Salute mentale prima puntata

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prima puntata

Non era una gran giornata, la primavera ritardava e nel mio laboratorio c’era un’aria scura che lasciava uno strascico d’inverno su ogni cosa. Stavo dipingendo, come quasi ogni giorno. Era il tempo in cui facevo piccoli mobili per case di bambole. Le mie casette erano ricercate. Per terminarne una, tra pareti dipinte con piccoli quadri, orologi e altre amenità, tra piastrelle colorate di mille sfumature e i piccoli accessori confezionati e pitturati uno ad uno, ci voleva un tempo lunghissimo.

La porta del laboratorio, aveva un piccolo campanello che si azionava all’entrata dei potenziali clienti. In realtà era una stanza piccina e avrei dovuto accorgermi dell’entrata di qualcuno, ma quando mi lasciavo trasportare dal flusso della creazione, quando dipingevo, ero completamente persa nei miei pensieri e facevo davvero fatica ad accorgermi di quello che succedeva attorno.

Quell’uggioso giorno, era un giorno vuoto di persone. Io ero immersa corpo e anima nelle mie miniature. Mi piaceva dipingere cose piccine. Non sono mai stata piccola, neanche da bambina. Per tutta la vita sono stata “grande e grossa”. Mi sarebbe piaciuto essere esile e delicata, suscitare sussurri e carezze, intenerire, ma non ci ero riuscita: la genetica non si piega con la volontà. Così, con le mie manone grandi, fin da bimba mi ero specializzata a fare cose piccoline. Piccoli gioielli, erbe intrecciate, disegni e pitture in miniatura. Un mondo minuscolo fatto per la “me ideale”, piccola tanto da passare inosservata, nascosta nella mia timidezza rosa.

Quel giorno trascorreva così, col mio sguardo a spillo su infinitesimali particolari e le mani che muovendosi appena, tracciavano dei disegni sui piccoli cassetti dei comò, sulle madie delle cucinette, sui piccolissimi piattini di ceramica.

A un tratto con gran trambusto, senza che avessi nemmeno il tempo di sentire il campanello messo lì apposta per allertarmi, una voce famigliare e festosa mi ha travolto. Era Franco, un vecchio e casinista amico di mio papà. Non era solo. Ad accompagnarlo c’era un grande giovanotto che troppo presto si è presentato con un pò di alterigia, dicendo che si occupava di riabilitazione psichiatrica presso il Centro di Salute Mentale di Cremona. Franco era il primario di quel centro, lo sapevo, ma per me era semplicemente l’amico del mio papà che se n’era andato da poco. Con commozione me lo ricordava e solo la specificazione del giovanotto mi aveva di fatto, ricordato anche il suo mestiere, per me superfluo. Dopo battute, sorrisi, ricordi, improvvisamente, senza che nulla facesse presagire la domanda, Franco mi ha chiesto se mi sentivo di fare un laboratorio artistico al CSM, coi matti.

In silenzio mi ero persa a immaginare la scena. Mi capita sempre: basta poco per essere trasportata altrove dalla mia immaginazione e quella domanda mi aveva letteralmente de-localizzata. Sentivo che nel posto dov’ero finita c’era preoccupazione. Vedevo persone che usavano i colori come parole urlate troppo forte o emesse senza alcuna voce e vedevo me, inutile, che non capivo.

Che ne sapevo io di matti? poco e niente, tranne che io stessa non mi sentivo del tutto normale.

Quello che mi passava per la testa, lo dovevano aver visto anche loro, perchè, ritornata con la mente nella stanza, ho sentito che si prodigavano in mille rassicurazioni circa la sistemazione del laboratorio all’interno del CSM e la tranquillità delle persone con disturbo mentale coinvolte.

Come accade spesso nelle cose nuove che incontro, la curiosità si è accesa e ha preso il sopravvento. Senza pensarci molto, ho detto semplicemente “Si, ci sto”.

La notte non ho dormito. Forse ero stata una stupida a non prendere un pò di tempo per decidere, forse non sarei stata all’altezza, forse avrei incontrato insieme a quella delle persone con cui avrei lavorato, anche la mia follia.

 

 

 

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