Illuminazione

Lampedusa Gemona

Stavo distrattamente leggendo i commenti ai miei post, l’altra sera, ultima sera del viaggio, quando improvvisa mi è arrivata l’illuminazione. L’insight lo chiamano. La somma non algebrica di mille cose che apparentemente non c’entrano nulla tra loro e improvvise si mettono in connessione e ne scaturisce un’immagine chiarissima che comprende tutto.

Da bambina quando mi chiedevano che mestiere avrei voluto fare, rispondevo il camionista, tra lo stupore di tutti.

Per tutta la vita, a qualunque persona mi chiedesse che animale avrei voluto essere, ho sempre risposto convinta la stessa cosa. Alle volte lo chiedevo io agli altri solo per ribadire il mio sentire.

Avrei voluto essere un uccello migratore. Non ho mai avuto altra visione di me: uccello migratore.

A ben vedere è, in fondo, la stessa identica cosa. Il concetto non cambia. Questa mia dichiarazione entusiasta e convinta, non ha mai incontrato altrettanta passione negli altri. Tutti avrebbero voluto essere leoni, aquile, cani o pantere. Non ho mai conosciuto uno speranzoso serpente, né un aspirante minuscolo moscerino e neanche un impavido e sprezzante delle strade, riccio. Ma neanche nessuno che avrebbe voluto essere un uccello migratore.

Andare e tornare, come un onda, come una culla, come entrare in un abbraccio e uscirne per poi ritornare in quell’abbraccio. Tra il “vai e vieni”, c’è il mondo e la vita.

Da bambina abitavo a Gemona (poi mi sono trasferita a Udine per un po’) e sognante mi sedevo sulla mia terrazza sul mondo, con le gambette fuori dalla ringhiera, a guardare i rondoni. Arrivavano intorno a maggio e sembravano felici, anzi, festosi. Roteavano nelle sere tiepide, facendo caroselli rumorosi. Sfilavano la terrazza, le mie gambe, i tetti vicini. mi Il mio papà mi spiegava che sfrecciavano in cerca di cibo, io lo ascoltavo, un po’ anche gli credevo, ma a me sembrava fosse semplicemente, meravigliosamente il loro modo di giocare.

Poi in un certo giorno, senza alcun preavviso per me piccolina che ancora non avevo capito che anche le stagioni vanno e vengono, sparivano tutti insieme.

La mia terrazza sul mondo riprendeva la calma abituale, scandita ritualmente dal richiamo delle tortore, che hanno sempre abitato gli alberi attorno e da qualche cinguettio degli uccelli stanziali, passeri, cince, pettirossi. Le piastrelle si facevano fredde, uscire diventava più raro. Ricordo bene che con quelle mie gambette penzolanti, con l’idea di quasi volare, li pensavo. Pensavo dove erano volati lasciandomi in quella calma appena appena mossa più dalla mia curiosità che dalla realtà animata. Pensavo al loro andarsene. Non era per me, una partenza triste, perché sapevo sarebbero tornati. Io li aspettavo silenziosa, guardando lo spettacolo davanti a me, cercando di scorgerli da lontano, di immaginare dove fossero a festosamente vorticare nell’aria.

E a ogni primavera, immancabili, tutti insieme, sono tornati. Sono tornati anche quando il mio paese è stato stravolto dal terremoto, e non c’erano più le terrazze, i tetti, né le mie gambette da sfiorare. Sono tornati mentre le case tornavano a crescere, e vorticavano tra le mille gru issate. Sono tornati anche quando la ricostruzione è finita e ora, che la mia terrazza sul mondo è qui da tanti anni, come prima dell’Orcolat (Orco, nome che abbiamo dato al terremoto noi di qua), sfrecciano festosi ogni sera ora come allora. Poi vanno.

Ecco ho realizzato il mio desiderio di essere uccello migratore, rondone tra i rondoni.

Sono andata e tornata. Ho volato anch’io tra mille realtà e mille luoghi.

Infine, sono ancora qui, sulla mia meravigliosa terrazza sul mondo.

Sono davvero fortunata.

sdr

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *