Sulla vita e, dunque, sulla morte

Lampedusa Gemona

Da bambina, lo ricordo bene perché avevo paura di essere scoperta, giocavo alla morte. Alle volte morivo io, alle volte morivano gli altri, fossero Sheila, la mia bellissima bambola con lunghi capelli rossi, o qualche altro pupazzetto. Il gioco consisteva nel mettere in scena il momento degli ultimi desideri e rivelazioni.

Se ero io, platealmente mi distendevo, immaginavo qualcuno vicino a me a cui svelare qualcosa di assolutamente clamoroso e chiedere di portare saluti e baci alle persone a cui tenevo. Spesso erano il mio papà e la mia mamma.

Se a morire era qualcun altro, diventavo io quella persona prescelta per essere depositaria di quel racconto segreto e la messaggera di quei saluti e baci.

Ma cosa mi ha sempre attratto della morte?

Il mistero e la potenza. Il viaggio, l’avventura, anticipare una conoscenza che potrò avere solo al momento del morire. E la convinzione che senza la prospettiva della morte, mi pare davvero inutile vivere.

Con una velocità incredibile sto terminando il mio viaggio, quello da Lampedusa a Gemona. Con altrettanta velocità sto percorrendo la vita, solo che, in questo caso, non c’è nessuno che mi abbia segnato le mappe del percorso, non conosco le mete successive, né quante saranno. Di sicuro ci saranno anche tappe tristi, ma per ora insieme ad augusto abbiamo ancora obiettivi felici, come il risanamento a nuova vita di una vecchia casa. Rimettere in gioco cose abbandonate, è l’azione che preferisco.

Ieri ascoltavo un audiolibro di Concita Di Gregorio, Così è la vita, sull’argomento morte e c’è stata una frase, tra le tante, che mi ha fatto molto pensare. In quelle pagine si rifletteva su come parlare della morte ai bambini, e della risposta data da una madre al proprio figlio sull’argomento: si muore quando si è finito di vivere.

Spero che la morte, arrivi quando la mia vita è finita. Spero che sia come nei miei giochi di bambina, che arrivi lasciandomi il tempo di aggiustare le cose incrinate o rotte, il tempo e la lucidità di capire cosa mi capita, e condividere con qualcuno, questa mio ultimo atto di esperienza.

Anche lo scorso viaggio, ho pensato alla morte, consapevole di essere fragilissima con la mia bici su strade non fatte per noi ciclisti. Basta una portiera aperta distrattamente, un auto che esce da un crocicchio o da uno spazio privato, basta un cretino che supera su una strada stretta, non considerandomi visto che non ho l’ingombro di un’auto, basta una buca o un taglio profondo sulla strada e la mia vita potrebbe finire. Viaggiando in bici, si sente forte la fragilità. Con la bici si è in equilibrio su due punti, pochi centimetri, che fanno volare. Cosa serve a cadere? poco.

Spesso andando in strade che dir pericolose è poco, ho immaginato di cadere ed ho immaginato che il traffico veloce che mi sfiorava, non avrebbe fatto in tempo a schivarmi, e sarei rimasta a bordo strada come i tantissimi animali morti incontrati. Nel Eleganza del riccio, c’è una meravigliosa descrizione della morte della protagonista, che mi è rimasta in mente. La morte è arrivata improvvisa, con sorpresa e l’ha colta mentre attraversava una strada. Avrei sentito anch’io, se fossi caduta, l’odor dell’asfalto come ultimo odore?

Per qualcuno questo della morte è un pensiero triste o addirittura angoscioso. Per me non è così, non sono depressa, non ne parlo perché ho l’umore sotto i piedi. Io preferisco parlarne per prepararmi, per aspettare quel momento con curiosità.

Ogni tanto penso che ho vissuto tanto, ho vissuto intensamente, ho anche vissuto abbastanza. Tutto quello che verrà, è regalato.

Come sempre è straordinario quel che succede in ogni momento in cui ci mettiamo in condizione di disequilibrio consapevole. Un viaggio così grande, è mettersi in questa condizione. Un viaggio così, fa pensare ai fondamentali della vita che sono la vita stessa, il suo senso, il senso del nostro passaggio, la morte e l’amore.

Io amo la vita, e dunque, penso, non con paura, all’atto che si dice ultimo (ma chissà).

E mi dispiace non ricordare quando son nata, perché probabilmente anche quell’atto è la fine di uno stato e il passaggio ad un altro. M’immagino che la morte sia così.

Siccome sono “quasi” arrivata, (ormai sono a Rimini) forse, non sarà su questi asfalti ancora lontani dalla mia terra che cambierò stato.

Scusatemi i pensieri sparsi…. quando si viaggia, si viaggia anche così.

Tranquilli tutti: presto parlerò dell’amore

2 thoughts on “Sulla vita e, dunque, sulla morte”

  1. Che bello quello che hai scritto! Anch’ io ci penso sempre e non sono depressa, credo sia semplicemente naturale pensarci. In realtà anch’ io vorrei prepararmi e però ho paura di non riuscire a fare tutto quello che vorrei. Vorrei morire quando la mia vita sarà finita, questo sì che sarebbe bello!

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