Buongiorno mondo!

Un Centro di Salute Mentale è per molti un luogo di vergogna. Non si accettano volentieri le cure psichiatriche. La paura di esser giudicati “matti” è tantissima. La paura di entrare in quella categoria e di non uscirne più, ancora più grande. Il timore di essere trasformati dall’uso dei farmaci specifici, permane per sempre.

Chiudo gli occhi e rivedo i molti servizi incontrati. Anche quando complessivamente gli ambienti dedicati hanno un apparenza sanitaria, che non è in psichiatria un bene, ma abbastanza decorosa (non sempre è così, lo assicuro) c’è sempre qualche particolare con una certa incuria, qualche angolino dove si annida “l’indifferenza istituzionale”.

Attaccatei alle pareti ci sono spesso volantini superati e di eventi passati. In alcuni Centri, proprio all’ingresso, senza nessun rispetto della privacy di cui ci riempiamo spesso a sproposito la bocca,  sono esibite in bella mostra fotografie dell’ultima gita, dell’ultimo pranzo o incontro con utenti a cui quasi sicuramente non è statto chiesto il permesso di esposizione, o se è stato chiesto non è sicuro abbiano potuto negarlo, vista la nostra ingiusta disparità di forza. In altri le pareti sono tappezzate di avanzi di scotch, i muri sono sporchi e scrostati, i colori sono casualmente accostati. Perfino i cestini, in alcuni Servizi, sono istituzionali, con contenuti istituzionali, e incuria istituzionale. I tavolini che in ogni dove sono popolari, supportano di tutto, da vecchie riviste a pubblicità a fogli con frasi deliranti. Nessuno che ci lavora, vede più queste “Brutture”, ma chi ci entra per la prima volta ne viene soggiogato.

Spesso, una persona che entra, già con il suo carico di angoscia, non trova indicazioni chiare sul luogo delle varie funzioni del servizio e le persone si aggirano spaesate alla ricerca di qualcuno che possa dare loro una informazione.

Entrando ai CSM, in molti casi non c’è alcun accoglimento. Talvolta già al di fuori del Centro si incontra la disperazione, che aumenta la propria disperazione,  in persone che consumano sigarette senza potersi mai interrompere, come fosse quell’atto l’unico misuratore del tempo che passa inesorabile, immobile ed eterno come  un tempo svuotato di tempo (e la speranza, ogni forma di speranza, ha bisogno della dimensione temporale)

Mio papà, usava spesso i proverbi per farmi capire i concetti e me ne viene uno da questi primi giorni, perché quello che sto incontrando è davvero troppo. Direi “scopa nuova scopa ben”. Naturalmente ci saranno anche qui, come sempre è, cose migliorabili, ma …scopa nuova scopa ben e io per il momento, voglio godermi questo “ben”. Sono arrivata da pochissimo a Trento e la ostinata maniacalità messa a buon fine (fantastico esempio di come un presumibile problema, si trasforma in risorsa) nel prestare attenzione ai particolari, che in Renzo avevo già incontrato ma qui parrebbe bene diffuso, si vede in ogni piccolo pezzetto di questo complessissimo puzzle. Dietro ad ogni cosa visibile, c’è un gran lavoro e un pensiero unitario, si capisce bene.

Qui si curano persone che, come diceva ieri una signora, sono “difettose in una piccola parte” che può però coprire tutto il resto, apparentemente. Ma il resto, ed è tantissimo, rimane. Ognuno, seppur psicotico, depresso, o affetto da altro disturbo psichiatrico, mantiene in sé una lunga storia, un racconto ricco fatto di affetti, amore, sorrisi, dolori, sorpresa, coraggio, paura. Ognuno ha una sua propria sensibilità. Come dice Polster in  “Ogni vita merita un romanzo” ognuno ha in sé uno scrigno di ricchezze grandi, unico e irripetibile. Che meraviglia!

L’incontro con un ambiente che ha una attenzione (all’estetica e al particolare), è importantissimo per tutti. Imparare il bello, come diceva il pedagogista a me caro Bertolini, è uno dei compiti educativi e godere del “bello” uno dei diritti di tutti noi.

Spesso, non ci rendiamo conto di quanto sia importante. Spesso, il bene comune viene maltrattato pensando non ci riguardi. Spesso si perde il senso del concetto di comu nità competente e mi piacerebbe che ogni CSM ed anche ogni altro luogo in cui si lavora insieme, diventasse una comunità competente. Che cura e si cura fuori e dentro, senza risparmio di alcuna energia.

Non vorrei che da questo mio scritto si deducesse che sto parlando solo della “buccia” del DSM in cui lavoro ora. Di cose belle ne ho già incontrate altre e molte, ma avrò un anno di tempo per parlarne, quindi inizio proprio da qui, da ciò che si vede, che riesce a trasmettere, se uno è attento, la filosofia che c’è dietro. Direi che si vede il “piacere dei particolari per dare forma al tutto”. Ok, mi taccio ora, altrimenti entro in discorsi troppo grandi per me operaio della psichiatria. I signori medici non me lo perdonerebbero mai.