biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: marzo 2017

Fiducia è speranza

Buongiorno mondo!

Farò parte di un Dipartimento di Salute Mentale (Trento) il cui Direttore ha appena inviato 450 lettere (questo è il numero degli operatori complessivi della struttura) per condividere con tutti i “suoi” le modifiche strutturali operate dall’Azienda e ribadire la vision dipartimentale che comprende concetti racchiusi in parole come  fiducia e speranza così lontane dal linguaggio sanitario e da quello aziendale, ma capaci di indirizzare con  identità e umanità la “cura” delle persone.

Bazzico in Parole Ritrovate, che è il movimento di utenti e famigliari nato proprio a Trento, da circa 18 anni e più volte sono entrata nel servizio di salute mentale di questa città.

Prima di entrarci come dipendente, voglio ricordarlo con sensazioni e sguardo obliquo come sempre cerco di fare.

Da fuori è una struttura grandissima, ex casa di riposo, ristrutturata nella parte che ospita il CSM provvisorio (si sta facendo sede nuova) sita in centro de Trento. L’ingresso è allegro: ha una gigantografia, con un gruppo di persone sorridenti che guardano proprio chi varca la porta. Renzo mi spiega che rappresentano il Fareassieme. Sono utenti, famigliari, volontari e operatori della salute mentale.

La struttura dentro è tutta nuova, molto colorata. Ogni operatore ha un ufficio con un computer (miraggio per me).

C’è un bar, con comode poltrone e tavolini pieni e strapieni di volantini, cartoline, locandine con motti e inviti a partecipare ai vari incontri, gruppi, formazioni, discussioni per il miglioramento del servizio. Il signore che fa il barista mi spiega che è dipendente dell’Azienda Sanitaria, assunto con la Legge 68 per categorie protette di lavoro (ma quanto lavoro c’è dietro una assunzione così?).

In corridoio incontro utenti che conosco e mi salutano. Alcuni sono rallentati dai farmaci, come dappertutto, ma il personale che sta con loro non è come dappertutto. Sembra più attento, sicuramente è  molto sorridente.

Al primo piano, in posizione centralissima c’è l’ufficio del Direttore Renzo De Stefani, con la porta ostinatamente e per me magnificamente aperta. Intorno a quella stanza, altre stanze con altri dirigenti e coordinatori, tutti con porte aperte. Non vedo medici. La caposala, è una educatrice. Tanti educatori coordinano aree del Servizio. Tanti davvero.

Farò parte di questo gruppo.

Ma perché vado lì, così lontano da casa mia a lavorare?

Perché sento di aver perso fiducia e speranza e spero tanto di recuperare l’entusiasmo avvilito. Ho lavorato in Psichiatria moltissimi anni, ho negli ultimi tempi, per qualche momento, creduto di aver sbagliato tutto.

Voglio credere che si possa agire in modo più lieve di come vedo agire, anche se il malessere delle persone affette da disturbo mentale è grande e i farmaci che lo attenuano pesantissimi. Voglio pensare che si possa sempre mettere la persona in condizione di poter scegliere ciò che è meglio per lei, e che questo possa fare la differenza. Voglio sperimentare un Servizio dove con maniacale intenzione si vogliono scoprire e valorizzare le risorse di ognuno, utente o operatore che sia.

Un anno passa in fretta (spero). Fra un anno se mi riappacificherò, potrò forse anche cambiare lavoro, sapendo di avercela messa tutta e aver dato il massimo di quello che potevo.

Lo devo alle tante persone che hanno creduto nel mio modo di lavorare ostinato e contrario, agli “utenti” che ormai non sono più utenti, alla lotta di giustizia e diritti iniziata da Basaglia e alla mia coscienza.

Lunedì sarò là, in mezzo a montagne reali e ad altre metaforiche.

 

Renzismi sparsi

Buongiorno mondo!

E’ ufficiale: farò un’esperienza molto lunga (un anno) in altro servizio, in altra regione, con altri utenti ed altri colleghi.

Per un anno, un anno “soltanto” sarò a Trento, avida di imparare, di conoscere, di ricostruire dentro di me la speranza in una disciplina come la psichiatria, che poi disciplina non è, che ad oggi mi ha in verità molto delusa. Spero con il mio trasferimento  a Trento, di ritrovare un ordine, un metodo e un senso e so per certo che in nessun posto meglio di lì, posso cercare questa centratura.

Avevo deciso che il 1 aprile, sarei ripartita. Avrei dovuto ripercorrere l’Italia al contrario, in un altro viaggio che mi avrebbe vista partire da Lampedusa e arrivare al mio Friuli. Lo avevo deciso mentre ancora viaggiavo l’anno scorso con la mia bici. Mai avrei pensato che tutto intorno sarebbe cambiato così drasticamente.

Eppure, sapevo che tutto sarebbe cambiato con quel viaggio. Lo sapevo, ma pensavo nei mesi che hanno seguito il mio arrivo, che il cambiamento stava avvenendo dentro di me e riguardava soprattutto il “saper lasciare”, propensione stata sempre a me invisa.

il “Saper lasciare” durante quel viaggio mi era entrato dentro. Quando sono tronata ha iniziato a lavorare  nel mio quotidiano, mi ha trasmesso sicurezza e una sorta di ineluttabilità che mai avevo esperito prima. Ho cominciato a lasciar andare prima gli oggetti, poi alcune persone, alcune situazioni  infine anche l’attaccamento al mio  luogo di lavoro in cui mi pareva di non aver più nulla da dare nè da ricevere.

Erano passaggi interiori, intimi, sottili come sono sottili certi pensieri non del tutto distinti, trasparenti come fantasmi agli altri ed anche a me stessa.

Credo sia stata questa energia senza forma e sostanza tangibile che lentamente espandendosi, ha iniziato  cambiare le cose anche fuori di me. Gli armadi più vuoti, un desiderio di ordine nuovo, la consapevolezza di non aver necessità di quasi nulla di materiale, amici nuovi, e tanta voglia di raccontare le mie strampalate visioni. Durante questa fase, pulivo armadi, gettavo cose, vestiti, ricordi, senza un solo momento di dolore. Mentr lo facevo e godevo delle intere mensole, degli interi angoli vuoti in attesa di nuova storia, avevo la netta impressione di fare in sincrono il medesimo lavoro dentro di me. Si son spente amicizie inutili, lavori frustranti, competenze vintage. E’ rimasto poco e quel poco ero io.

Fino alla fine dell’anno tutto era ancora un blob, una pasta densa, di un bel azzurro chiaro, nutriente. Piano piano, si è distinto benissimo la nascita di qualcosa di rivoluzionario nella mia vita. Una piccolissima rivoluzione, perchè una sola vita non trasforma il mondo, ma una rivoluzione grandissima, perchè questa rivoluzione stava trasformando me.

La richiesta di “scrivere un libro”, cosa che desideravo fare ma non sapevo assolutamente come si facesse, mi ha colta di sorpresa.  Ho attraversato varie fasi, lo dovevo scrivere, visto che avevo accettato la proposta, senza sentirmi assolutamente all’altezza.  E’ stata dura. Gennaio e febbraio se ne sono andati così, tra le mille parole, correzioni, rivisitazioni, rivivendo ogni metro da me pedalato.

Può cambiare molto dentro e niente fuori? Non credo. La teroia del Sistemi lo insegna. Così, come semplice conseguenza è cambiato tutto anche fuori. Mi hanno chiesto di andare a Trento, per un anno, in uno dei servizi più efficienti d’Italia, a svolgere uno dei compiti più belli che potessi immaginare e con assoluta incoscienza, ho accettato.

Mi occuperò della divulgazione del “fareassieme” di utenti, famigliari, operatorie cittadini, in vari servizi dell’Area di Salute Mentale di Trento (grande e montagnosa provincia) che comprende anche Sert e Neuropsichiatria infantile. Trento è la madre e il padre del Fareassieme. Lo ha inventato e ne ha fatto un piccolo capolavoro facile da esportare. Cosa potrò portare di nuovo?

Ho fatto un viaggio di 2360 km senza aver idea di esserne capace, ho scritto un libro con la consapevolezza di essere molto fortunata ma assolutamente impreparata, ora mi trasferisco senza sapere cosa dovrò affrontare: non son forse tutti viaggi questi?

Si, lo sono.

Bene, è deciso: racconterò questo mio nuovo lavoro, come ho descrittto il viaggio. Lo racconterò qui. Sarà un viaggio non fatto di kilometri, ma di persone, di saperi esperienziali, di spazi bianchi come è un foglio bianco prima che si inizi a disegnare e io ci imprimerò alcuni tratti.

Inizia fra poco il mio viaggio senza kilometri: il 1° di Aprile, anzi, il 3, che è lunedì. Ma come sempre, i viaggi iniziano prima. Il mio è iniziato nel 2001, il giorno in cui, uno psichiatra a me sconosciuto mi ha chiamato al telefono chiedendomi di raccontare la mia esperienza in psichiatria,  ad un convegno a Trento. Era il dott. Renzo de Stefani, ed in pochissimo tempo, per me è diventato Renzo. Sarà una grande gioia lavorare con lui.  Sarà per certo anche una grande fatica anche perchè è uomo esigente e ruvido, ma ho le forze necessarie per partire, poi si vedrà. Passo dopo passo. Se non ora quando.

Sono viva e vivace ed anche molto entusiasta e spaventata, ma che sarà mai!

Un viaggio è un viaggio. Basta partire piano e allenarsi andando. Renzo: arrivo!

 

 

 

Dead Sea

Sono in Israele. Sono sul Mar Morto a fare la cura che mi attenua dolori e problemi di pelle, ma non sono in pace qui.

C’è una strana atmosfera, una specie di piccolo paradiso (che svela qua e là la sua finzione) che di sicuro è possibile solo a discapito di altri.

Qui, dove ci sono le “cliniche” e gli alberghi, siamo in una zona completamente desertica, con montagne completamente nude dietro e il mare di un azzurro che pare finto davanti. Il bordo del mare, non incontra la sabbia, ma un tappeto di sale bianchissimo. E le rocce non sono bianco-grigio, come quelle delle mie montagne, sono rosse, come è rossa Bologna.

Paradiso artificiale. C’è una lunga passeggiata lungomare che io percorro ossessivamente per cercare di contenere la glicemia, con tantissimi fiori e cespugli rigogliosissimi. Tutto è irrigato da un intreccio di tubi che distribuiscono continuamente acqua. Se non fosse tragico, sarebbe ridicolo questo lungo serpente verde con intorno mare morto e rocce senza vita. Una striscia di vita finta che finta non è. E’ solo fuori posto.

E come si fa a non pensare che tutta questa acqua inutilmente sprecata non sia stata tolta a qualcun’altro, come si fa. E come si fa a non pensare che quest’acqua è “buttata via”, infruttuosa se non per dare a noi turisti un pezzetto di finto paradiso, come si fa.

Come si fa a non notare quanta gente armata gira qui e non sentire i Mig che sfiorano la superficie del mare fino a perdersi sulle montagne dove c’è la Palestina, e più in là la Siria, come si fa.

E come si fa a non sentire chè c’è qualcosa di disumano, in questo paradiso artificiale, se uscendo a camminare all’alba, si incontrano decine e decine di bambini vestiti di stracci che puliscono le strade a mani nude, raccogliendo gli avanzi di noi opulenti turisti (russi e tedeschi principalmente), come si fa.

Non sto bene, è inutile far finta che non sia così. Devo cercare di venire qui almeno qualche volta, nonostante che con le cure, i dolori si facciano fieri e ogni tanto mi  provochino qualche lacrima. ma i dolori non sono solo nel corpo se in questa terra, sento l’ingiustizia regnare senza ragione.

Si viene perchè si deve venire, ma guai a chi la chiama vacanza. Guai. Guardo l’altra riva di questo mare e vedo la Giordania.  Poco più in là, non lontano da qui c’è una lunga, dolorosissima, funesta guerra.

Mentre scrivo, i Mig, sibilano incessanti e  si sentono sommessi tuoni lontani.

Non c’è temporale.

Chiudo gli occhi e mi dispiaccio di non saper pregare.

corpi di donna

Buongiorno mondo!

sto scrivendo da una terrazza assolata e piena di donne nude morbidamente distese su lettini un po’ vintage. In questo cosiste la cura per la psoriasi di cui anche io sono affetta. Stare al sole e immergersi nelle acque invero freddine del mar morto in un ciclo continuo di con ritmo di 15 minuti. Dunque, ho 15 minuti per scrivere.

Racconto come sempre quel che vedo, i pensieri che come stormi d’uccelli mi attraversano, le immagini, i suoni, le sensazioni che provo. Come un viaggio di 15 minuti.

Siamo circa una trentina di donne nude, su questo tetto. Guardo i corpi: ce ne sono di giovani e vecchi. Quasi tutti sono sovrappeso. Mi viene subito in mente il ristorante buffet, allestito al piano terra, stracolmo di cose di ogni tipo. Mi viene in mente, che qui si mangia tanto, ma anche a casa, e che tutto è ormai centrato sul cibo e sulle patologie da mangiar troppo. Io ne ho una bella grossa: diabete.

Eccerto: ho sessant’anni e quando insegnavo a infermieristica e presentavo il “rapporto annuale delle politiche sulla cronicità” che puntualmente viene pubblicato con il contributo di istituti sanitari e anche associazioni di utenti e famigliari, dicevo che secondo i dati ufficiali prodotti dal ministero della sanità, a cinquant’anni, nella stragrande percentuale di persone, si hanno già un minimo di 3 patologie croniche.

Lo sapete che di nutrizione, chi studia medicina ne sa pochissimo? forse un esame per nutrizioni speciali, ma nessun vero approfondimento su cosa si mangia e come di mangia. A ssurdo.

Vedo questi corpi di donna e mi par di vedere il quadro di “le tre età” Klimt. che trasformazione il corpo. In una visione un po’ macabra mi vien da dire che la carne si frollisce addosso quando siamo ancora vivi.

La pelle, le vene, i muscoli e perfino lo scheletro si trasforma sotto il peso di un funzionamento magico e di un incuria continua.

Ma come sono belli i corpi nudi delle persone se concepiamo la bellezza come libertà. Da giovani son lisci, poi si “spettinano e arricciano”.

Da giovani la pelle è compatta e soda, poi, col passare degli anni si sforma un po’, come un abito usato tanto e si vede benissimo quello che c’è sotto. Nudi, non c’è differenza, non si distinguono ceto sociale, professione, velleità.

Ogni donna qui, tenta di prendere il sole anche nelle zone d’ombra, come viene viene, nelle posizioni più varie e acrobatiche: culoni, pancione e tettone, fanno bello sfoggio vicino a culetti troppo magri, e, rari, a quelli di giusta misura. Ognuna gode del calore incurante della forma.

La pelle, pensavo,  ha un bellissimo colore, caldo, dorato, che spicca su tutto il grigio del cielo e del mare. Gauguin, ecco, quelli sono i colori e quelle le donne. Lascive, in attesa e in colloquio. In ognuna un mondo complesso racchiuso. In tutta questa nudità, mi soffermo sulle mani. Penso a tutti i gesti che hanno compiuto nella vita. Anche le mani, oltre che i seni e la pancia, hanno nutrito. Si vede bene chi ha avuto figli e chi no. il corpo si fa tenero con i figli.

Sono belle queste donne, prive di qualsiasi velleità ad apparire migliori di quel che sono, prive di qualsiasi competizione per raggiungere un maschio, complici nella loro nudità..

Mi viene in mente che il mio corpo, così imperfetto, è stato forgiato delle maternità. Ha un senso esserci stata in questo lungo pellegrinaggio di vita se ho nutrito di vita il mondo.

 

il libro.

buongiorno mondo!
Santi numi che emozione e apprensione partorire un libro. Siamo agli ultimi ritocchi prima della pubblicazione.

“Tutto è sempre cominciato già da prima, la prima riga della prima pagina d’ogni romanzo rimanda a qualcosa che è già successo fuori dal libro” Italo Calvino
…inizia così, il mio libro, con una citazione che mi è sembrata vera di un vero che più vero non si può.

Il Cerchio del Fareassieme

Il nostro Fareassieme.
Forse c’è qualcuno che non sa cos’è: è una parola inventata dal mondo della salute mentale di Trento nel Movimento Le Parole Ritrovate, tantissimi anni fa ormai, ma non è solo una parola, è un concetto di cura l’uno dell’altro, un potenziamento di creatività, una scuola di comunità e democrazia, un rispetto reciproco. E’ aver fiducia nell’altro, tornare a sperare e credere che il cambiamento sia sempre possibile.
Basaglia lo aveva insegnato, poi chissà perchè, ….
Tutti, nessuno escluso, abbiamo bisogno di tanto in tanto, di un cerchio magico intorno fatto da chi ci vuol bene, pensa a noi e ci capisce. Tutti, nessuno escluso, possiamo creare un cerchio per gli altri, psichiatria o non psichiatria.
Ieri c’è stato il Coordinamento Nazionale di Parole Ritrovate a Bologna: la miccia è stata accesa. Si riparte alla grandissima!
Ora seguiranno dei bellissimi incontri regionali tra chi, in psichiatria ed anche in altre realtà, ha trasformato la parola fareassieme in fatti.

Psichiatria mia bella dice Renzo, e io mi associo, nonostante tutto. Credo ancora che sia un luogo in cui ancora far politica seguendo ideali di uguaglianza, di diritti umani e di comunità consapevole.

 

Provare per credere

Leggere questa lettera a Grillo da parte di Renzi, togliendo di mezzo ogni pregiudizio so, è difficile. Siam schierati, chi di qua chi di là. Ma provarci costa poco e invito a farlo a chi ha cinque minuti.

Io , lo sanno tutti, sto con Renzi, anche perchè non vedo nessun altro che ha una visione di possibile ripresa.  Ho guardato, studiato, riflettuto. Nessun altro nè in quel partito, nè nei suoi rigagnoli di scolo, nè in altri.
Qualcuno quindi dirà che pubblico questa lettera perchè son di parte, e come dice il grande Carlo M. Cipolla, la prima legge della Stupidità umana è : “Sempre e inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero degli individui stupidi in circolazione” , quindi posto ugualmente sapendo che qualcuno soltanto spero, molti secondo la legge, vedranno il dito e non la luna.
Leggete questo pezzo, è per tutti, al di là di ogni tendenza politica. Basta insolenze e violazione di ogni regola etica, sig. Grillo. Basta disumanitá, due pesi e due misure, attacchi continui, basta distruzione, dai.
Bel pezzo davvero… amarissimo ma bello.
É la storia di un padre e di un figlio….

Caro Beppe Grillo,
ti rispondo da blog a blog dopo aver letto le tue frasi su mio padre.
Non sono qui per discutere di politica. Non voglio parlarti ad esempio di garantismo, quello che il tuo partito usa con i propri sindaci e parlamentari indagati e rifiuta con gli avversari. Quando è stata indagata Virginia Raggi io ho difeso la sua innocenza che tale rimane fino a sentenza passata in giudicato. E ho difeso il diritto-dovere del Sindaco di Roma di continuare a lavorare per la sua città. Ma noi siamo diversi e sinceramente ne vado orgoglioso.
Niente politica, per una volta.
Ti scrivo da padre. Ti scrivo da figlio. Ti scrivo da uomo.
Da giorni il tuo blog e i tuoi portavoce attaccano mio padre perché ha ricevuto qualche giorno fa un avviso di garanzia per “concorso esterno in traffico di influenza”. È la seconda volta in 65 anni di vita che mio padre viene indagato. La prima volta fu qualche mese dopo il mio arrivo a Palazzo Chigi: è stato indagato per due anni e poi archiviato perché – semplicemente – non aveva fatto niente.
Vedremo che cosa accadrà. Mio padre ha reclamato con forza la sua innocenza, si è fatto interrogare rispondendo alle domande dei magistrati, ha attivato tutte le iniziative per dimostrare la sua estraneità ai fatti.
Personalmente spero che quando arriverà la parola fine di questa vicenda ci sia la stessa attenzione mediatica che c’è oggi. La verità arriva, basta saperla attendere.

Ma tu, caro Grillo, oggi hai fatto una cosa squallida: hai detto che io rottamo mio padre. Sei entrato nella dinamica più profonda e più intima – la dimensione umana tra padre e figlio – senza alcun rispetto. In modo violento.

In una trasmissione televisiva ieri ho spiegato la mia posizione, senza reticenze. Da uomo delle istituzioni ho detto che sto dalla parte dei giudici. Ho detto provocatoriamente che se mio padre fosse colpevole meriterebbe – proprio perché mio padre – il doppio della pena di un cittadino normale. E ho detto che spero si vada rapidamente a sentenza perché le sentenze le scrivono i giudici, non i blog e nemmeno i giornali.
Per decidere chi è colpevole e chi no, fa fede solo il codice penale, codice che pure tu dovresti conoscere, caro Beppe Grillo.

Dire queste cose costa fatica quando è indagato tuo padre. Ma è l’unico modo per rispettare le Istituzioni. Perché quando hai giurato sulla Costituzione, quando ti sei inchinato alla bandiera, quando hai cantato l’inno nazionale davanti a capi di stato stranieri rimani uomo delle Istituzioni anche se ti sei dimesso da tutto. Anziché apprezzare la serietà istituzionale tu hai cercato di violare persino la dimensione umana della famiglia. Non ti sei fermato davanti a nulla, strumentalizzando tutto.
Allora lascia che ti dica una cosa.
Mio padre è un uomo di 65 anni, tre anni meno di te. Probabilmente ti starebbe anche simpatico, se solo tu lo conoscessi. È un uomo vulcanico, pieno di vita e di idee (anche troppe talvolta).
Per me però è semplicemente mio padre, mio babbo.
Mi ha tolto le rotelline dalla bicicletta, mi ha iscritto agli scout, mi ha accompagnato trepidante a fare l’arbitro di calcio, mi ha educato alla passione per la politica nel nome di Zaccagnini, mi ha riportato a casa qualche sabato sera dalla città, mi ha insegnato l’amore per i cinque pastori tedeschi che abbiamo avuto, mi ha abbracciato quando con Agnese gli abbiamo detto che sarebbe stato di nuovo nonno, mi ha pianto sulla spalla quando insieme abbiamo accompagnato le ultime ore di vita di nonno Adone, mi ha invitato a restare fedele ai miei ideali quando la vita mi ha chiamato a responsabilità pubbliche.
Questo è mio padre. Buttati come sciacallo sulle indagini, se vuoi, caro Beppe Grillo. Mostrati per quello che sei. Ma non ti permettere di parlare della relazione umana tra me e mio padre. Perché non sai di che cosa parli e non conosci i valori con i quali io sono cresciuto.
Spero che i tuoi nipoti possano essere orgogliosi di te come lo sono di Tiziano Renzi i suoi nove nipoti Mattia, Francesco, Gabriele, Emanuele, Ginevra, Ester, Maddalena, Marta e Maria.
E spero che un giorno ti possa vergognare – anche solo un po’ – per aver toccato un livello così basso.
Ti auguro una buona serata. E ti auguro di tornare umano, almeno quando parli dei valori fondamentali della vita, che vengono prima della politica.
Matteo Renzi

 

 

Tendimi la mano

Buongiorno mondo!

Ieri e oggi sono a bologna. Altra città. Qui, le immondizie, che sono poi una forma di protesta, dal per terra di Roma si trasferiscono sui muri. C’è di tutto, scritte illeggibile, cuori più o meno infranti, simboli sconosciuti e spruzzi di colore qua e là, che par utilizzato solo per riempire di sofferenza quei muri “vuoti” e puliti. Ho camminato molto. Il mio contapassi ha segnato  dodici chilometri: neanche una cacca per terra. Tutto il resto si. Ho raccolto per riporli nel cestino, una decina di bottiglie e lattine, due giornaletti, un cappello, ma ho raccolto solo le cose vistose, abbandonate in posti che non se lo meritavano. Ci sarebbe da raccogliere molto anche qui, da per terra. Bologna mi è cara e si sa, si è molto benevoli con le cose a cui si vuol bene.

Passeggiando in solitaria, sentendomi più sola di quanto avrei dovuto sentirmi in questa mia vita che si profila sempre più sola per scelta, passeggiando in un clima ideale, ho, come sempre, raggiunto pensieri ed altrettanti hanno raggiunto me. Non son stati sereni. La solitudine di quando si è tra le persone, è difficile da digerire.

Per distrarmi da questo sentimento color catrame, (la solitudine ha tutta la gamma dei grigi fino ad arrivare al nero), ho iniziato a guardare le vetrine. Non i vestiti, gli oggetti o l’arredamento, ma in particolare i manichini.

Siamo in un bruttissimo momento storico e sociale, aggiungerei psicologico, se i manchini, che dovrebbero aiutarci ad immaginare noi stessi in quegli abiti, sono così… tristi? no, più che tristi, anonimi. Da noi si dice “non sanno nè di me né di te”.

Quando ero bambina i manichini avevano sembianze umane, begli occhi, spesso un sorriso. Mi fermavo spesso a guardarli. Le femmine manichino avevano anche le ciglia, lunghe e folte e tutti avevano il colore dell’incarnato più o meno abbronzato. La cosa che mi piaceva di più erano però i capelli, che cambiavano sempre. I manichini portavano la parrucca. Vistose parrucche, alla moda. Erano capelli molto grossi e particolarmente laccati in acconciature indistruttibili, così da poterli riciclare più volte. io li guardavo sempre. Nella mia città, proprio a centro c’era l’Upim, forse uno dei primi magazzini di abbigliamento. I manichini, maschi e femmine erano molti e con visi, espressioni e posizioni, diversi tra loro. Ogni volta che cambiava vetrina, le parrucche si spostavano da uno all’altro e uno dei miei giochi era quello di riconoscere dal viso i miei preferiti. Li conoscevo ad uno ad uno. Le mani avevano posizioni quasi sempre innaturali, nel gesto di porgere soavemente  o di toccare elegantemente qualcosa di immaginato. Ognuno coglieva quel gesto come diretto a sè stesso, o ameno io lo facevo. In genere, i miei manichini preferiti, col loro sguardo, il sorriso e il gesto, mi chiamavano piano.

I manichini di ieri sera, in quella solitudine puntellata di persone distanti, erano spaventosi. Antropomorfi e spaventosi. Non un ammiccamento, non un richiamo alla mia e altrui fratellanza umana. Esseri vuoti, venuti da un iceberg di altro pianeta, con nessuno dei nostri “fori” di comunicazione (nè occhi, bocca, orecchie), chiusi in loro stessi, senza speranza. Posizioni sgradevoli e al limite dell’equilibrio. Tutti magrissimi e privi di colore.

Vogli manichini che mi sorridono, mi ammiccano, mi invitano. Voglio manichini nei quali posso identificarmi, con mani che mi cercano, per cui sono importante. E li voglio con sgargianti parrucche, che mi indichino senza nessun dubbio, la moda corrente (son pettinata allo stesso semplice modo da una vita, ma mi diverte sognare il cambiamento). Li voglio con lunghe ciglia e delle invitanti labbra rosa, sia che siano maschi o che siano femmine.

Che me ne faccio di un appendino antropomorfo? Niente. E poi, quei vestiti sono solo per le magre, ma io mi guardo attorno e vedo abbastanza gente cicciotta.

appello ai romani

L’ultima volta che sono venuta a Roma, ero in bicicletta in un viaggio fantastico, con una capacità di osservazione da ciclista, ovvero molto attento alle strade, alle indicazioni, al rischio furto del mezzo. Ne avevo scritto e nonostante io trovi Roma bellissima (forse per questo ci tengo tanto e mi arrabbio così), non era saltata fuori una gran bell’immagine,

Oggi sono a Roma per “lavoro”, arrivata con un comodo treno, alloggiata un pò in periferia, vicino alla stazione Triburtina.

Cari romani, fatemi riconciliare con voi. Mettetecela tutta, perchè Roma non è solo dei romani, ma di tutti noi italiani. E’ la nostra capitale, il simbolo, la città più ricca di storia del mondo. Basita dall’immobilità che riportano i giornali sul governo della città, sbalordita e dispiaciuta per le bruttissime scene con bruttissimi gesti e inneggiamenti  alla violenza, e a quella di tipo fascista in particolare, durante la “lotta dei taxisti”, sconcertata dalla frequente omissione di scontrini fiscali nel centro di Roma (quelli posticci abbondano) da me rilevata la scorsa volta , ora vi chiedo almeno  un  piccolo piacere: tirate su le cacche dei vostri cani. Si fa, ve lo dico, in tutto il mondo, nelle città. L’ho visto fare in India e in tutte le parti d’europa. La periferia ed ogni piccolo spazio verde, ne sono disseminati: ogni passo si rischia “la fortuna”. Ho visto tanti cani nell’atto dell’evaquazione, col padrone che guarda qua e là, distratto ed estraneo al suo stesso amico e alla fine di tutto, riprende la via come niente fosse e andarsene infischiandosene di lasciar lì il tanto. Nel 2017. Nella capitale d’Italia. In una delle più belle città del mondo. Ma come è possibile?

E ho visto gettare carte, bottiglie, sacchetti, cicche e gomme da masticare per terra. Ho visto la “monnezza” leggera svolazzare al soffio del ponentino e io il ponentino lo pensavo come vento  capace  de   “faje dì de sì”, non un vento che porta attorno l’indecenza. Infranto un sogno e una speranza!

Romani, riprendetevi la cura della città. Le cacche di cane, non son colpa della Raggi (anche se la Raggi, per quanto letto e saputo, ha colpe gravissime) e neanche le cartacce buttate a terra. E’ vostra la città. Fatela degna di voi. E’ anche il mio biglietto da visita oltre che il vostro. Mila Brollo, Gemona del Fruli, Roma capitale, Italia.

Vorrei esserne fiera, non vergognarmene. Per adesso, il mio impatto è stato doloroso, triste, avvilente e imbarazzante.

Dai, su le cacche, su le carte, ognuno faccia il proprio pezzetto. Se serve, vengo anch’io ad aiutarvi a ripulire la città e con me sono certa verrebbero moltissimi altri. W Roma ripulita.

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