biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: agosto 2017

Qua e là, là e qua.

Scrivere, qua e là.

Ho creduto che questa mia trasferta trentina si potesse raccontare come un viaggio, ma non è così. Tutto è denso, colorato, pieno di contatti, distanze, furie, quiete e tanta solitudine. Di certo, di costante, ho solo me stessa e il mio sguardo obliquo. Non ho pace: quando son qua rimando a quando sarò là e quando son là a quando sarò qua.

A Trento la mia vita è incredibilmente piena e inaspettatamente vuota. Si divide nettamente in due: di giorno persone nuove, organizzazioni da esplorare, attività impensate da imparare, poi, la sera, il vuoto. Vago un po’ per la città, mi compro da mangiare, il giornale, chiacchiero con ogni persona che mi dà retta,  poi salgo i cinque piani che mi separano dal mondo e atterro in un luogo non luogo, in una casa non vissuta, vuota, ed abito il mio letto. Mi distendo, guardo un film, leggo un po’, chiamo casa, mangiucchio qualcosa, sonnecchio, mi sveglio a tratti con il desiderio senza sapore, di andare. Non ho idea di dove, ma andare.

Poi arriva mattina, e mi ritrovo senza riconoscerlo subito, nel letto della sera. Mi alzo contenta del giorno che mi aspetta. Incontro grappoli di persone e talvolta di qualche chicco mi riempio il cuore.

In 5 mesi completi di permanenza a Trento, solo una persona mi ha invitato nella sua casa, e per due volte ho cenato lì. All’inizio, pensavo di esser io sbagliata, poi mi han spiegato che qua, è così.

Renzo, il mio nuovo capo, ogni tanto,  mi sorride. C’è voluto tanto per guadagnarmi il sorriso, e ancora sento che c’è qualche resistenza, ma è un sorriso e se lo è veramente, sarà per sempre. Dal sorriso non si torna indietro.

A casa è tutto diverso. Tra la notte e il giorno la differenza è minore. Incontro persone anche qua, ma sono frutti singoli e distinti di cui conosco il sapore.

La mattina ha mille propositi che la notte  matura. La sera mille desideri che il giorno manipola.

La casa, la mia casa,  non è composta dal solo letto, ma da pavimenti, finestre, luci, panorami, quadri, mobili, stoviglie, profumi, voci. Vive di istanti che si susseguono incessanti e io sono parte cangiante e al contempo permanente di questo tutto.

Così dovrebbero esser le case di tutti, compresi quelli che non ce l’hanno, compresi quelli che arrivano da lontano, compresi quelli che in queste ore vagano senza pace.

Quando sono a Gemona, che è Casa, rimando lo scrivere per il troppo pieno, quando sono a Trento, lo rimando per il troppo vuoto.

Ho voglia, una voglia fortissima. Mi sembra di avere una molla che si sta caricando pronta a scattare. Partirò presto, lo so. Lo scrivere per me, è un viaggio, un sensuale viaggio nella mia carne, tra le mie ossa, sulla mia pelle.

 

Qual è il tuo progetto d’amore?

La domanda che ci pone Patch Adams.

Buongiorno mondo!
“Qual è il tuo progetto d’amore in questa vita?”
E’ uno dei quesiti che pone quasi ad ogni suo incontro Patch Adams.
E’ importante saperlo. Fa tenere la barra dritta e con l’andare degli anni si capisce che è veramente l’unica cosa che sa dare un senso al nostro passaggio.
Se ci ripenso non ho dubbi. Cercare per quanto mi è possibile di restituire ciò che mi è stato dato e pareggiare i conti. Sono una persona fortunata anche grazie a chi, in molti momenti della mia vita, mi ha allungato una mano. Senza quella vicinanza fisica e spirituale, forse non ce l’avrei fatta.
I
n questa vita, allungare la mano, offrire un appoggio, con le mie forze, è il mio progetto d’amore. Semplice.

Le bici di una storia

Tutte le mie biciclette.

Avevo una biciclettina azzurra da bambino, prima con le rotelline, poi con una sola rotellina e finalmente senza, con la quale scorazzavo per le strade del mio paese. Nel cortile di casa mia però, mi piaceva pedalare con una vecchia bicicletta marroncina da uomo, e mi mettevo tutta storta sotto il “cambron” per arrivare ai pedali. A ripensarci mi par impossibile di aver pedalato in quel modo, eppure ricordo che era divertente e andavo veloce. Verso i 10 anni ho posseduto una Graziella, anch’essa azzurra. Si piegava a metà, ma io non l’ho mai piegata. La bellezza di quella bici era che si andava agevolmente in due: uno si metteva in piedi sul portapacchi posteriore e si teneva alle spalle del ciclista. Era bello chiacchierare così.
Per le superiori mi è stata acquistata una bicicletta da donna rosso scuro, Bianchi, con il manubrio cromato e dei freni che cigolavano fortemente. Ci andavo a scuola rigorosamente senza mani. Spesso fischiettando. La “femminilità”, se mai è venuta, è venuta molto dopo. Alle volte, quando avevo necessità di una iniezione di autostima, a quei tempi prendevo la bici di mio papà, anch’essa Bianchi, ma nera e pesantissima. Cavalcandola mi sentivo grande e invincibile.
Tutte queste bici stavano, man mano che il tempo passava, ammonticchiate in un sottoportico polveroso, disposte l’una sull’altra come pagine di un libro che raccontava una bella storia. La mia storia. L’ultima della serie, quella che veniva usata al momento, era l’unica ad essere lucida e funzionante.
Il 6 maggio 1976, ha cancellato ogni cosa tangibile della mia abitazione, ed anche le bici. Ma nessun terremoto può cancellare i ricordi.  Oggi improvvisamente ho desiderato rivedere quelle biciclette e insieme a loro anche quella dello spazzino che ogni mattina vuotava i secchi e quella magica dell’arrotino che veniva raramente, ma quando arrivava era tutto un tramestio di forbici e coltelli da portare ad arrotare.
Così, mi son riproposta di cercare qualche bici vecchia. Ogni tanto, si ha bisogno anche di toccare oltre che sognare e ricordare.

Caldo polare.

Caldo polare.

E’ molto caldo. Molto.

Ieri passando su una strada arroventata, sono stata completamente avvolta dal caldo. Ero immersa in una temperatura così alta da parere finta, da farmi meravigliare.
Mi sono fermata e ho sentito tutto quel caldo con sensi e mente. Me lo son fatto entrare dentro. Per un momento mi son sentita un rifugio del caldo. E ho pensato all’inverno. A quando si passeggia con i piedi gelati, in quei giorni tersi o tutti grigi e freddissimi, magari agitati dal vento. Ho pensato alle mani fredde, al respiro che ghiaccia, alla pelle che tira.
Mi porterò in quei giorni il caldo che ieri mi son trattenuta. Lo ricorderò questo caldo e mi penserò immersa in questo caldo, e sarà esattamente un’inversione di sensazioni, come ho fatto ieri. Ripensando all’inverno, per un momento ho davvero sentito il refrigerio del freddo che mi ero impresso nella memoria. Ero immersa nel caldo estremo e sentivo il freddo estremo.
Ho un ricordo preciso: una giornata di vento e acqua, il mio dover raggiungere un luogo e i miei abiti insufficienti a proteggermi. Ricordo il vento gelido attraversare il cappotto e la pioggia bagnarmi la faccia, le mani, le scarpe. Mi ero anche allora fermata e concentrata sulle sensazioni fino a impararle a memoria. Me l’ero goduto tutto quel freddo, l’avevo interiorizzato, e a piacimento posso ritrovarlo dentro di me, come sono solo i ricordi consapevolmente conservati.
Ci sono attimi che vanno appuntati, sottolineati, attimi a cui bisogna fare l’orecchietta.

Per un momento su quell’asfalto arroventato, ieri, per un momento mi è sceso lungo tutto il corpo un vivacissimo brivido di freddo.

Per un momento, fra 4 o 5 mesi, pensando a ieri, suderò un pochino.

Con la mente si può sempre giocare e il corpo, nel bene e nel male, la segue.

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