciotti.
Ci ragionerò. Ha a che fare credo sempre e comunque con l’amare e il non amare, che è un confine arbitrario e impossibile.

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Amici sfiorati

La sera crollo. Mi addormento prestissimo. Se fossi come Robinson Crusoe e avessi Venerdì compiacente, credo che andrei a dormire alle 20, che è l’ora in cui inizio a sbadigliare. Durante questi mesi trascorsi con il desiderio di sentire i miei ritmi, non sono uscita che pochissime volte la sera e l’ho fatto solo per dovere sociale. In tutte gli altri giorni, mi son presa la libertà di andare a nanna prestissimo e di scrivere la notte, come faccio ora. Mi sveglio dopo aver dormito cinque o sei ore. Al buio, accendo il computer, se ho connessione controllo se c’è qualche persona con cui scambiare qualche battuta su fb, poi parto a scrivere. Lo faccio direttamente dal letto, col computer tenuto in verticale sul torace. Scrivo solo con una mano e non sono veloce, ma nel cuore della notte, i pensieri sgorgano come delle piccole fonti montane lungo i sentieri. Non sono cascate né scrosci d’acqua, sono più sgocciolii, piccole fontanelle, acqua che scorre incessante sul muschio. Ancora con gli occhi chiusi, guardo i miei pensieri muoversi lenti, poi, prendo il filo di uno come fosse un aquilone e mi lascio sollevare ed inizio a volare piano. Alle volte, quando mi avvio a scrivere, subito appare chiara un’altra necessità di argomento e via la seguo. La notte non ho alcuna fretta. Posso godermi ogni parola che sgorga e indugiare sui significati e sulle differenti sfumature che ogni vocabolo custodisce come uno scrigno.
E’ come costruire un puzzle: ogni frase ha una e una sola parola, che quando trova il suo posto s’incastra e stabilizza.
Questa mattina, nel dormiveglia ho gironzolato col pensiero su una frase dettami da un nuovo amico ieri sera: ma non parli mai di me….
In realtà è proprio di questi giorni un ingorgo di pensieri sull’amicizia. E Massimo, conosciuto attraverso fb è uno dei “nuovi amici”, in particolare uno dei miei pusher di aforismi, poesie, pensieri (sempre di altri, mai suoi accidenti, perchè io lo so che scrive e vorrei leggere cose anche sue) preferiti.
Ci siamo conosciuti così, pubblica sulla sua pagina spesso cose molto profonde e toccanti e io me le mangio con gusto come fossero un ottimo nutrimento. Qualche volta ho detto che mi piacevano, qualche volta Massimo ha detto a me che piaceva ciò che postavo.
In realtà, ho da ringraziare lui ed altre persone che durante questo viaggio mi sono state in qualche modo vicine. Non parlo dei miei affetti consolidati, che sono nel mio cuore profondamente ancorati, siamo essi la mia famiglia o i miei amici di sempre. Parlo di persone che, come Massimo, non mi hanno mai fatto sentire sola nella mia solitudine, pur senza conoscermi realmente. Gli “amici facebook” sono amici? beh, mi hanno fatto grande compagnia, devo dire, provo anche un reale sentimento di affetto per alcuni, quelli molto presenti come Marina, Paola, Emilia, Gabriella, Luca per citarne alcuni. E quelli incontrati per poche ore durante il viaggio e che poi non mi hanno “più mollata”, possono essere considerati amici? Anna, Sabrina e Claudio, Massimo, Manuela, Arianna, Adriano, Angela, Gaspare, Giovanna e Francesco etc. che ho sfiorato sul serio e di cui so poco e niente, ma come dire, sento che ogni tanto mi pensano (e io penso a loro) e mi arriva il loro battito d’ali. Sono essi “amici”?
I semplici “mi piace” facebookiani sono una forma di vicinanza molto discreta (alcuni), ed anche i commenti ai post, i messaggi o le mail ricevute, sono state un’altra di quelle cose che mi hanno resa ricca in questo viaggio.
Non si sa com’è ma ormai ho le prove: anche con un mezzo come fb, criticato, demonizzato, e rischioso, come di fatto è, si possono fare “amicizie” che hanno il buon sapore di verità. Ed anche solo incontrando per poco tempo, alcune persone, non tutte, rimangono impigliate nel cuore. E’ Così.
Attraverso fb ho conosciuto Franco Bomprezzi, al quale voglio un sacco di bene, ho conosciuto Roberto Morgantini, col quale collaboro assieme alla mia associazione ormai da più di un anno, ho conosciuto Massimo, Gabriella, Anna, Sonia, e molti altri. Sono in questo viaggio ed anche nella mia vita.
Amicizia. Nella vita amici potenziali se ne incontrano in continuazione ma solo con pochi si sviluppa un vero e proprio legame. Ogni tanto gli amici si perdono, perché cambiano luogo di abitazione, perché la vita allontana le strade e gli interessi o per “morte incidentale d’amicizia”.
Ci pensavo l’altro giorno, quando ero sola e tranquilla sulla roccia nera di Linosa. Ho dei dolori grandi per “amicizie” finite chissà perché in varie epoche. La mia adolescenza è punteggiata di amici persi (intendo amici e amiche). Non mi facevo capire e non ho mantenuto alcune relazioni per me importanti. Con alcuni, ho provato a riparlare in questi anni, ma quando la separazione dura decine d’anni, la vita forgia la personalità in modo tale da diventare quasi irriconoscibili e non ci si capisce più. Rimane solo l’ombra intangibile di un affetto antico.
Alcuni amici sono da sempre con me, magari in silenzio, senza grandi scambi di opinioni e storie, ma permane immutabile la consapevolezza che “ci sono”, che sono importanti, che in caso di necessità, fosse solo piangere o ridere, ci si può contare. Sono molto fedele in amicizia. Spero che anche le mie nuove “amicizie” così ancora fragili e virtuali, possano durare nel tempo. Saranno i miei amici di viaggio: amici importanti!

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Arrivo a Lampedusa

8,30 arrivo a Lampedusa. Il traghetto si avvicina lentamente e per un tempo che mi è sembrato interminabile, Lampedusa con le sue rocce bianche si staglia tra mare e cielo come un agognato desiderio. Finalmente scendo e senza neanche avere il tempo per emozionarmi ancora, subito mi avvicina un signore che mi chiede se sono la mamma di Giada. Si, lo sono. Giada è stata qui qualche anno fa a fare un servizio per la Rai ed ha conservato le amicizie di quei giorni. Tornata a casa, mi ha parlato tanto di quest’isola che è da allora aspetto di venirci. L’ho fatto con una bella pedalata.

Enzo, così si chiama il signore, fa il pescatore. Mi spiega che le barche stanno fuori due giorni e pescano svariate tonnellate di pesce. Sulla banchina ci sono i camion refrigerati e il pesce viene immediatamente “sceso” dalla barca e stivato per essere portato a destinazione in tutta Italia. Certo, qui è davvero “appena pescato”. Sta arrivando una barca e con essa il lavoro di due giorni di pesca. Potrei andare a vedere, ma poi penso che forse incontro agonia e rinuncio. Non riesco più a sopportarla. Eppure, per motivi legati al diabete, ho ripreso a mangiare pesce e mi sento anche peggio: occhio non vede cuore non duole. Che vigliaccata.

Saluto enzo e mi avvio al centro di Lampedusa. Prima di entrare nell’abitato mi fermo vicino al mare e… mi emoziono. Ce l’ho fatta.Un momento e via.

Riparto, tutto è dorato dal bel sole della mattina che colpisce radente le cose. Le ombre lunghe creano un andamento allegro. La cosa che colpisce subito, e me in particolare, è la presenza di tanti cagnoni randagi, liberi, placidi, che si comportano come i padroni dell’isola. Bello-bello vedere che tutti li conoscono, li accolgono, li coccolano. Fuori dai negozi, ci sono dappertutto ciotole dell’acqua per loro.

La gente qui, sembra tutta in vacanza, ma naturalmente non lo è. I negozianti stanno sballando scatoloni, altri puliscono vetrine, bagnano le numerose piante sparse qua e là, preparano l’accoglienza dei tanti turisti in arrivo. In giro per il paese è pieno di piccoli cantieri per il rifacimento dei marciapiedi, del selciato, della cosa pubblica. La cittadina è pulita. Mi fa un piacere immenso: sono centinaia e centinaia di chilometri che attraverso montagne di spazzatura, cartacce e giornali, bottiglie di vetro e di plastica, copertoni (e guarnizioni simil-serpente e serpenti simil-guarnizioni), cartoni e le maledettissime borse di plastica che volteggiano in aria pericolosamente come uccelli predatori impazziti che si avventano sui ciclisti.

Le cose che ho visto buttate in giro sono davvero inaudite, anche perchè, non c’è nulla da dire né da giustificare, sono responsabilità di chi ha gettato e di chi non ha raccolto. E questo scempio riguarda ogni spazio, in città e fuori città. Beh, Lampedusa è pulita. Molto.

Passando nella via centrale, un po’ di persone mi fermano: hanno seguito il mio viaggio ma non avrebbero pensato che ce l’avrei fatta. Sembrano felici di vedermi.

Anche nella struttura che mi ospita la Tourgest, del mio ormai amico Salvatore, mi accoglie in frenesia di sistemazione. Dappertutto si sta preparando l’isola per l’arrivo dei gitanti e io ringrazio Dio di essere arrivata prima di tutti loro. Non avrei voglia su questa isola che tanto rappresenta per me e per il mio viaggio, cogliere la spensieratezza e il “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” che qui convivono con la disperazione, la morte, l’uomo mangia uomo ed anche, per fortuna, uomo aiuta uomo.

In questi giorni si sentono notizie di nuovi sbarchi e di montagne di nuovo dolore bagnato. La prima azione che decido di fare è “andare incontro”, questo era il mio proposito e questo faccio. Mi dicono che non ci si può avvicinare al Centro Accoglienza, non m’importa, voglio “andare verso” quella zona. Il mio contachilometri segna esattamente 2.318. Ero partita a 62. Ho fatto 2256 chilometri per non sentirmi indifferente a questo mal di vivere, di più, impossibilità di vivere, che riguarda così tante parti del mondo e così tante realtà dolorose. Mi avvicino lenta, con la mia bici. Il Centro è all’interno dell’isola. So circa dov’è, non m’interessa arrivarci davvero, che sarei più che inutile, d’impiccio. “Vado verso”, sussurrando dentro di me una sorta di preghiera, per chi in questo giorno è appena arrivato dopo un viaggio pazzesco, per chi è morto durante la notte per chi è lì da un po’ in attesa di smistamento. Mi viene in mente Primo Levi, Se questo è un uomo….

Mi raggiungono come sempre pensieri nel mio mentre pedalo piano. Ricordo un viaggio in treno fatto verso Roma con gli amici di Parma, lo scorso 7 aprile per la presentazione del nostro disegno di legge (2233) sulla psichiatria. Eravamo vicino ad alcune “signore” vestite e ingioiellate, fans di Salvini (caoaci perfino di dire che è un bell’uomo). Stavano andando da Milano a Roma per fare shopping. Ricordo i discorsi, le assurde convinzioni, il razzismo così forte da non considerare assolutamente umani questi essere umani “altri”. Lo ricordo con raccapriccio, con disgusto, anche rabbia, ma non è il sentimento predominante. Quello predominante è il disgusto che sento proprio allo stomaco. E penso anche ad altre “colpe” di persone incolpevoli come chi ha un disturbo psichiatrico, o una disabilità o si trova in una emergenza economica magari momentanea. Anche loro fanno parte di una umanità tanto “altra” da non essere riconosciuta da alcuni come tale. Immondizia da buttare.

Mentre pedalo su queste strade punteggiate da ciuffi di fiori viola, così belle da sembrare un paradiso, mi prende una commozione profonda. Ho pianto in questo viaggio. Ho pianto anche ieri. Mi spaventa che esistano questi contrasti nell’umanità. In quelle “signore” ho incontrato, in potenziale, le stesse persone che in altre condizioni e paesi, organizzano i viaggi per questi disgraziati sia su mare che su terra, senza minimamente curarsi dei rischi, pensando solo ai guadagni.

Mi raggiunge un altro pensiero/ricordo che mi viene su quella strada così straordinaria e silenziosa. E’ Île de Gorée, visitata assieme ad amici senegalesi tanti anni fa, appunto, in Senegal. Era l’isola dalla quale si “spedivano” gli schiavi nel sud america. Le navi erano studiate per incastrare tra loro più persone possibile. Ci sono i disegni dei “progettisti” che indicano la sistemazione per riuscire a trasportarne con un solo viaggio svariate migliaia. Strati e strati bassissimi, in cui gli schiavi venivano distesi sul fianco, impossibilitati a girarsi per mesi, con le gambe piegate, incastrati tra loro e incatenati così da permettere la massimo quantità di “merce”. Morivano il 70% circa delle persone tra escrementi e putrefazione degli altri corpi vicini. Il colera non era che uno dei mali. I disgraziati che arrivavano vivi, non avevano in riserbo, che altro dolore ancora. E come per le immondizie, questa della tratta di vite umane in fuga, è una realtà per cui tanti hanno responsabilità, indirettamente anche noi, di certo. Mi fa male. Son qui anche per questo. Ieri una persona ha scritto sulla mia pagina FB che sto lottando contro l’indifferenza. E’ così, è quello che ho cercato di fare, non sapendo far molto di più: nella salute mentale, come nell’immigrazione e nell’assurdità della incuria del nostro straordinario paese e dei nostri paesaggi, scoprendo che l’Italia è davvero bellissima e piena di gente di buona volontà. Forza, siamo in tanti: la volontà è la scintilla, è ora di rimboccarci le maniche.

Girovagando nell’isola ho poi percorso la strada delle piccole baie. L’acque è meravigliosamente azzurra vicino alla riva per poi diventare di un bel blu elettrico un po’ più in là. Ma al largo, dio mio, che blu scuro. Profondo. Quasi nero.

Arrivando col traghetto in questa acqua così scura e profonda, qua e là, galleggiavano cose… uno straccio (era uno straccio? o forse un abito?), due pezzi di plastica colorata indefiniti, qualche bottiglia…. La mia immaginazione è partita e per ognuna di queste cose mi si è squarciato il cuore, anche se forse nella realtà erano solo parte di quell’enorme immondizia buttata qua e là nel nostro paese. Ma poteva anche essere altro. Prima di andarmene, butterò un fiore in quasto mare. Lo butterò per me e per tutti quelli che come me pensano che questa sia solo una feroce follia e una inaccettabile ingiustizia alla quale, con battito d’ali almeno, dobbiamo porre attenzione.

Domani arriveranno amici da svariate parti d’Italia di Parole Ritrovate. Sarà bello essere qui assieme: Lampedusa è bellissima!

Poco più in là del porto d’attracco di Lampedusa

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Come fa un vulcano? boom…?

A Linosa, si è immersi  nel silenzio. Non ero mai stata su un isola così piccola. Qui non prende internet (la mia compagnia), poco anche il cellulare, così oggi (25 maggio), sono stata proprio sola.

Sono arrivata alle sei dopo una notte un po’ agitata trascorsa sul traghetto partito da Porto Empedocle. Ho avuto tutto il giorno per pensare, riordinare, ricordare, osservare.

Linosa è un’isola vulcanica, le rocce sono nere o color ruggine scuro. Tutte hanno le tracce di un calore che le ha sciolte. Per contrasto su questo bel nero, vivono cullate dalle onde delle alghe di un bel colore giallo, mai viste altrove.

Se dovessi fare lo scenografo, dovrei farlo di eventi epocali: rivoluzioni, meteoriti, diluvi universali, naufragi, o eruzioni vulcaniche, perché io sono un po’ esagerata, lo so. Le cose sono bellissime, intensissime, o drammatiche, spaventose. Oscillo paurosamente tra questi due poli, svariate volte in un giorno. Una sorta di bipolarità molto intensa, ma di brevissima durata. Sono flash, spari emotivi, onde che mi invadono e se ne vanno. Per fortuna se ne vanno, altrimenti sarebbe una vera patologia. Grave.

La brevità di tutto questo sobbuglio che vivo dentro di me, mi permette quasi sempre di rimanere in un instabile equilibrio…

Perché io, me le vedo le cose. Sono in continuazione invasa da una sorta di visioni. Prendo una pietra in mano, una di queste pietre nere, e “vedo” l’esatto momento in cui è uscita incandescente dalla terra, tossita da chissà quale forza che normalmente se ne vive quieta  in profondità. Immagino il vapore e il calore, posso “vedere” ogni istante dello scoppio, della discesa della lava, del contatto della stessa con il mare. Tutto posso fantasticare. M’immagino la sorpresa dei pesci, che nulla sanno della superficie. Posso persino sentire il ribollir dell’acqua. E ancora, “vedo” la lava raffreddarsi, condensarsi ed infine fumare piano per un tempo lunghissimo, fino a attenuare il calore del tutto. E posso immedesimarmi nel primo seme, che trasportato dal vento qui si è adagiato e ha gemmato. Perché la vita nasce prepotente, anche a dispetto delle condizioni. Da lì è tutto incominciato e le case e gli abitanti di adesso vengono da quel seme “pioniere”. Che film.

Trovo che questa mia forza immaginativa sia davvero una mia forza. Riesco a “vivere” eventi di cui non so nulla. Mi piace vivere così le cose, anche se, naturalmente, questo mi fa prendere spesso degli “svarioni” notevoli. Non è cattiva indole, non è volontà, è che io , senza saper nulla della situazione, proprio la vivo. E’ questo il prezzo che si deve pagare quando si vive due volte, una nella realtà, l’altra nell’immaginazione, alle volte andare proprio fuori rotta.

Sto scrivendo in questo momento sull’ultimo tratto di mare che devo attraversare per arrivare finalmente alla mia meta Lampedusa. l traghetto è vecchiotto e il tratto da Linosa a Lampedusa dura circa due orette.

Sono in uno di quei saloni con quel gusto speciale che solo i traghetti hanno, moquette blu un po’ agè sul pavimento, simil-formica nelle pareti. Le poltroncine, rivestite di un velluto blu con piccoli disegni rossi, ormai consumato, dovevano rappresentare il lusso di questa sala. Una grande televisione, mentre io scrivo, sputa, come il vulcano, notizie.

Alcune mi raggiungono e sono sulla mia pelle, incandescenti come lava. Questa notte 562 naufraghi sono stati salvati nel mare di Lampedusa. Una bambina di 9 mesi (ma non cambierebbe se fosse di 9 anni) è rimasta senza mamma, morta nella traversata “forse per le esalazione di carburante”. E mi prende un altro terribile viaggio immaginativo. So dove sto andando con questo traghetto. So di andare su una terra che è mito, per tante, troppe persone. So che il carico di speranza e di disperazione mi arriveranno forti e so che se prenderò in mano una pietra di là, io questo vedrò. Vedrò piedi che l’hanno calpestata, mani che forse, nell’attesa di chissà cosa l’hanno toccata. Non immaginerò l’origine di quell’isola, ma il sentimento di ogni disperato che qui arriva, dopo viaggi duri da sperare, per la fatica, la paura, lo sgomento e le “esalazioni di carburante”. Chi approfitta di questa disperazione è davvero una brutta brutta persona. Chi dice di voler “rimandare indietro” questi barconi, non è da meno, ma questa è realtà, non immaginazione purtroppo.

Vorrei ci fosse un a Lampedusa per tutti nel caso di una così grande disperazione. Vorrei che noi ci rendessimo conto della pazzia di questa “chiusura” della nostra parte del mondo. Vorrei che i miei figli, se fossero naufraghi trovassero chi li accoglie come tali, senza se e senza ma. Vorrei non sentire in me la vita che mi lascia su quella nave fatiscente, vorrei non sentire su di me la disperazione del sapere che la mia piccola bambina rimarrà sola. Vorrei.

E io ora sbarco a Lampedusa.

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Forse trovo Venerdì…?

Questa mattina alle 6.25 sono sbarcata sull’isola di Linosa. Mi è stata consigliata da tante persone qui, ma tra tutte, Gaspare (lo psichiatra umanista di Messina) mi è sembrato quello che avesse capito meglio cosa cercavo. A casa lo sanno: trascorerò, se avrò vita per farlo, un lungo periodo in un’isola, un’isola piccola, dove poter conoscere il mare e me stessa. Io amo con intensità il mare. Non so se sarà questa quell’isola, ma è bene che inizi a cercarla, la mia.

Non ho mai fatto una vacanza in un’isola. Non le concepisco con tanta gente, caldo furioso, tempi da rispettare. Ora sta cambiando tutto per me. Dentro di me sono in Samnyasa. Con un po’ di anticipo sui tempi dettati dall’induismo, ma per me è Samnyasa. Ho vissuto in fretta, riempito ogni minuto, sentito con tutti i sensi, molto amato, molto pianto, molto riso. E’ come se fossi più vecchia dell’età che ho e al contempo fossi ancora una bambina, con quella potenza e curiosità che si ha quando ancora non si è imboccata “la strada”.

Vivere su un’isola: qui ci sono 400 abitanti. Sempre gli stessi, per tutta la vita. Chi nasce, chi muore. Qui il ciclo si assapora, qui, deprivata di mille sovrastrutture inutili, la comunità è nuda e cruda. Così m’immagino sia essere persona in una piccola isola.

Avrei potuto continuare il mio viaggio stamane e arrivare a Lampedusa, ma voglio procedere piano, senza fretta. Ho voglia di arrivare, ma vorrei farlo, come dice il grande Fabrizio “a piccoli sorsi interrotti”.

Linosa e Lampedusa, sono così a sud da essere davvero punto di contatto tra Africa ed Europa. Che grande compito per piccole isole.

Questa notte, dormicchiando sulla nave ripensavo al mio viaggio, come al viaggio della vita. È così. Dietro si ha una ricchezza infinita, ma ormai intangibile. Mentre si vive, quel dietro, si perdono mille frammenti. Possiamo vedere solo quello che sappiamo vedere. Solo con quello che siamo, con quello ci è stato dato possiamo osservare, sentire, commuoverci. E il mio “dietro”, che mi permette di vedere e di vivere il presente. Sono felice che ci siano stati i genitori che ho avuto.

Mia mamma, una donna di una cultura sterminata, profondamente ricca di conoscenza e di desiderio di capire l’umana complessità. Professoressa di filosofia, appassionata di letteratura. Mio padre, naturalista prima che il mondo si accorgesse di quanta ricchezza c’è nella natura, amico degli animali, selvaggio e passionale, grande disegnatore e artista che aveva la poesia dentro. In me c’è tutto, sono fatta di questi due sguardi così diversi e ricchi. Ho avuto grande fortuna.

Per molti lunghissimi anni, questo vedere cose, (mi ricorda il Fu Mattia Pascal che sto rileggendo) con un occhio “storto”, mi faceva sentire molto sola. Pareva che non potessi condividere con nessuno (pare anche adesso, ma adesso lo accetto) perché gli altri non potevano, neanche volendo, vedere le stesse cose mie. Ho sofferto moltissimo. Nella follia si parla di realtà che non si può condividere, ecco, se la follia è questo, beh, io sono folle. Vedo così chiaramente particolari e indizi che non posso assolutamente condividere perché nessuno li percepisce come me. Per tanti anni ho cercato di parlarne, di spiegarmi, anche di dipingere questo mio vivere, ma credo che sia scrivendo che mi faccio capire, credo a quasi sessant’anni di aver capito che è questo il mezzo che mi è stato dato per comunicare. Scrivo e scriverò. Non posso farne a meno….

E mentre adesso mi perdo un po’ in tutti questi pensieri da “accumulo di viaggio”, intorno a me c’è un mondo sconosciuto: galline isolane che chiocciano, silenzio di automobili o di qualsiasi altro rumore meccanico. Gli uccellini cantano e ora un autoparlante lontano annuncia “è arrivata la frutta”. Così vanno le cose qui. Sono le 7,30. Il sole è dorato, il mare è blu. Posso vederlo a 250 gradi intorno. Nell’unico spicchio dove non c’è, inizia la gente, le case, il paese.

Ora vado. Prendo la mia bici e girovago per queste antiche strade. Cercherò di perdermi. Andrò dove pochi vanno, sicura che qui, non si perde nessuno. Oggi sono io l’attrazione dell’isola: sono già venute, mentre scrivo, persone ad accogliermi e a conoscermi.

Ho un’isola da conoscere amch’io ho un’isola da sentire nell’anima. Sono sicura che mi parlerà e io son sicura, ascolterò.

Chissà se trovo Venerdì…

ps: difficoltà con internet mi impediscono di caricare le foto. Lo farò in altro momento

 

 

sempre assieme

Sempre assieme è il fare, altrimenti non è Fareassieme. Ricordiamocelo operatori, ricordiamocelo…

colore

Fine primo step

L’arrivo a Porto Empedocle, decreta la fine della mia pedalata non del viaggio (ma i viaggi finiscono mai?): adesso c’è il mare che mi aspetta. Non attraverserò quell’acqua a cuor leggero sapendo che su quello stesso mare centinaia, migliaia di persone sperano.
Provengo dal lato fortunato del mondo e non ho nessun merito per questo. Ho dedicato la mia fatica ad “andare incontro”, sapendo bene che questo non cambierà nessuna tragedia, ma potrà forse servire a non sentirmi del tutto passiva di fronte a delle simili assolute ingiustizie. Il battito delle ali di una farfalla, niente più.
Come mi sento… non so. Mi sento piena e vuota, stanca e non stanca, sola e insieme a mille, vecchia di una vecchiezza esausta e di una vecchiezza straboccante.
Questa sera, mentre ero su una terrazza ad Agrigento, miriadi di rondoni vorticavano cantando. Anche quando ero bambina facevano lo stesso baccano, solo con un altro sfondo. Nessuno avrebbe mai potuto pensare allora che avrei rivisto quegli stessi uccelli alla fine di un viaggio mitico.
Immobile, forse immobilizzata chissà da cosa, mai e poi mai avrei pensato di poter fare una follia così.
Eppure, non mi è sembrato difficile. Molto più difficile vivere per me, In questo viaggio tutto era chiaro: dovevo pedalare, controllare la glicemia, indossare il bracciale dell’Univ di Ts, scaricare i dati, scrivere sul blog. Tutto qui. Mentre l’ho vissuto è andato via veloce, ma se mi guardo indietro, vedo una montagna enorme. Non mi è sembrato difficile, ma lo è stato. La filosofia del “qui ed ora”, del “un passo dopo l’altro”, del “si può fare”, mi ha costantemente sostenuto. Non mi sono sembrati inutili gli anni in cui, durante la scuola di Counseling, ho studiato questo in teoria. Ho fatto di teoria, pratica, eccome se l’ho fatto!
Ogni difficoltà, dal mal di “soprasella”, all’incontro con serpenti, cani rabbiosi, gatti sviscerati, gallerie e salite, solitudini e paure, in ogni momento complicato, ho cercato di pensare a questo. L’ho scorporato da tutto, da me, dal contesto dal tempo e dalla storia e affrontato per quello che era. Secondo dopo secondo sentendo che a piccoli pezzi, potevo farcela.
Credo che la cosa fondamentale per non sentire la fatica e procedere attraverso ogni tipo di situazione da affrontare, sia stato avere una meta, e avere chiara, sebbene complessa, la missione da compiere.
Ho trattato il mio viaggio come fosse una tela bianca. Gemona-Lampedusa e me, la mia vita, i miei colori. Ho preso il pennello ed ho iniziato a dipingere. Tratti forti, materici, colori mescolati fino a divenire indefinite sfumature ed altri che al contrario mantengono la forza della purezza.
Per capire com’è l’opera, sarà indispensabile allontanarsi un po’. Devo chiudere gli occhi, staccarmi e poi riaprirli. Son curiosa di vedere quel che sarà. Intanto posso dire che dipingerlo, questo viaggio, è stato bello.
Quella energia e quell’entusiasmo che da sempre mi sento dentro, li ho sperimentati, testati. Non erano solo un’impressione, ci sono davvero. Ho scoperto di me la tenacia e l’ottimismo, che non conoscevo. Ho buttato via un bel po’ di paura anticipatoria e di lagnosità. Ho imparato che ho bisogno di poco sia esso materiale che immateriale e che la cosa a cui tengo di più, è di essere amata. Ho scoperto che non sono amata e che sono amata e che questo a ben vedere è il contrasto con cui tutti dobbiamo fare i conti. Ho scoperto che voglio essere accettata più che rispettata, che voglio amare più che odiare, che mi piace essere fedele negli affetti. Ho capito di essere una “brava persona” e, senza falsa modestia, che valgo. Non più di altri, non è questo un paragone: intendo dire che riconosco un valore in me.
Queste le sensazioni a caldo. A freddo, vedremo. Credo che questo viaggio abbia comunque segnato un confine e che ci sarà per sempre un prima e un dopo
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punta

tempo

Ci sono anni che scorrono senza storia

Ed altri che si increspano di vita

Ci son mesi che impariamo ad amare

E mesi che vogliamo per sempre ricordare

Ci sono giorni che si srotolano come pergamene

ed altri che sembrano ricordi accartocciati

ci sono ore che non si vivono che nel pensiero

ed altre che si fanno corpo nel corpo

ci son minuti dove il tutto appare trasparente

ed altri in cui una pennellata di nebbia nasconde

ci sono io che vivo ogni secondo

ed io che muoio ogni secondo

foto Officina calze lunghe di Elisa e Susanita

scala

Buongiorno mondo!

davidfriedrichLa vita è ciò che facciamo di essa . I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
(Fernando Pessoa)

 

tra Selinunte e Sciacca

Tra Selinunte e Sciacca la strada è bellissima. Forse il più dolce tratto in assoluto insieme al tratto per raggiungere Grosseto.

C’è una strada a scorrimento veloce parallela, che ha svuotato completamente la piccola provinciale. in 45 chilometri non ho incontrato che pochissime auto e andare in bici senza traffico è davvero bellissimo.

La strada si adagia su vigneti e campi, su oliveti e frutteti. Di tanto in tanto si scorge il mare sulla destra, ma anche quando non si vede, si sente la sua presenza. Ieri era una bellissima giornata di sole, finalmente senza vento. Ho pedalato piano, sapendo che la mia avventura è giunta quasi al termine. Andando ho, come al solito, cercato di utilizzare tutti i miei sensi per “leggere” il mondo.

I moscerini qui, sono grandini. Sono specie di piccole moschette molto sociali che appena possono si fanno un giretto qua e là, addosso. Uno mi è entrato in un occhio e il bagnato lo ha incollato. Non riuscivo a toglierlo. Poveretto, che fine stupida. Due o tre sono entrati in bocca: moschini del genere “nessun sapore”.

Il sole ieri era fortissimo: mi colpiva la faccia e le parti scoperte, che aumentano di giorno in giorno con l’avanzare della stagione e dello spostamento a sud, facendo comunque permanere la tragedia dell’abbronzatura a particelle.

Mentre pedalavo ho sentito fortissimo gli sbalzi di temperatura. Ci sono stati tratti in cui mi pareva di avere addosso un phon impazzito che spara aria fredda e calda di continuo. Se l’aria si potesse vedere, sarebbe un bel vedere. Mi son persa per qualche chilometro ad immaginarlo: rosso, blu, giallo che danzano trasportati da chissà quali e quante leggi della natura. Probabilmenti ci sono piccoli vortici, tratti in cui l’aria prende velocità e forza (lo si sente sulla pelle) ed altri in cui si muove piano. Mi è venuta in mente la musica. Sarebbe bello vedere l’aria che si muove. Io per 2100 chilometri, sulla mia affidabile Future Bike (spudorato spottone ;-), ma sono davvero entusiasta della mia bici, Quindi la ditta se lo merita) l’ho sentita su di me come immagino sia vivere il mondo per una persona che non può vedere. Si sente addosso, si immagina, si acuiscono i sensi e si vive intensamente se pur in deprivazione sensoriale. L’aria non ha colore, ma se ce lo avesse e cambiasse col cambiare della temperatura, ieri avrebbe regalato delle vere opere d’arte.

Ma il senso che più di tutti mi è stato sollecitato dal percorso di ieri, è stato l’udito. Il fatto che non ci fosse nessuna auto in giro, mi ha permesso di ascoltare altro. Ascoltare il silenzio. Un silenzio magnifico, accarezzato di tanto in tanto da un fruscio tra le foglie del bordo strada, chissà da che animaletto provocato, o da un trattore lontano, o a tratti dal vociare di bambini in qualche casa nei dintorni. Tre cani distesi all’ombra sull’asfalto (io già terrorizzata), mi hanno guardata pigri e uno solo stancamente si è alzato e ha dato una abbaiata. L’ho sentita allontanarsi alle mie spalle ed ho capito che non si era mosso di un passo.

La strada è tutta “crepata”. Lunghe fenditure longitudinali, la feriscono. All’inizio ho pensato fosse qualche operaio asfaltista che ha fatto male il suo lavoro, poi mi è venuto in mente il terremoto del Belice. Sono in questa zona. Chiedo conferma e sì, mi dicono nell’unico paese che attraverso, si, quelle crepe sono dovute al terremoto della valle del Belice del 1968.

Tra Selinunte e Sciacca, c’è Menfi. Menfi ha le strade parallele, lunghissime con delle traverse. E’ un bel paese, con una piazza incredibile, aperta verso la pianura sottostante e il mare. Una vista poderosa. Ho conosciuto due persole lì. Pochi minuti ma concentratissimi.

Vincenzo, che mi ferma per la bandierina FIAB e per quella dell’Università di Trieste (che sta facendo insieme a quella di Pisa una ricerca sulle reazioni del mio corpo al viaggio). Dice che a Brescia, dove abitava, era isritto a Fiab e vorrebbe fare una sezione anche qui. E’ insieme ad una bellissima bambina di 6 o 7 anni. Mi dice di essere vedovo: mi si spalanca un mondo. Mi saluta con un buon viaggio. Penso che il mio viaggio non è nulla paragonato al suo e gli rispondo “buon viaggio”. Capisce benissimo cosa voglio dire e mi sorride. Ha voluto il mio indirizzo.. chissà se leggerà queste mie parole e chissà se mai mi scriverà.

Mi dirigo piano verso la strada che mi indicano per Sciacca. Mi fermo lungo una delle drittissime strade del paese e mi avvicina una signora per chiedermi se sono una di quelle “donne che girano il mondo”. Solo l’Italia rispondo.

La signora si chiama Mariolina, ha tre figli ingegneri, era prof di lettere, oggi è triste, sa molte canzoni tra cui una in triestino, è studiosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e si meraviglia io conosca la persona, ora professore universitario, che materialmente ha scritto, sotto dettatura il gattopardo. Ne sa un sacco davvero. In pochi minuti ci siamo scambiate un pezzetto di vita.

Mi recita in dialetto una poesia che ha scritto, che mi piacerebbe tanto avere perchè racchiude esattamente il senso di quel che ho assaporato in sicilia. I concetti contenuti sono che la Sicilia, è molto di più della mafia, è fiori e paesaggi, è profumi e dolcezza, è come il fico d’india, con lascorza grossa e pungente, ma un interno morbido. La morbidezza è data da amore e onestà, specifica. Bellissimo sentigliela recitare per me. Mi piacerebbe tanto riincontrarla in qualche modo ed anche Vincenzo.

Durante il viaggio non ho mai raccolto un indirizzo di nessuno. Quando ho incontrato qualcuno gli ho dato il mio sperando che un giorno, mi scriveranno. E’ come per tutte le cose materiali. Non ho comprato nulla durante l’intero viaggio. E’ come se avessi già troppe cose, troppi pensieri, troppo di tutto in questo viaggio e mi volessi affidare al fato.

Se ci si rincontrerà sarà un a meraviglia, altrimenti entreranno anche queste persone speciali sfiorate, nei miei ricordi come tutti i metri e i pensieri percorsi.

Forse in questo viaggio sto imparando a “lasciare”.

la sensazione di libertà che dà lasciare, è fortissima.

 

 

 

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