biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: agosto 2017

Le bici di una storia

Avevo una biciclettina azzurra da bambino, prima con le rotelline, poi con una sola rotellina e finalmente senza, con la quale scorazzavo per le strade del mio paese. Nel cortile di casa mia però, mi piaceva pedalare con una vecchia bicicletta marroncina da uomo, e mi mettevo tutta storta sotto il “cambron” per arrivare ai pedali. A ripensarci mi par impossibile di aver pedalato in quel modo, eppure ricordo che era divertente e andavo veloce. Verso i 10 anni ho posseduto una Graziella, anch’essa azzurra. Si piegava a metà, ma io non l’ho mai piegata. La bellezza di quella bici era che si andava agevolmente in due: uno si metteva in piedi sul portapacchi posteriore e si teneva alle spalle del ciclista. Era bello chiacchierare cos.
Per le superiori mi è stata acquistata una bicicletta da donna rosso scuro, Bianchi, con il manubrio cromato e dei freni cigolantissimi. Ci andavo a scuola rigorosamente senza mani. Spesso fischiettando. La “femminilità”, se mai è venuta, è venuta molto dopo. Alle volte, quando avevo necessità di una iniezione di autostima, a quei tempi prendevo la bici di mio papà, anch’essa Bianchi, ma nera e pesantissima. Cavalcandola mi sentivo grande e invincibile.
Tutte queste bici stavano, man mano che il tempo passava, ammonticchiate in un sottoportico polveroso, disposte l’una sull’altra come pagine di un libro che raccontava una bella storia. La mia storia. L’ultima della serie, quella che veniva usata al momento, era l’unica ad essere lucida e funzionante.
Il 6 maggio 1976, ha cancellato ogni cosa tangibile della mia abitazione, ed anche le bici. Ma nessun terremoto può cancellare i ricordi.  Oggi improvvisamente ho desiderato rivedere quelle biciclette e insieme a loro anche quella dello spazzino che ogni mattina vuotava i secchi e quella magica dell’arrotino che veniva raramente, ma quando arrivava era tutto un tramestio di forbici e coltelli da portare ad arrotare.
Così, mi son riproposta di cercare qualche bici vecchia. Ogni tanto, si ha bisogno anche di toccare oltre che sognare e ricordare.

Caldo polare.

E’ molto caldo. Molto.
Ieri passando su una strada arroventata, sono stata completamente avvolta dal caldo. Ero immersa in una temperatura così alta da parere finta, da farmi meravigliare.
Mi sono fermata e ho sentito tutto quel caldo con sensi e mente. Me lo son fatto entrare dentro. Per un momento mi son sentita un rifugio del caldo. E ho pensato all’inverno. A quando si passeggia con i piedi gelati, in quei giorni tersi o tutti grigi e freddissimi, magari agitati dal vento. Ho pensato alle mani fredde, al respiro che ghiaccia, alla pelle che tira.
Mi porterò in quei giorni il caldo che ieri mi son trattenuta. Lo ricorderò questo caldo e mi penserò immersa in questo caldo, e sarà esattamente un’inversione di sensazioni, come ho fatto ieri. Ripensando all’inverno, per un momento ho davvero sentito il refrigerio del freddo che mi ero impresso nella memoria. Ero immersa nel caldo estremo e sentivo il freddo estremo.
Ho un ricordo preciso: una giornata di vento e acqua, il mio dover raggiungere un luogo e i miei abiti insufficienti a proteggermi. Ricordo il vento gelido attraversare il cappotto e la pioggia bagnarmi la faccia, le mani, le scarpe. Mi ero anche allora fermata e concentrata sulle sensazioni fino a impararle a memoria. Me l’ero goduto tutto quel freddo, l’avevo interiorizzato, e a picimento posso ritrovarlo dentro di me, come sono solo i ricordi consapevolmente conservati.
Ci sono attimi che vanno appuntati, sottolineati, attimi a cui bisogna fare l’orecchietta.
Per un momento su quell’asfalto arroventato, ieri, per un momento mi è sceso lungo tutto il corpo un vivacissimo brivido di freddo.
Per un momento, fra 4 o 5 mesi, pensando a ieri, suderò un pochino.
Con la mente si può sempre giocare e il corpo, nel bene e nel male, la segue.

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