biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: giugno 2017

Aprire alla fiducia e alla speranza

Dal mio ufficio al centro di Salute Mentale di Trento, si percepisce l’umanità. Fuori, scorrono come un fiume storie di vita di persone che vengono qui per incontrare il medico, gli educatori, gli infermiere o gli UFE, ed anche quella di tutti coloro che qui lavorano anno dopo anno, ed anche quella delle decine di persone che ogni giorno entrano per studio o curiosità. Ogni giorno decine e decine di incontri, di parole, di storie s’intrecciano nelle varie stanze. Fuori da ogni porta, c’è l’orario dei vari incontri, senza nomi, ma con l’indicazione del motivo dell’incontro: Gruppo AMA Accoglienti, Gruppo AMA UFE Front Office, Redazione Liberalamente, ecc.

Acronimi, sigle, che io faccio ancora fatica a capire, ma qui, sembra che tutti le conoscano bene.

Sopra , nella spaziosa stanza d’aspetto fuori dagli ambulatori, tante persone che aspettano e svariate suggestioni attorno: frasi stimolanti, quadri colorati, informazioni sulle attività del CSM. Più in là, il Centro Diurno. Entrando c’è un video con pagine che scorrono che mostra le varie iniziative della settimana, le uscite, gli eventi, i contributi esterni. Anche lì le persone si muovono con tranquillità, senza grandi emozioni apparenti. Anche lì, l’informazione aggiornata e puntuale è a disposizione di tutti.

Ogni tanto a sollevare un po’ di polvere, arriva qualcuno con un tono di voce alta, ma nessuno reagisce o quasi, e gli animi si calmano presto. Le porte, tranne quelle degli ambulatori o delle verifiche personali dei Percorsi di Cura Condivisi, son tutte aperte, nessuno si nasconde dietro e i temi che si dibattono, alle volte molto scottanti e strategici, sono a “disposizione di tutti”. C’è misura e discrezione sia in chi parla che in chi ascolta. Ieri abbiamo avuto un incontro con tutti gli Stakeholders (parolaccia inglese imparata qui traducibile con “portatori d’interessi comuni) del SerD e senza se e senza ma, si è chiesto se desideravano entrare nella mailing list dell’Area di Salute Mentale, che è organo apicale dell’ Azienda sanitaria. Tutti hanno accettato volentieri e oggi inizieranno a ricevere come tutti noi, tutte le e-mail.

Penso al mio essere operatore di comparto (non dirigente) e di quanta fatica  ho fatto nella mia lunga vita lavorativa ad interpretare segni che senza alcune informazioni sono illeggibili: è così che si mantiene il potere. Escludendo. qui non è così, o lo è meno. Ha anche questo a che fare ancora e ancora con “le porte aperte” (oltre che reali e metaforiche, anche basagliane) ed ha a che fare senz’altro con la “fiducia e speranza” che impregna il modello relazionale scelto qui. Mi piace.

Fiducia e speranza, paiono due intenzioni buoniste e avulse dalla organizzazione di una azienda sanitaria ed invece, anche questo l’ho scoperto qui, sono alla base di molti studi di qualitologia. Con fiducia e speranza diffusa senza parsimonia, il clima del servizio cambia ed anche gli esiti del nostro lavoro. E’ la spinta ad orientarsi professionalmente e organizzativamente alla Recovery, entrata nella bocca di molti e uscita troppo poco nella pratica, che, se condotta con onestà, comporta una netta perdita di potere da parte dei sanitari, e si sa che il potere è duro da lasciare.

Così continua il mio viaggio. Son passati quasi tre mesi dalla partenza (da quando sono arrivata a Trento) e ad adesso mi sento arricchita di molti pensieri. Ogni luogo ha delle particolarità e risorse sue specifiche. Vedere molti servizi e realtà, e io l’ho fatto, permette di evidenziare il buono se si guarda con fiducia e speranza. Ci sto provando. Quel che sto imparando mi piacerebbe portarlo con me, seminarlo in altri terreni, contaminare altre realtà di Salute Mentale, ma forse non sarà così facile. Forse ogni mia riflessione sempre pronta a lasciare spazio al nuovo che avanza, forse, non interessa. Eppure credo che la psichiatria sia un’area così particolare e sia così fragile nei suoi assunti da aver necessità continua di confronto e scambio. Penso che dovremmo parlarci, conoscerci, sostenerci a partire da utenti e famigliari che per troppo tempo hanno subito tutte le decisioni imposte dai sistemi istituzionali sulla loro pelle.

Non c’è Salute Mentale se non Insieme.

Un caffè al CSM

Sono le otto e venti del mattino. Al bar del CSM di Trento ci sono una decina di persone che stanno chiacchierando davanti ad un profumatissimo caffè.  Qualche “buongiorno”,  “hai dormito bene”, qualche “come stai” e tanti sorrisi come in tutti i bar di quartiere del mondo. C’è chi cerca il caffè, alcuni, quelli più golosi, vengono attratti dalla fragranza di brioches  che  cuciono nel forno sprigionando un profumo che raggiunge ogni anfratto del CSM. Dal mio ufficio, il profumo e il brusio è forte. I sorrisi si immaginano tutti.

A servire i caffè sono persone che sono state assunte con la Legge 68, quella civilissima Legge che punta all’inserimento e all’integrazione lavorativa delle persone disabili e che qui in trentino ho visto funzionare, per quanto riguarda la psichiatria,  meglio che altrove. Altre sono invece persone che stanno facendo il percorso di riabilitazione lavorativa, e che usufruiscono non di una Borsa di Lavoro, come in molte realtà psichiatriche che conosco,  ma di una vera esperienza lavorativa in cui si pagano le ore davvero lavorate in una logica ancora una volta di responsabilizzazione e attribuzione di senso.

Un caffè al CSM. Idea semplice. Mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro per ottenere permessi, per comprare attrezzatura, per assumere le persone. Mi chiedo se questo ha a che fare con la psichiatria della Sanità dura e pura, quella che si occupa di budget, di tabelle, di farmaci più o meno costosi, di obiettivi da raggiungere.

Guardandomi attorno, so di essere atterrata in un luogo un po’ speciale e sono grata per questa opportunità che mi sta nutrendo.

Guardandomi attorno, vivendo da questo mio ufficio in modo quasi “trasparente”, mi accorgo che succede molto e che sì, tutto questo ha a che fare con la psichiatria, forse non solo con quella dura e pura, con quella delle “aziende sanitarie” che devono governare l’organizzazione e la spesa , e neanche con quella dei proclami, delle bandiere alzate e le baionette sui fucili. Ha a che fare con quella di comunità che mi è sempre piaciuta, che ho molto studiato e cercato di attuare in ogni mia azione, senza in realtà riuscirci bene. Ha forse un nome questa psichiatria: la chiamerei “psichiatria umanistica” parafrasando un importante  filone della cugina  psicologia.

In realtà questo nome non è nuovo. Venne coniato da White nel suo libro “Matti da slegare” che non ho mai letto in realtà perché non è facile da trovare, ma al di là di quello che ha scritto questo neurologo, facendo un parallelo con la Psicologia Umanistica posso senz’altro affermare che qui si fa, con determinata ricerca, la Psichiatria Umanistica. E quella di comunità, visto il vivace e continuo intreccio d’azioni col sociale  del trentino che è ricchissimo di realtà. Cosa significa?

Significa che un bar così concepito, non è altro che una delle applicazioni creative di questo filone umanistico che comprende azioni e pensieri che a me piacciono tanto, che sono nelle mie corde, intendo. La libertà innanzi tutto, la volontà di restituire una responsabilità alla persona interessata, il rispetto dei diritti personali  invalicabili se non per urgentissima e grave necessità affrontata con tanta precauzione, e come conseguenza di questi postulati, la valorizzazione di ogni risorsa personale, al di là delle dichiarazioni che facilmente si lasciano scrivere. E’ il tentativo costante, reiterato, fortissimamente voluto di un coinvolgimento continuo di utenti e famigliari alla vita del centro. Alla riunione del mattino, (che in ogni CSM da me  conosciuto è “proibita” ad utenti e famigliari)  entrano anche tutti gli Utenti e famigliari esperti, tutti i Famigliari Garanti (son tutte incredibili invenzioni di questo servizio) e i volontari. Per tutti loro si è provveduto ad un “permesso speciale”  sulla privacy  e alla sottoscrizione di un obbligo a mantenere il segreto professionale, che solo Dio sa quanto è costato anch’esso in termini di lavoro preparatorio. Qui è così. Si lavora per rendere reali quelli che altrove rimangono sogni.

La mia formazione è avvenuta a Trieste altra particolarissima realtà psichiatrica. L’attenzione lì si sposta più sul piano politico e di impresa sociale.  La volontà di incidere sullo stigma “di categoria”, e sulle differenze sociali che il disturbo mentale produce,  impregna le azioni pubbliche del Dipartimento. Tuttavia non si è mai visto nessuno lottare per i diritti di altri, e non sono certa  dell’efficacia di questa battaglia svolta prevalentemente dagli operatori. I diritti, ne sono convinta, vanno conquistati da chi ne è privato per qualche motivo. Chi non vive la deprivazione sulla propria pelle può solo facilitare il processo,  combattere a fianco, ma non “al posto di”.

A Trento non c’è questo “senso di lotta”. Qui si fanno piccole (?!) cose quotidiane per far si che utenti, famigliari  e operatori assieme abbiano uno spazio di potere e responsabilità. Sono azioni oneste lo si capisce dal fatto che questa libertà distribuita spesso coincide con la riduzione di quella degli operatori. Si sta attenti all’uomo, all’umanità nella sua interezza  attraverso piccole attenzioni e grandi vicinanze. Se mai fosse stato possibile unire queste due vocazioni, e dopo anni di tentativi mi pare  non sia proprio possibile, l’eredità di Basaglia sarebbe stata onorata pienamente. Diritti sociali, diritti personali e umanità e perché no, sorrisi e caffè.

 

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