biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: ottobre 2016

Autunno

Buon riposo mondo!

c’è odor di autunno tra le minuscole goccioline che volteggiano nella nebbia. Il grigio è più grigio, l’acqua è più bagnata, le foglie sono più vicine.

Arriva sempre così, all’improvviso. Mi coglie sempre un po’ impreparata, tra brividi e incredulità. Dov’è quel sole caldo che solo pochi giorni fa scaldava il mio mondo? Dove sono le ombre nette, la luce, il fruscio degli alberi?

Adesso sono stanca, come stanche paiono le pozzanghere appena vibrate da questa pioggia sottile. Mi sento che devo riposare, come riposano le erbe dei prati, dei bordi delle strade, dei fossi. Mi manca il sole, ma non mi manca il sole. Ora mi distendo e aspetto. E’ la lunga notte che si ripete. Primavera ritorna fra poco, ormai lo so, con il suo giorno di luce. Tra me e quel giorno che ci sarà? L’imperscrutabile.

Mi manca il sole ma il sole stanca.

fiori

parlare se si ha da dire e farlo bene please.

Reduce da tanti incontri, conferenze, riunioni intensificatesi dopo il mio viaggio, faccio una riflessione di carattere generale. Ci sono stati in queste occasioni momenti in cui mi son chiesta perché mai qualcuno senta l’impellente bisogno di parlare per un tempo interminabile, anche se non capace o non ha molto da dire.

Forse “ascoltandoci”, ascoltando noi stessi parlare, confermiamo la nostra esistenza, la nostra presenza. Forse da oratori, se gli astanti annoiati non si sentono liberi di andarsene vuoi per educazione, vuoi per debolezza, l’imponiamo addirittura.

E’ così che capita che a certi incontri si sentano persone che parlano senza minimamente accorgersi che arriva poco o niente a chi li ascolta oltre a noia, fastidio, sonno. Quando mi succede di assistere a questi trenini di parole vuote, mi chiedo quante volte sia successo anche a me di parlare e non dire niente, non interessare nessuno, non dare alcun elemento utile a chi mi segue.

Credo sia una questione di ascolto. Spesso siamo “distratti al mondo”, creiamo una grande distanza tra noi e l’intorno. Ci arrocchiamo nella nostra fortezza, forse per paura, forse per presunzione, forse semplicemente per stupidità. Il risultato è che certe comunicazioni verbali risultano inutili. Tempo sprecato.

Negli anni in cui ho insegnato all’Università, ho affinato la mia capacità di “ascoltare chi mi ascolta”. Mi accorgevo subito quando sbagliavo registro di comunicazione. C’erano segni inequivocabili. I ragazzi son così, non te la mandano a dire.

In fondo all’aula, si intravedevano teste abbassate e mani affaccendate su probabili cellulari. Iniziava così. Poi l’onda di disattenzione si diffondeva fino ad arrivare velocemente ai banchi vicino alla cattedra. L’inequivocabile segno che dovevo cambiare modalità di trasmissione dei miei saperi, se volevo che fossero recepiti, arrivava col fruscio sempre più accentuato di carte di merendine e caramelle che si stropicciavano negli zaini, per gli studenti lontani senza alcun pudore, per quelli più vicini, l’azione avveniva con gli occhi fissi su di me, come fosse qualcun altro che frugava in quelle intime proprietà. Nessuno si alzava, ma capivo benissimo che, in un batter d’occhio, appena fosse finita la lezione ci sarebbe stata la liberatoria, concitata fuga.

Mi è capitato, ma me ne accorgevo. Come è possibile che chi conduce un discorso  non si accorga se le persone sono “prese” dal discorso o no? Ogni feedback è fondamentale al bravo comunicatore.

Ho condotto per anni corsi di formazione per formatori. Generalmente, per provocare un sussulto, iniziavo il corso con una lettura. Prendevo una pagina di Knowels o Quaglino, o altri autori assolutamente basilari e riconosciuti della materia, quindi con ottimi contenuti,  e iniziavo a leggere con calma. Leggevo dando inflessione e tono, guardando la “discenza”, ammiccando perfino, ma leggevo. Cercavo di coinvolgere al meglio, con molti e vari trucchi comunicativi, ma leggevo. Davanti a me avevo il cronometro. Leggevo esattamente per centottanta secondi. Interminabili tre minuti. Tre minuti di lettura sufficienti ad intravedere, dopo un primo spaesamento, un sussurrio tra vicini, un accomodarsi meglio sulla sedia, un togliersi o mettersi di maglie, sciarpe e altri accessori. Passati i tre minuti, iniziava un’altra storia. Parlavo improvvisando, divagando, portando qualcosa di personale nella storia. I contenuti erano gli stessi, ma espressi in un modo completamente differente. Avevo così insegnato la prima regola del buon comunicatore: mai leggere.

Emozionare, ascoltare, vedere, prepararsi e dire solo le cose di cui si è assolutamente convinti, sono alcune delle altre fondamentali regole da seguire.

Bene: relatori di qualsiasi convegno, riunione, incontro, materia, scuola, non dimenticatele, pena la decadenza di qualsiasi attenzione al contenuto, anche se importante: siate coinvolgenti. Ogni discorso se esposto con cura, è una possibilità, una apertura di nuove finestre sul mondo e su sé stessi, è un regalo che si fa agli altri, di qualcosa che abbiamo conquistato con fatica. Ogni volta che saliamo su un palco, che parliamo a un pubblico, che prendiamo la parola ad una riunione, ci prendiamo una responsabilità: facciamo che ciò che abbiamo da dire “passi” da noi agli altri.

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