Sono le otto e venti del mattino. Al bar del CSM di Trento ci sono una decina di persone che stanno chiacchierando davanti ad un profumatissimo caffè.  Qualche “buongiorno”,  “hai dormito bene”, qualche “come stai” e tanti sorrisi come in tutti i bar di quartiere del mondo. C’è chi cerca il caffè, alcuni, quelli più golosi, vengono attratti dalla fragranza di brioches  che  cuciono nel forno sprigionando un profumo che raggiunge ogni anfratto del CSM. Dal mio ufficio, il profumo e il brusio è forte. I sorrisi si immaginano tutti.

A servire i caffè sono persone che sono state assunte con la Legge 68, quella civilissima Legge che punta all’inserimento e all’integrazione lavorativa delle persone disabili e che qui in trentino ho visto funzionare, per quanto riguarda la psichiatria,  meglio che altrove. Altre sono invece persone che stanno facendo il percorso di riabilitazione lavorativa, e che usufruiscono non di una Borsa di Lavoro, come in molte realtà psichiatriche che conosco,  ma di una vera esperienza lavorativa in cui si pagano le ore davvero lavorate in una logica ancora una volta di responsabilizzazione e attribuzione di senso.

Un caffè al CSM. Idea semplice. Mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro per ottenere permessi, per comprare attrezzatura, per assumere le persone. Mi chiedo se questo ha a che fare con la psichiatria della Sanità dura e pura, quella che si occupa di budget, di tabelle, di farmaci più o meno costosi, di obiettivi da raggiungere.

Guardandomi attorno, so di essere atterrata in un luogo un po’ speciale e sono grata per questa opportunità che mi sta nutrendo.

Guardandomi attorno, vivendo da questo mio ufficio in modo quasi “trasparente”, mi accorgo che succede molto e che sì, tutto questo ha a che fare con la psichiatria, forse non solo con quella dura e pura, con quella delle “aziende sanitarie” che devono governare l’organizzazione e la spesa , e neanche con quella dei proclami, delle bandiere alzate e le baionette sui fucili. Ha a che fare con quella di comunità che mi è sempre piaciuta, che ho molto studiato e cercato di attuare in ogni mia azione, senza in realtà riuscirci bene. Ha forse un nome questa psichiatria: la chiamerei “psichiatria umanistica” parafrasando un importante  filone della cugina  psicologia.

In realtà questo nome non è nuovo. Venne coniato da White nel suo libro “Matti da slegare” che non ho mai letto in realtà perché non è facile da trovare, ma al di là di quello che ha scritto questo neurologo, facendo un parallelo con la Psicologia Umanistica posso senz’altro affermare che qui si fa, con determinata ricerca, la Psichiatria Umanistica. E quella di comunità, visto il vivace e continuo intreccio d’azioni col sociale  del trentino che è ricchissimo di realtà. Cosa significa?

Significa che un bar così concepito, non è altro che una delle applicazioni creative di questo filone umanistico che comprende azioni e pensieri che a me piacciono tanto, che sono nelle mie corde, intendo. La libertà innanzi tutto, la volontà di restituire una responsabilità alla persona interessata, il rispetto dei diritti personali  invalicabili se non per urgentissima e grave necessità affrontata con tanta precauzione, e come conseguenza di questi postulati, la valorizzazione di ogni risorsa personale, al di là delle dichiarazioni che facilmente si lasciano scrivere. E’ il tentativo costante, reiterato, fortissimamente voluto di un coinvolgimento continuo di utenti e famigliari alla vita del centro. Alla riunione del mattino, (che in ogni CSM da me  conosciuto è “proibita” ad utenti e famigliari)  entrano anche tutti gli Utenti e famigliari esperti, tutti i Famigliari Garanti (son tutte incredibili invenzioni di questo servizio) e i volontari. Per tutti loro si è provveduto ad un “permesso speciale”  sulla privacy  e alla sottoscrizione di un obbligo a mantenere il segreto professionale, che solo Dio sa quanto è costato anch’esso in termini di lavoro preparatorio. Qui è così. Si lavora per rendere reali quelli che altrove rimangono sogni.

La mia formazione è avvenuta a Trieste altra particolarissima realtà psichiatrica. L’attenzione lì si sposta più sul piano politico e di impresa sociale.  La volontà di incidere sullo stigma “di categoria”, e sulle differenze sociali che il disturbo mentale produce,  impregna le azioni pubbliche del Dipartimento. Tuttavia non si è mai visto nessuno lottare per i diritti di altri, e non sono certa  dell’efficacia di questa battaglia svolta prevalentemente dagli operatori. I diritti, ne sono convinta, vanno conquistati da chi ne è privato per qualche motivo. Chi non vive la deprivazione sulla propria pelle può solo facilitare il processo,  combattere a fianco, ma non “al posto di”.

A Trento non c’è questo “senso di lotta”. Qui si fanno piccole (?!) cose quotidiane per far si che utenti, famigliari  e operatori assieme abbiano uno spazio di potere e responsabilità. Sono azioni oneste lo si capisce dal fatto che questa libertà distribuita spesso coincide con la riduzione di quella degli operatori. Si sta attenti all’uomo, all’umanità nella sua interezza  attraverso piccole attenzioni e grandi vicinanze. Se mai fosse stato possibile unire queste due vocazioni, e dopo anni di tentativi mi pare  non sia proprio possibile, l’eredità di Basaglia sarebbe stata onorata pienamente. Diritti sociali, diritti personali e umanità e perché no, sorrisi e caffè.