Spiriti buoni e spiriti cattivi

Lampedusa Gemona

E’ straordinario come persone che nulla hanno a che fare col sociale, siano quelle che riescono a creare sinergie fuori dal comune. A Siracusa lo scorso autunno ho conosciuto Gianni, un signore che ha la “Ciclofficina popolare Gallaro” e da sempre sa metter mano suo ogni sgangherata o raffinatissima bici che gli arriva. tra le altre cose, restaura in modo impeccabile e da artigiano di altri tempi, biciclette antiche. E’ il presidente (lui dice che no, la sua, dice, non è presidenza) della Fiab locale.

Cosa c’azzecca un bici-cultore-meccanico con le cose del mio viaggio oltre che per le bici?

C’azzecca eccome perché quella sua postazione, è diventata un centro di aiuto al trasporto per centinaia di “Niuri”, neri come si dice qui.

Ogni mattina, c’è un gruppo di ragazzi neri che lo aspettano e lui pazientemente aggiusta l’innaggiustabile, creando materialmente pezzi, inventandosi adattamenti (ruota di carrozzina per disabili al posto di ruota da bici ad esempio), costruendo, insieme al suo fabbro di fiducia, parti mancanti permettendo a queste persone, di inforcare il velocipede e recarsi nella campagna a lavorare. Lo pagano? poco, male, a rate, in misura senz’altro ridottissima, e alle volte (molte) per niente, vista la grande l’affluenza di questo tipo di clientela.

Mi diceva che quando è stato male, i niuri si sono tutti fatti vicino a lui, incitandolo a guarire presto e dandogli quell’affetto che un pò gli mancava.

Gianni mi ha chiesto di andare a Siracusa e di fermarmi un giorno con lui, in quanto socia FIAB, ed io ho l’ho fatto ed ho ricevuto molto molto da lui. Mi ha dedicato l’intera giornata. Mi ha portato a conoscere un suo amico prete protestante che, siccome era domenica, avrebbe detto messa e lo dovevamo aspettare all’uscita. Ho accettato volentieri, come cerco di fare sempre quando i miei ospiti, mi propongono “cose”.

Abbiamo aspettato più di due ore, ma ne valeva la pena.

La “chiesa” era in un vecchio e piccolo negozio con tanto di vetrina stipato di nigeriani, in un quartiere multietnico. Da fuori si sentivano canti e si intravedevano attraverso i vetri appannati corpi ballare. La stanza era pienissima e senza alcuna finestra, così ogni tanto qualcuno usciva sudato e ansimante a prendere un po’ d’aria.

Questa domenica c’era da far uscire gli spiriti maligni dal corpo di due ragazze. Abbiamo assistito a un rito di esorcismo collettivo incredibile. Tutta la comunità lì riunita, circa una cinquantina di persone, partecipava al rito con canti invocanti jesus e balli scatenati. Ore, tra urla disperate delle ragazze e canti a mani tese degli astanti. Una energia fortissima si sprigionava da quella stanza.

Il rito è durato molto, almeno tre ore. Alla fine le due ragazze stravolte sono state accudite fuori dalla stanza maternalmente da altre due donne che le hanno coccolate, rivestite, pettinate. Tutti erano provatissimi e tra me e Gianni ci siamo detti che davvero quel prete, si era meritato la paga: è stato ore ad incitare e combattere con gli “spiriti cattivi”, con una tenacia e una passione che mai avevo visto. Questi riti, ci spiegavano poi, sono molto importanti perché sciolgono il nodo che mantiene in schiavitù queste donne. Attraverso questa pratica, condotta insieme alla comunità, le ragazze ritornano libere dai malefici che le hanno portate via dalla Nigeria con l’inganno e rese schiave in Italia.

Ma quello che  in realtà ha fatto quel prete, è un grande lavoro su l’unità, sulla comunità, un gran lavoro di fareassieme. Tutti hanno concorso alla pari. Lui conduceva, ma tutti con le loro mani tese verso le donne, con quei canti ripetuti all’infinito, con quei corpi sudati ballanti, erano lì per salvarle.

Sentendole urlare, squotersi a terra, ansimare, inveire e pregare, e guardando la partecipazione così animata di tutti, mi sono chiesta se questa energia collettiva, non potrebbe far bene anche a molti dei miei pazienti. In fondo anche noi in salute mentale usiamo riti, solo che sono sbiaditi, mediati da farmaci, privi della ecclatanza della collettività, impauriti ed “educati”.

Un po’, solo un po’, il fareassieme, coi suoi cerchi di parola, ci assomiglia, ma solo un po’.

E’ che rendere protagonista qualcuno almeno una volta nella vita, metterlo al centro della comunità, abbracciarlo fisicamente e spiritualmente è, ne sono certa, terapeutico. Non siamo più capaci di farlo, semplicemente. Ci penserò. Grazie a padre David, alla sua piccola comunità nigeriana, ci penserò!

Fuori da questa povera chiesa-negozio, c’erano decine di biciclette rabberciate alla buona. Gianni le riconosceva una a una: le aveva aggiustate o regalate tutte lui. In silenzio. Per lui che è religioso, direi, con spirito francescano. Bellissima, umana e dolce persona Gianni.

Nel pomeriggio, sempre organizzato da lui, altro incontro importante con l’associazione Accoglie-rete, che si occupa di minori non accompagnati. Che lavoro che fanno, che competenze, che belle persone! C’è davvero necessità di far emergere e valorizzare tutte queste realtà italiane che fanno così tanto supplendo, a volte, ai “buchi istituzionali” d’umanità.

Segue l’indomani orrenda strada per Catania, ma questo è un altro racconto…

 

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