Mila stanca di viaggio

Lampedusa Gemona

Mentre andavo, ieri, stanca di viaggio, ho iniziato ad appuntarmi le riflessioni, registrandole in piccoli spot. L’ho fatto con l’intenzione di recuperarle poi, nel momento in cui finalmente avrei potuto scrivere. Non mi è facile scrivere in questo viaggio di ritorno e ho una mano faloppa, che mi fa molto male e un ginocchio che ha risvegliato una brutta ammaccatura fatta a Trento (Trento lascia le sue tracce, positive e negative). Comunque, con un pelino di ritardo, sto continuando il mio viaggio. Augusto come la scorsa volta mi ha preparato tanti A4 con il percorso della giornata da tappa a tappa, che puntualmente, io trasgredisco. Così, guardando questi fogli con brevi tratti, non mi rendo mai conto della totalità  viaggio già compiuto, ma il mio contachilometri dice che ho fatto esattamente 700 chilometri, che non sono pochi su 2200 totali. Sono quasi un terzo. Tra mille piccoli problemi, salite impetuose, batterie che si scaricano (mando ogni giorno accidenti arcobaleno a chi mi ha venduto una “batteria straordinaria” che non fa più di 40 km assicurandomi ne avrebbe fatti 1000 e 1000), cani e cagnetti, qualche camion che mi ha sfiorata, e tanti km scorsi sotto le mie ruote, sono a Crotone.

Sbirciando su internet la cartina completa d’Italia, ne ho fatta tanta di strada, mi sembra incredibile.

Oggi mi sono svegliata con un senso forte di inutilità, sia mia che del mio viaggio.

Perché fare una fatica simile?

A Matera, ci sarebbe dovuto essere qualche incontro, ma io non sono in grado di organizzarlo e il mio uomo all’Avana non è del settore. Matera è bellissima, ma si trova ad un dislivello importante (un pò meo di Gerace) e si trova al di fuori dal mio percorso, quindi, mi tocca rinunciare visto che non c’è nulla per cui debba andare. Sono un po’ avvilita in verità.

Ma poi, come quasi sempre succede quando mi prende lo sconforto, mi arrivano messaggi inaspettati. Oggi da Roberto, Bologna. Mi aspettano, dice. Ne sono felice. Capiterò là nella giornata mondiale della bicicletta, il 3 giugno. Ritroverò amici, una grande festa, i miei soci del Fareassieme FVG di gemona e con loro augusto, e una città che ho imparato ad amare.

Ci vado perché io c’entro con le Cucine Popolari che mi ha anche patrocinato il viaggio. Le cucine popolari sono una cosa bella di grande umanità e capaci di contribuire alla crescita di una comunità come la vorrei io, inclusiva e attenta a fare il possibile per appianare le diseguaglianze. Le Cucine Popolari, per chi non lo sapesse, si occupano di offrire un pasto caldo sia di fornelli che di affetto, a chi, magari momentaneamente, non dispone di soldi o di altra vicinanza umana.Questa realtà, è stata voluta da Roberto Morgantini, pazzo socio-visionario di Bologna, e gestita da tantissimi volontari. Attualmente, utilizzando il riuso alimentare (di sprechi ce ne sono tantissimi) offre circa 250 pasti al giorno, in un contesto laico, con spirito di servizio e di bene comune. ha unito tre bisogni in modo virtuale: offrire un luogo di civiltà in chi aveva perso le speranze, offrire un luogo in cui ci si possa sentir utili per tanti potenziali volontari, praticare, come etico comportamento, il riutilizzo di tante cose che altrimenti andrebbero buttate. Si tratta di bene comune.

Quando si capirà che le differenze non aiutano nessuno, sarà sempre troppo tardi, ma arriverà quel momento. Prima ci sarà la guerra, che forse è già iniziata, perché alcuni vorranno tutto, ma poi si capirà, che non c’è bene senza bene comune, speriamo non sia troppo tardi.

Comunque mi porto appresso le Cucine Popolari nel simbolo di bandiera, perché lo trovo un esempio illuminante che dovrebbe diffondersi. E ringrazio l’inventore, che stimo e amo profondamente (ormai si è capito che “amo” un sacco di belle persone), che mi ha coinvolta fin dalla loro nascita, seppur da lontano.

E adesso parliamo di un’altra delle bandierine che ho sulla mia bici, quella di Le Parole Ritrovate. In questi giorni non si fa che parlare della legge 180, ieri, il 13 maggio, era il quarantennale. Ho visto distrattamente qualche tg e ascoltato qualche notiziario radio. Che noia. Santi numi, che noia, anzi, che dispiacere, anzi, che dispiacere misto a rabbia. Solo psichiatri che ne parlano, come fosse cosa loro, come se fossero loro i protagonisti. Basaglia non diceva questo.

Lavoro in salute mentale, ops, ahimè, in psichiatria, da moti anni. Sto compiendo questo giro anche per accendere interesse su questo argomento.

Non è stato immediato, ma quando sono arrivata in questo mio lavoro tra i matti, dopo una esperienza di anni con persone disabili e successivamente con anziani, quando sono arrivata qui, mi sono fermata, perché qui c’è l’ingiustizia pura, e mi pareva di dover restituire un pò di privilegi.

Qui si lavora con gli ultimi, anche se di ultimi c’è una lunga fila a ben vedere.

L’ingiustizia, non è data solo dalla cosiddetta “società”, dai pregiudizi che le persone esterne al problema sviluppano nei confronti di chi si comporta in modo non razionale e incomprensibile. Si tratta di qualcosa di più radicato, che ho continuato a vedere nei gesti e nelle parole di molti operatori, psichiatri e non.

Il pregiudizio annienta le persone. Le rende tutte uguali, solo la maschera di sé stesse, e i “pazienti” sono spesso visti così anche nei servizi. Tutti uguali. Alcuni, si dice, “ci fanno”. Ci fanno a far che? a fare i matti? a essere gli ultimi? a elemosinare qualche briciola? Santi numi.

Ho fatto fatica a starci. Ho fatto fatica ad accettare che tanti editti fatti in nome di chi è oppresso (la psichiatria ne è pena), senza l’oppresso, non hanno nessun senso. Anzi, ho capito che gli editti, spesso, sono soltanto un esercizio ulteriore di potere mascherato.

Molti anni fa ho incontrato uno psichiatra particolare. Predicava che chi ha un disturbo mentale ha delle risorse importanti, che per esso, come per tutti, il cambiamento è sempre possibile, che non c’è salute mentale senza fiducia e speranza. Sosteneva che l’esperienza di “utente” o famigliare, avesse un valore e che questo valore, fosse un valore anche per i servizi e per noi che ci lavoriamo. Usava parole semplici, per descrivere concetti complessi, e io lo capivo e lo capisco ancora.

Avevo ascoltato molti altri psichiatri, che sostenevano le varie lotte d’emancipazione senza che fosse prevista per nulla o quasi la partecipazione di chi doveva smettere di essere oppresso.

Beh, questo allampanato psichiatra, Renzo De Stefani, grande innovatore della Salute Mentale, mi ha insegnato  che la frase coniata dal mondo della disabilità è sacrosanta ancor di più in psichiatria: niente su di noi senza di noi.

Ho imparato di più dalle persone che avrei dovuto, per mestiere, riabilitare, che da tutti gli editti vetero-comunisti ascoltati. Sostengono cose sacrosante in verità, ma escludono la possibilità di accogliere il  pensiero di chi c’è dentro fino al collo, convinti come sono di avere l’assoluta ragione. Le parole ritrovate, che sventolano nella bandiera sulla mia bicicletta sono questo: mettersi a cerchio e ritrovare una possibilità di dialogo e di scambio, con la determinazione di avanzare assieme.

Crescere assieme è sempre possibile, se rimane come sfondo per tutti la fiducia e la speranza.

Forse questa mia fatica, ha senso. Forse….

2 thoughts on “Mila stanca di viaggio”

  1. Grazie Mila. Grazie di cuore. Le tue parole hanno un senso molto profondo. Ti seguo da molto…ma in silenzio…come sono fatta io. Mi verrebbe tanta voglia di urlare…a volte ne sento il bisogno. Ogni volta che vedo è sento…che qualcosa in questo mondo…non va. A fatica ogni giorno trovo la forza di guardare negli occhi le persone. Ma è sempre più difficile. Gli occhi parlano…ma ognuno ha la sua maschera e se la tiene ben appiccicata sul viso. Io non riesco…m soprattutto non voglio! Sono fatta così. Ed è per questo…che ogni giorno mi scontro con persone che mi giudicano, solo perché non sono uguale a loro. A loro chi? Mi chiedo io…nessuno è uguale a nessuno. Sono rimasta sola…ho perso tutti i miei cari. Sto combattendo con una malattia che mi porterà via la vista. Ma io combatto…e devo credere che qualcosa nei miei occhi rimarrà. Continua con forza…come sai fare tu. Io ti seguo.
    Sono una semplice donna…pianista…e un giorno, vorrei suonare per te. Lavoro in ospedale…ma ora si chiama Azienda…il nome dice già tutto. Ti racconterò il resto strada facendo. La tua strada. Il tuo percorso. Che è diventato anche il mio…il nostro. Un caro abbraccio.
    Sabina

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