La speranza è l’ultima a morire. Ma davvero. Quando muore, siamo morti anche noi. Pensavo oggi ad una cosa che avevo più volte letto sui libri, ed anche già incontrato, ma mai con la forza di un discorso di pochi giorni fa.

Un signora, ripeteva senza speranza appunto, che lei era una bipolare. Non diceva che era triste, che aveva paura, che si trovava in quel momento di vuoto che aveva già incontrato altre volte nella vita: continuava a dire solo che era bipolare.

Penso a come un’etichetta, detta da chissà quale medico in chissà quale premura, può restare appicciccata addosso in modo definitivo.

Non c’è dialogo con “una bipolare” ma neanche con un cardiopatico, diabetico, nevrotico. Tutto si appiattisce sulla diagnosi e su quel terreno, non ci si può mai umanamente incontrare.

molto facile è invece parlare con Cristina (nome inventato) che ha un problema relativo al suo stare in bilico tra l’essere piena zeppa di energie, idee, forza e altri momenti in cui si sente prigioniera di una forza maligna che adombra la vita.

Ieri ero ad un incontro con molti illustri psichiatri e tra i tanti argomenti trattati, in modo quasi casuale da uno di loro sono uscite le parole “dimissione” e “guarigione”. Prima era tutto un parlare di suicidi, ricoveri, tso, residenze e borse di lavoro.

Il disturbo mentale è una bestiaccia cattiva e quando morde, porta tanta sofferenza, ma non è per sempre.

si può “guarire”. Si può stare meglio, accettare i nuovi limiti che la patologia stabilisce, sfruttare il sapere dato dall’esperienza che ne deriva, avere interessi, affetti, passioni . Mi piace la metafora della bicicletta che dice che per restare in equilibrio ci si deve muovere. Se si è fermi , e una diagnosi è sempre ferma, c’è bisogno di un sostegno, di un aiuto. Si, si può fare, si può alzare lo stato di benessere di ogni vita e riprendere a muoversi. Si può, si può.

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