Grovigli e Matera

Lampedusa Gemona

Passano i giorni, scorrono i chilometri sotto le mie ruote e le sensazioni si affollano dentro di me. Spesso i miei pensieri s’impigliano su qualche particolare e chissà perché, si aggrovigliano e mi è difficile scriverne. Ogni viaggio è diverso, si dice. Ogni viaggio è diverso perché noi siamo diversi, credo. Questa volta ho voglia di casa, ho voglia di costruire da tutto questo blob, ancora indistinto, che dal primo viaggio in poi si è accumulato dentro me come giacimento di greggio. Servirà perforare, forse attraversare dolore e carne per recuperare tanta fortuna, ma se sarò capace di accedervi, allora sgorgherà acqua d’oro da lì dentro. Viaggiare così, è stato come vivere di più. Ogni centimetro della mia pelle è invecchiato non per il sole o per il vento che hanno voluto imprimere la loro forza, ma per tutte le espressioni nuove e inaspettate che di attimo in attimo si sono disegnate sul mio viso e per tutte le posizioni mai così tanto ripetute del mio corpo. Vivere di più, si può?

Credo di si. Credo che porsi in una situazione di disequilibrio, o incespicare nel disequilibrio che per vari motivi, la vita impone, faccia acuire ogni senso, concentri mente e corpo e li faccia rimanere allerta, attenti, vigili, finchè non si ritrova una sorta di nuova quiete. Questo è il mio secondo viaggio del disequilibrio, ma, in questo, ancora non ho trovato pace.

Panta rei.

Panta rei mi canticchio dentro su queste lunghe strade che nella mia fretta, perdono bellezza. E il proposito è  un sogno, me ne rendo conto. Qualcuno, più stolto, lo chiamerebbe delirio.

Mi sussurro, a volte proprio con la voce, vai, Mila, vai perché lo hai deciso, perché ogni confine deve essere attraversato, perché cavalchi una bicicletta magica. Vai perché puoi e vuoi andare. Fai che rimanga, come sulle mappe del giorno, segnate da Augusto, un impronta del tuo passaggio. Fai che quella scia lasci ovunque un varco per cuori, menti e persone e, invisibile, apra i confini. Segna con la tua bici che corre sul confine, l’apertura verso lo “sconfinato” mondo.

Oh, se ci penso, e non sempre ci riesco affollata dai miei grovigli, la strada torna lieve, la mia piccolezza trova un senso di umanità che la espande, la mia fretta e la mia paura scompaiono.

Lo avevo promesso, Matera, ne devo parlare.

Ho provato dolore, in quei sassi. Ho sentito forte la fatica per ogni spazio rosicchiato alla montagna. Ho immaginato quelle case brulicanti di persone, senza acqua o quasi, senza lavacri o quasi, senza spazi pubblici o quasi,  senza speranza o quasi se non quella affidata all’intimità delle piccole chiese, forse.

Ho immaginato la vita che trascorre in un susseguirsi di azioni di sopravvivenza, socchiudendo gli occhi, ho visto tutto, luci ed ombre, odori e grida, sorrisi e sapori. Ho sentito i sussurri d’amore, i figli nascere e crescere, la morte.

Ho visto tutto senza forse vedere niente di quel che tutti vedono.

La bellezza di Matera, per me, è questa: lì si sente la storia di chi l’ha abitata. Lì, quasi ovunque, si ha la sensazione di essere trasportati in un altro tempo e in un altro spazio. L’avevo già espresso anche per i paesaggi della Basilicata, intatti, quasi atemporali, emozionanti.

Il tempo è un gran abbuffone, si mangia tutto. Matera dovrà stare molto attenta a non diventare la Disneyland della passata povertà. In tanta bellezza, creata da tanto dolore (i sassi erano il luogo in cui c’erano tre volte più morti infantili per il mal-vivere che in tutto il resto del paese e per questo sono stati dichiarati inagibili nel 1952), c’è da avere, anche, muto silenzio.

Ho guardato e riguardato i particolari, per non perdermi la storia. Ho guardato i graffi sul tufo, e le malte povere in via di sgretolamento. Ho guardato i muschi e le muffe che abitano ancora quei luoghi, nonostante i tentativi di sradicamento, ho guardato il selciato dei vicoli, consunto non da sandali e scarpe da ginnastica ma da zoccoli di animali e da piedi nudi.

Guardando questo, sapevo di guardare qualcosa che potrebbe sparire, se non si presta attenzione, insieme al senso sacro di quel luogo. Le malte incerte, appena qualcuno ci metterà occhi e mano, saranno sostituite da malte “simil” incerte. Le muffe e i muschi, in centinaia di specie diverse tra loro, saranno combattuti dentro e fuori case e grotte con ogni sostanza possibile, fino ad annientarli o quasi, Lì era la mia attenzione. Su quei graffi sudati, su quell’umidità corretta da nuovissimi sistemi di sanificazione, su quel selciato liscio, che, se avvertito come troppo scivoloso, potrebbe essere bocciardato per il bene dei portatori di quelle voci forestiere tra i vicoli, provenienti da altri mondi corretti.

E’ il tempo che passa visto dalla mia particolare deformazione: in ogni traccia lasciata dall’uomo, sia  essa paesaggio, città, opera d’arte o scrittura, io ci vedo l’uomo che ha mosso le sue mani per farla. Deformazione incontrollabile.

Ho preso il libro di Carlo Levi, Cristo si è fermato ad Eboli. Credo di averne letto qualche brano a scuola. Ora è tempo di leggerlo tutto.

Matera è bella. Matera custodisce un sussurrato dolore che come fiume carsico, scorre incessante nelle sue caverne. Matera è Matera.

cof

2 thoughts on “Grovigli e Matera”

  1. Che meraviglia Mila! A volte serve l’occhio di un viaggiatore a ricordarci la preziosa perla che abbiamo sotto i piedi e sopra la testa.

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