Avere un mese per conoscere tanti servizi psichiatrici. L’ho già fatto l’anno scorso, ora lo rifaccio non in bicicletta percorrendo l’Italia, ma dal mio nuovo luogo di lavoro, Trento,  cogliendo tante e tante differenze tutte esistenti nella medesima regione.

Ogni servizio, dappertutto, ha delle derive, delle zone d’ombra, ma ogni servizio ha soprattutto tante piccole e grandi luci che brillano. Incontrando le differenze si può davvero gustare un sapore buono, composto da tanti ingredienti unici e irripetibili.

Naturalmente le mie  visite alle UOP (Unità Operativa Psichiatrica) sono del tutto superficiali e io riesco ad osservare solo quello che i miei sensi, la mia cultura e quel che sono, possono cogliere. Non conosco la storia, non conosco il percorso, la crescita o l’involuzione dei gruppi di lavoro, non conosco le statistiche di ricoveri ed uso dei farmaci né la soddisfazione degli utenti o la loro solitudine. Non conosco le lacrime né i sorrisi di quelle storie, posso solo cogliere una sorta di “istantanea” che rende l’immagine del qui ed ora. Tuttavia, vedendo tante e tante realtà in una vita e tante concentrate, come ora, in poco tempo, credo si affini l’occhio, per così dire.

La cosa che più di ogni altra da tutti questi approfondimenti mi pare importante è che il clima del gruppo di lavoro sia un clima di fiducia reciproca, di apertura, e di orgoglio anche. Ho incontrato anche la maldicenza, l’invidia, la difesa e l’arroganza, ma sono ben allenata, provengo da scuola lunghissima che mi ha fortificato e di certo non mi spaventa più. Ho capito da molto tempo che dietro questi atteggiamenti aggressivi e disfattisti c’è sempre una gran paura.

Per fare il mio volo, non mi è stato dato alcun suggerimento. Sono grata per questa libertà. Potevo osservare in tanti modi diversi. Ho scelto di cercare come un cercatore d’oro, solo le pepite. Ho scelto di setacciare e gettare sabbia e acque, tenendo in ogni dove solo quei piccoli pezzetti lucenti, fatti del medesimo metallo che una volta raccolto, potrà forse fondersi e diventare un bellissimo tesoro comune.

E’ questo che ero chiamata a fare? non lo so.

So che ogni volta che varco la porta di un servizio, sono emozionata. In ogni equipe c’è tanto lavoro, si vede. C’è fatica e soddisfazione, creatività e tradizione, paura e coraggio, nei gruppi litigiosi e incazzosi, si aggiunge a questo anche la stanchezza della rabbia, che sfianca e avvilisce.

E gli Utenti incontrati? Anche loro sono diversi in ogni dove. Anche loro si trasformano.

Ed è in questa considerazione che si annida la speranza.

Se le persone che vivono il disturbo mentale cambiano al cambiare della filosofia di servizio, delle attività offerte, del rispetto e dell’attenzione, allora davvero dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarci, perchè come diceva il mio caro Salomon Resnik, il bene (ammesso che sia bene) è nemico del meglio.

Un medico del mio servizio, a proposito del mio raccontare le cose belle incontrate nei miei giri di salute mentale, mi ha detto un giorno che “è vero che c’è di meglio ma che c’è anche tanto peggio”. Brutta frase.

Io credo che abbiamo il dovere morale ed etico di studiare, di conoscere, di contaminarci con umiltà, con chi ha saputo fare qualcosa di valido, anche se ci è antagonista (ma perchè poi in psichiatria ci sono gli “antagonisti”? non è che ci sia un narcisismo diffuso tra chi vuol “curare” la vita degli altri?). Abbiamo il dovere morale perché lavoriamo con le persone e le persone stanno bene o male in funzione di quello che facciamo, in funzione del grado di coinvolgimento che pratichiamo, in funzione del rispetto e dell’accoglienza che offriamo.

Sono fortunata. O forse sono solo una persona che mantiene la capacità di meravigliarsi, e allora sì che sono fortunata davvero.

Popolo del Fareassieme Friulano, venite a Gemona al giro d’Italia di Parole Ritrovate: ci racconteremo pepita dopo pepita.