biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: aprile 2017

S-paesata

Essere migranti è condizione strana. Certo, la mia dislocazione rispetto al mio paese di residenza, non è vera migrazione. Sono a poche centinaia di chilometri, in una terra per conformazione e cultura vicino alla mia, a fare qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare anche nel mio Friuli. Eppure, in giornate di festa come queste, sento in sottofondo, una mancanza. Oggi ho pensato ai miei figli che sanno “andare” e tornare.

Non è stata male la mia giornata comunque, seppur con la “mancanza”. Ho camminato molto, mio figlio mi ha invitato a pranzo, ho conosciuto una amica di mia figlia e visitato una piacevole collocazione di libri.

Eppure, la mancanza l’ho sentita. Ho sentito lo spaesamento dato dall’assenza di mio marito, che dopo quasi quarant’anni, è anche la persona che mi conosce meglio e con cui vorrei condividere molti dei miei pensieri. Ho sentito la mancanza dei miei amici, solidi, sempre quelli da anni, a cui non importa se sono un pò difettata,  mi vogliono bene così come sono. Ho sentito la mancanza dei miei cani, che  quando sono a casa, potessero, mi starebbero sempre in braccio. Ho sentito la mancanza dei luoghi dove mettermi a produrre “arte”: ho una incisione in testa che devo per forza tossire sulla lastra.

Oggi ho camminato e camminando pensavo che questo, è uguale dappertutto. L’adare quasi senza meta, è condizione che mi ha acquietato del tutto,  “passo dopo passo”, è azione uguale sempre. Cambia solo ciò che è fuori, ma dentro è tutto uguale. Sono s-paesata ma anche centrata in me.

La prossima settimana andrò ad abitare insieme ad una signora e finalmente al mio rientro, saluterò qualcuno.  Credo di essere abbastanza coraggiosa ancora, ad affrontare questa solitudine. Credo di esserlo, si, anche se è una piccola solitudine.

Trento è una bella città con luoghi strepitosi. Le “Albere” è uno di quelli.

sulla strada: dubbio, certezza ed esempio

Buongiorno mondo!
C’è qualcuno che crede che il tempo nella vita si possa fermare.
Sono le persone felici, quelle a cui pare di toccare il cielo con un dito, quelle che stanno vivendo in pienezza assoluta eventi che hanno a che fare non con il contatto con cose, ma con persone o situazioni immateriali,  sono quelli ingombrati dalle certezze, e sono anche le persone disperate, quelle che per mille ragioni appiattiscono il tempo, lo rendono una ripetizione di sé stesso infinita, sono quelle persone anch’esse ingombrate dalla certezza che se il tempo dovesse riprendere il suo movimento, potrebbe portare con sè cose ancor più gravi della vita già grave che si sta consumando.
Ci son momenti in cui il tempo si ferma per tutti. Si aggancia alle emozioni e per un po’ sta lì, sospeso nell’aria. Un bacio lungo e lento, gli occhi negli occhi, la presenza della morte, una grande fatica, la sfavillante gioia di un prato profumato che ci colpisce senza preavviso, una interminabile carezza sul viso, le lacrime che scendono sulle guance,  un dolore acuto del corpo o dell’anima. Poi dopo questo rimanere  senza fiato e senza tempo, riprende il suo scorrere, lo riprende sempre, anche quando facciamo finta di non accorgercene o non ce ne accorgiamo davvero.
Il tempo è trascorso tra i miei capelli che ora sono bianchi, sulla pelle che si è fatta solcata, nella carne che è diventata morbida. Il tempo è trascorso lasciando la sua impronta sui miei organi, che non possono rispondere più a certi bisogni. Il tempo è trascorso nella mia mente. La mia mente da sempre abitata dal dubbio, duttile, curiosa, pronta a cogliere le piccole cose per farne pensieri grandi e incapace di contenere i pensieri grandi nelle piccole cose.
Per molto tempo ho creduto fosse una debolezza avere il dubbio inquilino, ora so che è stata la forza più grande che ho avuto. Oh, si, mi ha fatto perdere tempo, alle volte sbagliare del tutto strada, altre deragliare con gravissimi danni al motore, ma il dubbio cammina. Mi cammina davanti, ha a che fare col tempo, precisamente con presente-futuro.
Ogni qualvolta che ho incontrato il dubbio, nella mia ingenuità (anche questo un gran privilegio), ho cercato di sentirlo, studiarlo, intuire da dove nascesse, e son ogni volta, cresciuta Ogni volta che ho creduto di arrivare alla certezza, è subentrato un fatto, un evento, un’emozione che ha di nuovo scompaginato il tutto. E ogni volta che ho la certezza si è incrinata ed ho oscillato nel limbo tra dubbio e certezza ho provato un senso di disequilibrio e spesso una cocente delusione.
La certezza è subdola, non ha gambe, è statica. Quando l’incontriamo è facile che diventi un guscio e uno scudo. In questi giorni, incontrando tanti medici, dirigenti, direttori di servizi, ho spesso incontrato la certezza, di fronte alla quale mi sono seduta, ho deposto il ragionamento e la voce e mantenendo ostinatamente e umilmente il  sorriso, mi son accomodata in posizione di attesa e di ascolto. Di fronte alla certezza degli altri non si può che agire così. Non saremo noi a scalfirla con le parole, e neanche con le imposizioni di cambiamenti indigesti. Possiamo solo aspettare e dare l’esempio.
L’esempio è un topino che scava strette gallerie e depone buon cibo a portata di tutti. Così, quando la certezza si affama, perché è infruttuosa e “inorganica”, prima o poi sarà tentata di rosicchiare qualche semino lasciato in un qualche cunicolo dall’esempio, e mangiandolo, come nel paradiso terrestre successe ad altri, perderà per sempre la sua verginità. Finalmente sarà libera del fardello dell’immodificabilità e potrà riempirsi di nuova vita e camminare di nuovo, perdendo per sempre la sua fissità e identità.
Che ridere mi faccio: trasformo sempre concetti astratti in una sorta di visioni. Il dubbio vivo, affamato e in cammino, la certezza ferma e cocciutamente autoreferenziale, l’esempio come un animaletto capace di scavare innocui cunicoli che la certezza e il dubbio, per osmosi, incontreranno.
Il dubbio è padrone del tempo, meglio, è tempo che cammina. E’ prepotente il dubbio. E’ salvifico il dubbio. Il dubbio fa vogare sempre e non ci lascia alla mercè della corrente.
Ecco il tempo mi ha portato questo: il sapermi accettare, il capire che sono donna di dubbi e non donna di certezze. Il sentirmi curiosa più ora che ho una piccola porzione di vita davanti che un tempo, quando il tempo pareva illimitato.
E allora: bella la vita, dai!

opera di Delinda Cecchelli

Tanta roba

Buonanotte mondo!

Tanta roba! Ho cambiato luogo di vita (per 4 gg alla settimana, Trento), ho cambiato del tutto il lavoro, ed è stato pubblicato un libro mio (esce in libreria giovedì. Il titolo è “Biciterapia: in viaggio alla ricerca dell’equilibrio”).  Fra poco torna anche la mia piccolina, dopo molti mesi a Londra e tornerà cambiata, cresciuta, da conoscere tutta. Tanta roba. Tanta tanta roba.

E’ un momento così, di intrecci inaspettati, di occasioni, opportunità, conoscenza. Pensavo di non essere più capace di studiare, di imparare, e invece mi ritrovo sul bordo del mio sessantesimo compleanno, piena zeppa di forza e curiosità. Tanta roba. Da pessimista saltellante quale sono, temo che prima o poi arriverà la batosta.

Tanta roba. Dopo una vita lavorativa in cui mi pareva di non valere molto nonostante  la passione e l’energia che ci mettevo nel portare avanti i miei valori ed ideali, adesso mi pare di poter finalmente liberare tutto l’entusiasmo che mi son sempre sentita dentro. Conosco nuovi servizi, molti psichiatri, un infinità di idee, tante persone. Incontro porte aperte ed altre intasate da pregiudizi. Ascolto paure e potenziali e m’infiammo, perchè è bello lavorare a pieno ritmo, senza alcun freno tirato. E’ bello lavorare come ognuno farebbe se dovesse rispondere completamente del suo operato e non si nascondesse dietro organizzazione/scudo.

Oh, sto diventando cattiva davvero nei confronti di chi lavora in organizzazioni e ci rema contro, lavorando poco e male, in modo disattento e alle volte perfino disumano anche se non ancora disonesto.

Al momento sono molto contenta di quello che sto facendo ed anche se la distanza da casa è molta (lavoro a Trento abito a Gemona del Friuli), mi sento proprio piena di voglia di mettermi in gioco con la mia esperienza, con il mio sapere professionale e esperienziale. Wow…

In mezzo a questo turbine di novità, c’è anche il libro. Ho scritto un libro. Appena avuto tra le mani ho considerato le piccole cose che mi piacciono:

ha un buon odore,

ha il giusto grado di ruvidità delle pagine,

ha un gradevolissimo effetto in rilievo della copertina.

Ed infine mi è piaciuto il contenuto.

Oddio, precisina come sono, devo dire che ci sono delle ripetizioni, degli sbaglietti qua e là, ma regge. Averlo tra le mani e leggerlo nella notte con la luce fioca del comodino, mi ha emozionato. E’ strano leggere un libro scritto da sé stessi e nonostante che la storia si conosca già,  esserne anche catturati. Non è un capolavoro, ma è un libretto che si fa leggere.  Mai e poi mai avrei pensato di saperlo scrivere.

Tanta roba. L’anno scorso in questi giorni ero a Grosseto, forse più giù. Viaggiavo.

Anche quest’anno viaggio. E’ un viaggiare questo mio nuovo stato. Un viaggio diverso ma uguale. Ugualmente sto usando i sensi per questo mio viaggiare. Cerco di registrare tutto, e di guardare con il mio sguardo obliquo, per è uno sguardo che mi fa meravigliare e meravigliarmi mi piace troppo.

Tanta roba.

 

 

un pezzetto, solo un pezzetto

Buongiorno mondo!

Spesso si categorizzano le persone con un aggettivo/sostantivo totalizzante.

Quando si tratta di Salute Mentale, c’è sempre di mezzo il  pregiudizio perchè sentirsi dare del “matto” o, detto più scientificamente, dello psicotico, non è mai un facile ascoltare.

Sentire di essere diversi dagli altri, di aver bisogno di un supporto per potersi orientare nella realtà che pare uguale per tutti tranne che per sé stessi, rende la vita molto dura e si inizia ad interiorizzare la paura di essere matti sul serio e si percepisce che essere matti sia una cosa di cui è bene vergognarsi (lo stigma lavora impertinente e profondo). Ed è così che ci si ritrova non più persone, ma semplicemente “matti, psicotici, folli, fuori di testa” e pare che tutto si appiattisca completamente in questa condizione.

L’altro giorno ero in uno di quegli incontri a cerchio che tanto mi emozionano sempre, in cui tutti, con generosità, si rivolgono agli altri aprendo un pò dello scrigno che li contiene, offrendo qualcosa di sè stessi.

Eravamo in un luogo doloroso, un reparto psichiatrico dove vengono ricoverate persone in crisi, in stati acuti di dissociazione e agitazione, in situazioni di tanto grave disperazione (o aggressività auto diretta) da essere a rischio di suicidio o in condizione di così  tanto spavento, da dover per forza aggredire tutti. Un reparto “complicato” insomma.

In quel luogo, (mi viene da sorridere di gioia se ci penso), si tiene una riunione settimanale di Recovery, ovvero un momento in cui si parla dei principi della “ripresa”, disequilibrando la dimensione tempo verso la dimensione di “speranza”, che vive e si nutre di futuro, con persone in quel momento di-sperate. Parlando di questo sforzo contro corrente, deragliando un pò il discorso, mi viene in mente ora, ne “La fata Cherubina” di Pennac, quel passo che racconta che ad ogni ingresso in casa di riposo, come primo approccio, c’era qualcuno che offriva la lettura della mano. Geniale, sovversivo e folle atto, simile alla riflessione sulla recovery di quel reparto.

Uno dei  principi che appunto si stava leggendo quel giorno, diceva all’incirca “Io non sono la malattia. Oltre la malattia c’è molto di più”.

Una signora che fino a quel momento se n’era stata silenziosa e trasparente, ha detto “è vero”.

Tutti l’abbiamo guardata. Era una signora sui sessant’anni, con i capelli grigi, piccola. Tutto in lei era assolutamente “normale” di quella normalità superficialmente uguale a tutti, fatta di piatti da lavare, telefonate ai parenti, pentole e panni stesi, quotidianità senza sbalzi. Tutto, tranne il luogo dove in quel momento sedeva, in quel cerchio dove aleggiava il disturbo mentale e riguardava ognuno degli astanti.

La signora ha iniziato a raccontare che anche in lei, c’era un “pezzetto che non andava”, accompagnando questo suo dire con un gesto di mano, con indice e pollice ravvicinati, perché quel pezzetto era proprio piccolo, diceva.

Ha raccontato allora un po’ della sua storia, introducendo qua e là, sempre lo stesso gesto e la stessa frase. Quel “pezzetto che non va” era il disturbo mentale e spuntava come erba selvatica indesiderata sulla strada della vita. In mezzo a buche, sconnessioni, curve pericolose, proprio dove il terreno si faceva più sconnesso, ecco spuntare quel “pezzetto che non va”.

Quel pezzetto diventava però il tutto. Guardando indietro, diceva la signora, non vedeva altro che questa erbaccia che rovinava l’intero tragitto percorso. I tratti puliti, facili, felici, venivano inquinati aggressivamente da quel pezzettino mimato col gesto.

Si, è vero: un pezzetto di disturbo non può annullare tutto il resto. L’amore, la gioia, le esperienze belle e brutte della vita vissuta non sono quel pezzettino, diceva. Sono anche quel pezzetto ma non solo, diceva.

E’ come se in quel preciso momento se ne fosse resa conto e improvvisamente avesse rivisto tutto il resto. Quel pezzetto se ne stava in quel momento confinato tra indice e pollice in quel gesto. Piccolo seppur ingombrante, ma circoscrivibile e meno pauroso. Recovery.

Piccola nota per i miei colleghi: non dimentichiamolo mai! Oltre la follia, c’è molto, molto di più e se non sappiamo vederlo nelle persone che incontriamo, allora siamo noi a deformare la realtà, siamo noi i folli  e non chi abbiamo davanti.

Guardavo la piccola signora mentre lo ripeteva e, come sempre è nei cerchi, pensavo anche a me.

Ho anch’io un “pezzetto che non va”, come tutti forse. Per me non è la follia, o almeno non quella conclamata, ma è una certa dissonanza d’armonia. Tuttavia so cantare. Ogni tanto stono un po’, ma canto a squarciagola quando posso e piano quando il mio canto può disturbare. Quando si richiede silenzio, fischietto tra me e me, sempre. Stonando un po’, questo è vero, ma non me ne vergogno più.

E che sarà mai un “pezzetto che non va” se riesco a cantare!

Tutti quei chilometri pedalati uno ad uno per perdonarmi, son serviti anche a questo, a riconoscermi come persona complicata che sa cantare.

Naturalmente, canto complicato.

 

 

 

 

Primi giorni di lavoro a Trento

Buongiorno mondo!

Un Centro di Salute Mentale è per molti un luogo di vergogna. Non si accettano volentieri le cure psichiatriche. La paura di esser giudicati “matti” è tantissima. La paura di entrare in quella categoria e di non uscirne più, ancora più grande. Il timore di essere trasformati dall’uso dei farmaci specifici, permane per sempre.

Chiudo gli occhi e rivedo i molti servizi incontrati. Anche quando complessivamente gli ambienti dedicati hanno un apparenza sanitaria, che non è in psichiatria un bene, ma abbastanza decorosa (non sempre è così, lo assicuro) c’è sempre qualche particolare con una certa incuria, qualche angolino dove si annida “l’indifferenza istituzionale”.

Attaccatei alle pareti ci sono spesso volantini superati e di eventi passati. In alcuni Centri, proprio all’ingresso, senza nessun rispetto della privacy di cui ci riempiamo spesso a sproposito la bocca,  sono esibite in bella mostra fotografie dell’ultima gita, dell’ultimo pranzo o incontro con utenti a cui quasi sicuramente non è statto chiesto il permesso di esposizione, o se è stato chiesto non è sicuro abbiano potuto negarlo, vista la nostra ingiusta disparità di forza. In altri le pareti sono tappezzate di avanzi di scotch, i muri sono sporchi e scrostati, i colori sono casualmente accostati. Perfino i cestini, in alcuni Servizi, sono istituzionali, con contenuti istituzionali, e incuria istituzionale. I tavolini che in ogni dove sono popolari, supportano di tutto, da vecchie riviste a pubblicità a fogli con frasi deliranti. Nessuno che ci lavora, vede più queste “Brutture”, ma chi ci entra per la prima volta ne viene soggiogato.

Spesso, una persona che entra, già con il suo carico di angoscia, non trova indicazioni chiare sul luogo delle varie funzioni del servizio e le persone si aggirano spaesate alla ricerca di qualcuno che possa dare loro una informazione.

Entrando ai CSM, in molti casi non c’è alcun accoglimento. Talvolta già al di fuori del Centro si incontra la disperazione, che aumenta la propria disperazione,  in persone che consumano sigarette senza potersi mai interrompere, come fosse quell’atto l’unico misuratore del tempo che passa inesorabile, immobile ed eterno come  un tempo svuotato di tempo (e la speranza, ogni forma di speranza, ha bisogno della dimensione temporale)

Mio papà, usava spesso i proverbi per farmi capire i concetti e me ne viene uno da questi primi giorni, perché quello che sto incontrando è davvero troppo. Direi “scopa nuova scopa ben”. Naturalmente ci saranno anche qui, come sempre è, cose migliorabili, ma …scopa nuova scopa ben e io per il momento, voglio godermi questo “ben”. Sono arrivata da pochissimo a Trento e la ostinata maniacalità messa a buon fine (fantastico esempio di come un presumibile problema, si trasforma in risorsa) nel prestare attenzione ai particolari, che in Renzo avevo già incontrato ma qui parrebbe bene diffuso, si vede in ogni piccolo pezzetto di questo complessissimo puzzle. Dietro ad ogni cosa visibile, c’è un gran lavoro e un pensiero unitario, si capisce bene.

Qui si curano persone che, come diceva ieri una signora, sono “difettose in una piccola parte” che può però coprire tutto il resto, apparentemente. Ma il resto, ed è tantissimo, rimane. Ognuno, seppur psicotico, depresso, o affetto da altro disturbo psichiatrico, mantiene in sé una lunga storia, un racconto ricco fatto di affetti, amore, sorrisi, dolori, sorpresa, coraggio, paura. Ognuno ha una sua propria sensibilità. Come dice Polster in  “Ogni vita merita un romanzo” ognuno ha in sé uno scrigno di ricchezze grandi, unico e irripetibile. Che meraviglia!

L’incontro con un ambiente che ha una attenzione (all’estetica e al particolare), è importantissimo per tutti. Imparare il bello, come diceva il pedagogista a me caro Bertolini, è uno dei compiti educativi e godere del “bello” uno dei diritti di tutti noi.

Spesso, non ci rendiamo conto di quanto sia importante. Spesso, il bene comune viene maltrattato pensando non ci riguardi. Spesso si perde il senso del concetto di comu nità competente e mi piacerebbe che ogni CSM ed anche ogni altro luogo in cui si lavora insieme, diventasse una comunità competente. Che cura e si cura fuori e dentro, senza risparmio di alcuna energia.

Non vorrei che da questo mio scritto si deducesse che sto parlando solo della “buccia” del DSM in cui lavoro ora. Di cose belle ne ho già incontrate altre e molte, ma avrò un anno di tempo per parlarne, quindi inizio proprio da qui, da ciò che si vede, che riesce a trasmettere, se uno è attento, la filosofia che c’è dietro. Direi che si vede il “piacere dei particolari per dare forma al tutto”. Ok, mi taccio ora, altrimenti entro in discorsi troppo grandi per me operaio della psichiatria. I signori medici non me lo perdonerebbero mai.

 

Etologia: Cicciallegra

Buongiorno mondo!

oggi considerazioni etologiche. Parlerò della Cicciallegra

Chi è le cicciallegra? è animaletto festoso e canterino, che felice si muove lieve alla ricerca di qualcosa di ghiotto da mangiucchiare.

Le ciccallegre sono una specie ben definita e si dividono in maschi e femmine,. Ora tratterò però solo il genere femminile con i loro comportamenti specifici.

Le cicciallegre si coprono di mille colori. Sfoggiano livrea di colori vivaci, personale e particolare. Possono vestire abiti ampi e svolazzanti o completini attillati e provocanti. Le cicciallegre, in genere, si fanno notare e sono fornite di caratteristiche che fungono da richiami interessanti per i maschi di specie. I principali requisiti sono una nota morbidezza che si apprezza molto nel contatto ravvicinato di corpi e la spiccata abilità, posseduta da quasi tutte, nel preparare leccornie appetitose.

Sono queste le caratteristiche che facilitano la riproduzione e la conservazione della specie che le rendono molto apprezzate dal genere maschile.

Assumono cibo possibilmente morbido e sensuale e lo gustano con particolare lascività.

La particolarità principale delle cicciallegre è che sono fiere della loro morbidezza e si annoiano molto quando alcuni, con pigolii petulanti, le invitano a dimagrire, a trattenersi dal mangiare e a fare sport. Le cicciallegre, sono allegre, sorridenti e serene nella loro taglia extra size.

Alla stessa famiglia delle cicciallegre appartengono anche le ciccetristi, ma il mantello di quest’ultime differisce moltissimo dalle prime, in quanto generalmente completamente nero. Anche il modo di mangiare è molto diverso, perché le ciccetristi tendono a mangiare cibo in completa solitudine nascondendo a tutti la quantità ingurgitata. A differenza delle prime, le ciccetristi, si vergognano della loro ciccia (da cui deriva il nome di specie), e faticano molto a reperire maschi disposti a renderle madri, anche a causa di una ormai scientificamente conosciuta tristezza infettiva.

Sono esperte in ogni tipo di dieta e la morbidezza, così simile a quella delle cicciallegre, non ha la stessa capacità di attrarre a causa delle molte energie spese in diete sempre attive e da un marcato imbarazzo nell’esibire il corpo.

Senza contatto corporeo non si facilita la procreazione, è bene ricordarlo.

 

 

 

 

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