Buongiorno mondo!

Farò parte di un Dipartimento di Salute Mentale (Trento) il cui Direttore ha appena inviato 450 lettere (questo è il numero degli operatori complessivi della struttura) per condividere con tutti i “suoi” le modifiche strutturali operate dall’Azienda e ribadire la vision dipartimentale che comprende concetti racchiusi in parole come  fiducia e speranza così lontane dal linguaggio sanitario e da quello aziendale, ma capaci di indirizzare con  identità e umanità la “cura” delle persone.

Bazzico in Parole Ritrovate, che è il movimento di utenti e famigliari nato proprio a Trento, da circa 18 anni e più volte sono entrata nel servizio di salute mentale di questa città.

Prima di entrarci come dipendente, voglio ricordarlo con sensazioni e sguardo obliquo come sempre cerco di fare.

Da fuori è una struttura grandissima, ex casa di riposo, ristrutturata nella parte che ospita il CSM provvisorio (si sta facendo sede nuova) sita in centro de Trento. L’ingresso è allegro: ha una gigantografia, con un gruppo di persone sorridenti che guardano proprio chi varca la porta. Renzo mi spiega che rappresentano il Fareassieme. Sono utenti, famigliari, volontari e operatori della salute mentale.

La struttura dentro è tutta nuova, molto colorata. Ogni operatore ha un ufficio con un computer (miraggio per me).

C’è un bar, con comode poltrone e tavolini pieni e strapieni di volantini, cartoline, locandine con motti e inviti a partecipare ai vari incontri, gruppi, formazioni, discussioni per il miglioramento del servizio. Il signore che fa il barista mi spiega che è dipendente dell’Azienda Sanitaria, assunto con la Legge 68 per categorie protette di lavoro (ma quanto lavoro c’è dietro una assunzione così?).

In corridoio incontro utenti che conosco e mi salutano. Alcuni sono rallentati dai farmaci, come dappertutto, ma il personale che sta con loro non è come dappertutto. Sembra più attento, sicuramente è  molto sorridente.

Al primo piano, in posizione centralissima c’è l’ufficio del Direttore Renzo De Stefani, con la porta ostinatamente e per me magnificamente aperta. Intorno a quella stanza, altre stanze con altri dirigenti e coordinatori, tutti con porte aperte. Non vedo medici. La caposala, è una educatrice. Tanti educatori coordinano aree del Servizio. Tanti davvero.

Farò parte di questo gruppo.

Ma perché vado lì, così lontano da casa mia a lavorare?

Perché sento di aver perso fiducia e speranza e spero tanto di recuperare l’entusiasmo avvilito. Ho lavorato in Psichiatria moltissimi anni, ho negli ultimi tempi, per qualche momento, creduto di aver sbagliato tutto.

Voglio credere che si possa agire in modo più lieve di come vedo agire, anche se il malessere delle persone affette da disturbo mentale è grande e i farmaci che lo attenuano pesantissimi. Voglio pensare che si possa sempre mettere la persona in condizione di poter scegliere ciò che è meglio per lei, e che questo possa fare la differenza. Voglio sperimentare un Servizio dove con maniacale intenzione si vogliono scoprire e valorizzare le risorse di ognuno, utente o operatore che sia.

Un anno passa in fretta (spero). Fra un anno se mi riappacificherò, potrò forse anche cambiare lavoro, sapendo di avercela messa tutta e aver dato il massimo di quello che potevo.

Lo devo alle tante persone che hanno creduto nel mio modo di lavorare ostinato e contrario, agli “utenti” che ormai non sono più utenti, alla lotta di giustizia e diritti iniziata da Basaglia e alla mia coscienza.

Lunedì sarò là, in mezzo a montagne reali e ad altre metaforiche.