biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Ultimo giorno a Lampedusa

venerdì 3 giugno 2016: ultimo giorno a Lampedusa. Ultimo giorno di un viaggio e il primo di quel che resta.

Qui a Lampedusa avevo molta paura di non poter sentire sulla mia pelle, oltre che nei miei pensieri, la straordinarietà di quest’isola come emblema di quel che succede in ogni luogo che diventa punto di arrivo per la salvezza.

Non è stato così. Molti incontri, la curiosità degli abitanti e la mia, incrociate, la presenza di persone impegnate a fare del loro meglio ha fatto si che mi senta a mio agio, bene, in un luogo amico e al contempo umanamente importante .

L’incontro con don Ciotti, Giusi Nicolini, i ragazzi dell’isola e le sue associazioni, i tanti amici conosciuti, hanno reso questo mio soggiorno pregno. L’ultima sera è stata un po’ magica, ed ha chiuso una esperienza forte nel modo “giusto”: una bellissima lezione di yoga condotta da Rino, milanese trapiantato nell’isola, nella sua casa zen, con giardino zen, orto zen, cane zen, silenzio zen.

Durante la giornata ho affrontato il gran lavoro della spedizione della mia bici a casa: che cosa difficile abbandonarla. Per un po’ ho pensato che non potevo rimanere 5 o 6 giorni senza. Ma la Bici, anzi la e-bike, dà dipendenza?

Santi numi: credo di si!

Oggi in isola è venuto il nostro Presidente Mattarella ad inaugurare un museo, il museo archeologico di Lampedusa, il Museo della Pace.

Quella piccola isola, prende il cuore. Lo prende e non lo lascia: chi ha voglia di provare questo bel sentimento, pensi ad andarci. Lampedusa non è un posto dove stare inermi sotto l’ombrellone, né un luogo dove dedicare il proprio tempo all’attività su lo spallino giù lo spallino per avere una abbronzatura perfetta. Lampedusa è anche questo, certamente, perché lì c’è il mare più bello che abbia mai visto, ma è molto di più. Innanzi tutto è una piccola isola in mezzo al mare. E’ luogo di riposo, luogo di rifugio, luogo di incontro, per uomini e animali, per fiori e pescatori, per naufraghi e idealisti. A Lampedusa ci si sente in mezzo al mare, in una dimensione un po’ speciale a me fino ad ora sconosciuta. E il mare che la circonda regala dei colori che commuovono, che sembrano impossibili da tanto forti e belli che sono. La sabbia è bianchissima e le spiaggette piccoline, si tuffano in acqua diluendo il color blu intenso di tutto quel mare. Bianco misto ad una punta di giallo e blu regalano sfumature mai uguali a sé stesse, nel perpetuo gioco dei riflessi di luci ed ombre.

Lampedusa ha solo una salvezza possibile per la sua valorizzazione.: mantenersi, lottare contro l’abusivismo, non accettare la logica del commercio sfrenato, dell’edilizia ovunque, dell’arrembaggio al turista.

Dovrà credere che il benessere si debba perseguire altrimenti, attraverso l’offerta di più servizi, di più agevolazioni per recarsi in “continente o quasi”, più cultura, scuole, salute, opportunità. Dovrò pensare alla valorizzazione di quel che ha, piuttosto che all’aggiunta di quel che non ha. Non sarà un luna park, come ho sentito dire, che potrà risolvere i problemi di una piccola isola impegnata a galleggiare e a salvare insieme al suo ambiente, anche tante vite umane.

E mentre io son qui, a incontrare una donna coraggiosa, anzi, ormai posso dire un’amica, come Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, a visitare la raccolta degli oggetti dei naufragi, fatta da alcuni giovani dell’isola, a emozionarmi davanti alla porta d’Europa, a parlare con qualche migrante che conosce l’inglese che ha negli occhi tutto quel che ha lascato e nella mente lo sconosciuto davanti a sé, mi arrivano notizie che a Gemona, nel mio paese, sono in atto incontri per discutere su 20 migranti ospitati in un vecchio albergo non più funzionante del paese.

20 migranti su 11.000 cittadini. La gente è impaurita, insicura, incredibile. Uno per uno, non siamo così, ma alle volte l’essere insieme ci rende pazzi. Deliranti, intendo. Paranoici.

Sono certa che sapremo, con un po’ tempo, accoglierli al meglio. Il mio paese ha ricevuto l’aiuto del mondo, non se lo dimenticherà. Faremo in modo di non dimenticarcelo. Siamo in tanti ad aver voglia di sentirci parte, di non tirarci fuori da queste tragedie per lo più prodotte da noi, che determinano una divisione arbitraria sulla base del caso geografico della propria nascita. Ho percorso molti chilometri per non essere indifferente.

Adesso è ora di tornare, c’è tanto da fare.

foto di

Linda Vukaj

LVR_1522

 

 

 

Previous

Confini arbitrari

Next

rientro a casa

1 Comment

  1. simonetta stabellini

    mi mancherà, la sera, pensarti in un luogo sempre nuovo, impegnata in una avventura “così importante”… E’ vero ora cè tanto da fare, e come è nostra “antica” consuetudine di lavoro, ho un mucchio di cose da condividere con te, per tanti nuovi progetti

Lascia un commento

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

css.php