Salute mentale seconda puntata

storia a puntate

Ancora per molti giorni dopo, ho dormito poco e a singhozzo.

Ero in quello strano stato di eccitazione che precede qualsiasi grande avventura.Quello che mi era stato chiesto era apparentemente una cosa semplice: qualche ora di laboratorio “artistico” con persone con disturbo mentale. Per me era diventato un turbine, sapevo dipingere, restaurare, far ceramica, maglia, cucina. Con le mani, mi riusciva tutto facile, vedevo una volta come si faceva qualcosa, e incredibilmente sapevo ripetere i gesti senza fatica. Che cosa sarebbe stato più utile fare con persone “malate di pazzia”?

E che avrei potuto proporre a persone che non ragionavano, che avevano difficoltà di comunicazione, di relazione, di movimento.

Me li ricordavo i matti, anzi, le matte. Nella mia città c’era una sezione femminile staccata dal manicomio. Dal castello, sporgendosi da muretto, si potevano vedere quelle povere persone nel cortile.

Erano tutte vestite uguali di un colore non-colore. Alcune donne giravano lentamente senza sosta, altre stavano sedute qua e là chi sulle panchine di ferro, chi per terra. Nessuna di quelle donne aveva i capelli lunghi e ricordo bene, anche se le guardavo da lontano, che erano donne non più curate da donne. Ogni tanto, si sviluppavano improvvise scintille da chissà quale parola o evento e alti arrivano fino a noi improperi ed urla. Poco dopo tutto riprendeva lentezza e rassegnazione.

Noi bambini guardavamo giù, ma non ho nessun ricordo che da quel cortile ci fossero sguardi che salivano a noi, come se per tutte quelle persone, il mondo finisse sui confini di quel loro spazio sterrato.

Tra quelle donne, seppi più tardi, c’erano anche ragazzine poco più grandi di me. Ragazze entrate per troppa esuberanza o portatrici di deficit cognitivi. Da lassù non si vedevano differenze: erano tutte donne senza età, senza caratteristiche personali distintive, vestite uguali, con i capelli corti e spettinati, con la medesima necessità di attraversare la restante vita in un tempo che si ripeteva ogni giorno uguale. E io ora avrei dovuto lavorare con questa umanità. Di notte mi svegliavo sudata: avrei saputo raggiungere quei mondi?

I tempi della mia ansia e voglia, non hanno mai combaciato con quelli delle istituzioni, e neanche allora è successo. Ormai volevo iniziare, ma sembrava che niente si muovesse. Credo siano passati quasi due mesi in questo limbo d’attesa, due mesi lunghi alternati tra sicurezza e dubbio, tra entusiasmo e paura tra esagerazione e esasperazione.

Intanto creavo i miei piccoli oggetti, muovevo leggermente i pennelli, lisciavo con carta vetrata e sguardi amorevoli le mie produzioni e restavo apparentemente impassibile.

Dentro mi stavo caricando. Avevo deciso: sarebbe stata ceramica. Avevo deciso che sarebbe stato un laboratorio in cui ci si sarebbe messi in gioco sullo stare assieme recuperando quello che da bambina, da quel muretto, mi pareva perduto, ovvero il tempo e lo spazio. La lavorazione della terra mi permetteva esattamente questo. La terra ha le sue leggi che vanno rispettate per riuscire a ottenere risultati. Ci son tempi e misure insiti in quella lavorazione che possono restituire tempi e misure della vita.

Aspettavo. Desideravo sapere come si sarebbero svolti gli incontri, chi avrebbe partecipato, per quanto tempo si sarebbero protratti. Aspettavo e al contempo quasi non aspettavo più, visto il tempo che passava esattamente come in quel cortile, senza speranza.

E come avviene di solito quando tanto si aspetta, la notizia del primo incontro è arrivata in un momento di vuoto, in cui pensavo ad altro e tanta era la mia voglia di iniziare repressa, che quando mi è stato comunicato, non ho avuto quasi nessuna reazione manifesta. Mi aveva chiamato il riabilitatore “Ciao Mila, cominciamo? ti aspettiamo giovedì alle 10. Conoscerai le persone e ci indicherai cosa ti serve. Buon lavoro. Ciao”

Avevo ancora una volta risposto solo “ciao…si, ci sto” e riagganciando il telefono, forti e improvvise le domande del primo giorno si erano ripresentate uguali: ormai non potevo ritrattare, ma perché avevo accettato? sarei riuscita a governare la mia e l’altrui follia?

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