Buongiorno mondo!

Spesso si categorizzano le persone con un aggettivo/sostantivo totalizzante.

Quando si tratta di Salute Mentale, c’è sempre di mezzo il  pregiudizio perchè sentirsi dare del “matto” o, detto più scientificamente, dello psicotico, non è mai un facile ascoltare.

Sentire di essere diversi dagli altri, di aver bisogno di un supporto per potersi orientare nella realtà che pare uguale per tutti tranne che per sé stessi, rende la vita molto dura e si inizia ad interiorizzare la paura di essere matti sul serio e si percepisce che essere matti sia una cosa di cui è bene vergognarsi (lo stigma lavora impertinente e profondo). Ed è così che ci si ritrova non più persone, ma semplicemente “matti, psicotici, folli, fuori di testa” e pare che tutto si appiattisca completamente in questa condizione.

L’altro giorno ero in uno di quegli incontri a cerchio che tanto mi emozionano sempre, in cui tutti, con generosità, si rivolgono agli altri aprendo un pò dello scrigno che li contiene, offrendo qualcosa di sè stessi.

Eravamo in un luogo doloroso, un reparto psichiatrico dove vengono ricoverate persone in crisi, in stati acuti di dissociazione e agitazione, in situazioni di tanto grave disperazione (o aggressività auto diretta) da essere a rischio di suicidio o in condizione di così  tanto spavento, da dover per forza aggredire tutti. Un reparto “complicato” insomma.

In quel luogo, (mi viene da sorridere di gioia se ci penso), si tiene una riunione settimanale di Recovery, ovvero un momento in cui si parla dei principi della “ripresa”, disequilibrando la dimensione tempo verso la dimensione di “speranza”, che vive e si nutre di futuro, con persone in quel momento di-sperate. Parlando di questo sforzo contro corrente, deragliando un pò il discorso, mi viene in mente ora, ne “La fata Cherubina” di Pennac, quel passo che racconta che ad ogni ingresso in casa di riposo, come primo approccio, c’era qualcuno che offriva la lettura della mano. Geniale, sovversivo e folle atto, simile alla riflessione sulla recovery di quel reparto.

Uno dei  principi che appunto si stava leggendo quel giorno, diceva all’incirca “Io non sono la malattia. Oltre la malattia c’è molto di più”.

Una signora che fino a quel momento se n’era stata silenziosa e trasparente, ha detto “è vero”.

Tutti l’abbiamo guardata. Era una signora sui sessant’anni, con i capelli grigi, piccola. Tutto in lei era assolutamente “normale” di quella normalità superficialmente uguale a tutti, fatta di piatti da lavare, telefonate ai parenti, pentole e panni stesi, quotidianità senza sbalzi. Tutto, tranne il luogo dove in quel momento sedeva, in quel cerchio dove aleggiava il disturbo mentale e riguardava ognuno degli astanti.

La signora ha iniziato a raccontare che anche in lei, c’era un “pezzetto che non andava”, accompagnando questo suo dire con un gesto di mano, con indice e pollice ravvicinati, perché quel pezzetto era proprio piccolo, diceva.

Ha raccontato allora un po’ della sua storia, introducendo qua e là, sempre lo stesso gesto e la stessa frase. Quel “pezzetto che non va” era il disturbo mentale e spuntava come erba selvatica indesiderata sulla strada della vita. In mezzo a buche, sconnessioni, curve pericolose, proprio dove il terreno si faceva più sconnesso, ecco spuntare quel “pezzetto che non va”.

Quel pezzetto diventava però il tutto. Guardando indietro, diceva la signora, non vedeva altro che questa erbaccia che rovinava l’intero tragitto percorso. I tratti puliti, facili, felici, venivano inquinati aggressivamente da quel pezzettino mimato col gesto.

Si, è vero: un pezzetto di disturbo non può annullare tutto il resto. L’amore, la gioia, le esperienze belle e brutte della vita vissuta non sono quel pezzettino, diceva. Sono anche quel pezzetto ma non solo, diceva.

E’ come se in quel preciso momento se ne fosse resa conto e improvvisamente avesse rivisto tutto il resto. Quel pezzetto se ne stava in quel momento confinato tra indice e pollice in quel gesto. Piccolo seppur ingombrante, ma circoscrivibile e meno pauroso. Recovery.

Piccola nota per i miei colleghi: non dimentichiamolo mai! Oltre la follia, c’è molto, molto di più e se non sappiamo vederlo nelle persone che incontriamo, allora siamo noi a deformare la realtà, siamo noi i folli  e non chi abbiamo davanti.

Guardavo la piccola signora mentre lo ripeteva e, come sempre è nei cerchi, pensavo anche a me.

Ho anch’io un “pezzetto che non va”, come tutti forse. Per me non è la follia, o almeno non quella conclamata, ma è una certa dissonanza d’armonia. Tuttavia so cantare. Ogni tanto stono un po’, ma canto a squarciagola quando posso e piano quando il mio canto può disturbare. Quando si richiede silenzio, fischietto tra me e me, sempre. Stonando un po’, questo è vero, ma non me ne vergogno più.

E che sarà mai un “pezzetto che non va” se riesco a cantare!

Tutti quei chilometri pedalati uno ad uno per perdonarmi, son serviti anche a questo, a riconoscermi come persona complicata che sa cantare.

Naturalmente, canto complicato.