biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: giugno 2016

Ogni filo

Voglio brucare l’erba

e che questo sia

il mio fine, il mio desiderio e il mio bisogno.

 

Voglio attendere il mattino

e desiderare il prato

come unica necessità.

 

Voglio che tu sia

ogni filo d’erba

e l’unico mio compito.

foto: Officina calze lunghe di Elisa e Susanita

prato 2

Ero alla Columbia ieri

Buongiorno mondo!

Ieri è stata una giornata strana, vissuta con Augusto in Austria, ma anche con Edith alla Columbia University. Sto leggendo un libro, un bel libro. Uno dei pochi romanzi che leggo ormai.  Quando ero bambina guardavo mia madre leggere saggi e mi chiedevo come faceva. Io rubavo dalle librerie stracolme ogni tipo di romanzo, anche quelli  “proibiti”. Anzi, quelli per primi, ma dovevo stare più attenta e leggerli solo quando mamma dormiva e riporli attentamente quando era sveglia, ma questa è un’altra storia.

Poi c’erano le librerie dei “saggi”. Tentavo di leggerli, alcuni anche riuscivo (ricordo qualcuno sul femminismo, sulla droga, sulla morte), ma erano libri senza storie e facevo fatica. Guardavo mia madre leggere di antifascismo, lotte giovanili, psicanalisi, filosofia e non riuscivo a concepire un libro, tutto l’intero libro, su un solo argomento così “difficile”.

Ora tocca a me leggere saggi. Saggi, saggi, saggi. Mentre li leggo, sento che toccano la mia storia. Si calano nella mia esperienza e nella mia vita. Ora è la volta di un libro di S. Jaako, su di un metodo particolare d’approccio alla psicosi. E la mia mente ha continui sbuffi e sospiri e inquietudini e conferme e mi piace un sacco tutto questo risuonare la mia esperienza.

Credo di aver capito: i “saggi”, hanno bisogno di vita sui quali far presa, mentre i romanzi, la vita, la creano. Per questo da giovane amavo così tanto leggere romanzi, avevo fame di vita e avevo poche storie. Per questo ora che son vecchietta mi piacciono i “libri senza storie”, perchè son ricolma di storie e di vita.

Ieri, tra il verde dell’Austria, distesa su quel prato, son tornata bambina. E mi son trovata improvvisamente a vivere la vita di Stoner e di Edith. I romanzi sono moltiplicatori di vita vissuta.

“Stoner” di J. Williams

leggere_sul_prato

Indifferenza e amore.

Buongiorno mondo!
L’altra sera abbiamo avuto un incontro con Don Pierluigi di Piazza sul tema della sofferenza psichica. Quello che ha detto era pieno di vangelo letto in forma laica. Primo effetto, per me agnostica e anticlericale, desiderio di rileggerlo, secondo effetto gratitudine per avermi permesso di riaprire porte e finestre che credevo chiuse per sempre.
Cose forti ne sono state dette molte. Forti da scuotere le coscienze, da far sentire che siamo in questa vita con un senso e che possiamo fare il nostro cammino con l’orgoglio di esserci, qualsiasi siano le condizioni.
Due tra le molte però, mi hanno più di tutte colpita perchè sono il “male” e il “bene” di tutti.
Il male di adesso, riportava da un discorso di papa Francesco, il male di adesso, è l’indifferenza.
Il bene, accessibile, mai scontato e sempre da ricercare, è ogni forma di amore.
E la via è tracciata: basta percorrerla.

TuA09

ciao

Buongiorno mondo!
Sto pulendo la mia casa (e la mia vita) dalle cose superflue.
Ogni cosa, prima di essere lasciata, passa dalle mie mani e per un attimo, riprende valore e vita. Ricordo perchè è stata importante, la sua storia e la relazione con me. E’ un momento incredibile: di ogni oggetto mi ricordo i particolari. Dove è stato preso, se mi è stato regalato, quale attimo di goia mi ha fatto vivere. E’ come un saluto, e per la prima volta nella mia vita, lascio senza un rimpianto, con infinita tenerezza…
il viaggio mi ha trasformato qualcosa dentro.

Ieri è stata la volta dei piccoli elettrodomestici che non uso da molto, di una sedia un pò sgangherata, di profili in legno vari che, chissà mai per far cosa, erano ancora qui e di qualche vestito. ciao.

foto di Officina Calze lunghe

accappatoi

Bologna e dintorni allo sballottaggio

Non sono una cittadina bolognese. E neanche torinese, non romana e di nessun’altra città nella quale si vota domenica… sono una cittadina. Mi permetto in tale veste di fare una riflessione, che non ha intenzione di convincere nessuno, ma di rendere consapevoli delle responsabilità che in questa partita, se si è della cosiddetta “sinistra”, ci si prende votando o non votando in queste città.

Prendo Bologna ad esempio, perchè la conosco di più. Non sono bolognese, ma da qualche anno, ho incontrato questa città. Ci sono venuta spesso, ho collaborato con diverse associazioni, ho perfino immaginato di poterci lavorare in forma continuativa. Ho osservato Bologna. E’ esattamente quello che immaginavo fosse. Credo che per chi ci abita, alcune cose siano difficili da vedere, perché è quasi sempre così: da vicino si sgrana la vista.

Bologna è molto bella, ma la sua bellezza non è data solo dai toni di colore, che scaldano il cuore, dai palazzi, dalle opere d’arte. Bologna è bella per tutta la gente che l’attraversa, per tutta la gente che ci vive ed anche per chi, come me, crede che questa città sia un esempio di “fabbriceria sociale”.

E’ vero: a Bologna ci sono aree di degrado, dove la marginalità si vede nuda e cruda, senza pudore. In altre città, questi mondi di grande decadimento sono più appartati a certe periferie, a certi orari, a certi target.

No, Bologna ha tutto in mostra: il bello e il migliorabile. E’ questo quello che cambia Bologna. Qui si può intervenire, qui si può partecipare davvero a potenziare la città. Ho incontrato ormai moltissime associazioni che lo fanno e lo fanno mescolando i mondi. Senza tetto con professionisti, personaggi dello spettacolo con carcerati, ragazzi “per bene” che percorrono le strade a cercare quelli “per male”. Non è scontato, bolognesi, non è scontato per nulla. E questi mondi contaminati l’uno dall’altro, fanno il miracolo: si potenziano e migliorano reciprocamente.

Tutto questa vitalità, si vede, si sente e rende Bologna un esempio importante. Non è indifferente che il governo della città sia di sinistra. Non è indifferente anche perché davvero qui più che altrove, chi vuole dare il suo contributo al miglioramento della città, lo può fare facilmente. E a ben vedere, sono molti i cittadini bolognesi che lo vogliono fare e che lo stanno già facendo. Questo rende Bologna bella più di altre città.

Sarebbe uguale se il governo fosse della Lega o della destra? eh, no, cari bolognesi. Avreste i problemi sotto i tappeti, gli immigrati/drogati/omosessuali/senzatetto/pazzi/poveri ed anche vecchi se non economicamente e fisicamente autosufficienti e perfino disabili che danno un po’ fastidio ed anche, perché no, i bambini se non sono di razza pura, fuori dalla vista.

I “mali”, e molti di questi anziché mali sono delle vere opportunità e risorse, non si combattono nascondendoli, lo insegna la storia oltre che il buonsenso, ma esponendoli al sole e lavorando con il contributo di tutti.

Ecco perché Bologna governata dalla Lega forse (assolutamente non detto) scintillerebbe come un ferro arrugginito che è stato cromato. Nessuno potrebbe intervenire sulla ruggine sottostante, ma la ruggine continuerebbe a indebolire la convivenza civile, la partecipazione, la solidarietà, la cultura di questa città, in questi giorni allo “sballottaggio”.

E allora che cos’è che fa dire alla sinistra estrema e ad altre componenti impegnate nel sociali, no a questo sindaco? e a questo partito? Non ha fatto bene? Poteva far meglio? Ebbene, esigetelo, datevi da fare al di là delle ideologie perché tutto funzioni di più. Non può essere meglio un governo della Lega: ma sentite cosa dicono? Come può una persona che si dice solidale e contro le diseguaglianze votare per la lega? o, forse anche peggio, non votare, in modo di lasciare la responsabilità a qualcun altro? Come può?

Nel mio viaggio sono arrivata in piazza maggiore dritta dritta dalla via Emilia (arrivavo da Modena). Era un T-Day: fantastico! Pieno zeppo di gente e di vita lungo le strade. Entrare nella città “rossa” è stata una bellissima emozione. Ed essere “rossa” ha cambiato tutto in questa città.

Io nel passaggio a Bologna durante il mio viaggio. www.biciterapia.it

io e morgan

il proposito è una necessità

Il proposito di liberare la mia vita dalle cose, iniziato dalle riflessioni nel mio viaggio, si è rivelata una vera e propria necessità. Mi piace, mi fa sentire bene, mi dà l’impressione di far qualcosa che ha un senso e che prima, semplicemente, non sapevo fare.

Ero attaccata alle “cose”. Ora, mi guardo in giro e penso a come ho fatto ad accumulare così tanta roba in questi anni. E’ morta mia madre, mio padre e ho tenuto tutto. Ma tutto tutto. Ho comprato, accettato regali, chiesto cose fino ad esserne sepolta. Il lavoro che mi aspetta è immane. Sto procedendo come nel viaggio, sola, con le mie forze, ripiano dopo ripiano. Sarà lungo. Lo racconterò come un viaggio, perchè è un viaggio. Prendere ogni oggetto in mano, sapere esattamente l’inizio della nostra storia comune, avere il coraggio (perchè è di coraggio che si tratta) di “lasciare”, allontanare da sé, chiudere quella relazione tra me animata e oggetto investito, attraverso me, di animazione, è un piccolo traguardo.

Sentire, come sento ora una certa eccitazione e una certa bravura nel saper rinunciare a quel legame senza soffrire, è cosa che mi fa star bene.

Oggi è toccato alla ripiano dei libri di cucina e alla mia collezione di bottiglie blu. I libri non ci sono più. Ho tenuto un quaderno scritto nei giorni precedenti la morte di mia madre, in cui lei mi dettava le sue ricette e poco altro. Tra questi libri, ho trovato anche un quaderno dove avevo scritto dei miei primi due bambini. Dentro c’erano le foto di me col pancione, il giorno prima di essere ricoverata per il parto della mia prima bambina: ero io stessa piccolina. Avevo 24 anni. Mi son fatta da sola tenerezza.

Bottiglie blu: se mia figlia non fosse stata qui, non le avrei tenute. A lei piacciono, così, ne ho eliminate solo un poche, ma hanno cambiato senso: son lì per lei e non più per me. Guardandole vedo Giada ora.

Sarà un altro bellissimo viaggio, pieno di ricordi, bei panorami, incontri pregni di sentimento, stupore e novità. Gente, via tutto il “di più”!!!

 

Ancora una cosa schifosetta, anzi, molto, molto di più.

Il mio viaggio, come sospettavo, continua. Ho da scrivere molte cose ancora che durante il tragitto vero e proprio non ho potuto o voluto affrontare.

In questi giorni mi vengono in mente grappoli di ricordi. Cerco di rievocare i nomi dei posti dove sono successe le cose e quando non ci riesco mi prende un po’ di paura di “dimenticare”. Ma sarà come per tutto il resto: se ne andranno le cose non importanti, e forse fra queste ci sono le esatte coordinate spazio-temporali, e rimarrà l’essenziale ovvero quello che in quel momento ho vissuto, ho sentito, ho goduto, ho pianto. Sarà così, come è sempre nella vita.

La memoria è selettiva e col passare degli anni lo diventa sempre di più.

Qualche analisi però l’ho tenuta proprio per adesso che il mio viaggio “fisico” è finito. Tra queste considerazioni anche quella relativa ai contatti che alcuni uomini hanno ritenuto di poter avere con me.

Avrei voluto fare di questo argomento qualcosa di ironico, e davvero ci sarebbe da ridere ad analizzare ogni fotografia inviatami nello specifico, ed ogni supposta intenzione, ma non è il caso dopo i ripetuti, gravissimi fatti di cronaca successi nelle ultime settimane. Anche io nonostante l’età e la frequentazione di persone dai comportamenti alle volte bizzarri ne sono rimasta turbata e non voglio assolutamente minimizzare, in un momento storico che si carica di dolore e sangue femminile ogni giorno.

Avevo scritto un post intitolato “con la bici si cucca” ironizzando già all’inizio del mio viaggio su un fenomeno imprevisto che accadeva. Ancora prima di partire infatti, orde di maschietti  mi avevano fatto richiesta di amicizia sui social e poi avevano inoltrato svariate forme blande o più decise, di ammiccamenti, sgraditi alquanto ma apparentemente non offensivi. Per un certo periodo, all’inizio dell’avventura ho dato l’amicizia social a tutti. Poi, gioco forza,  sono diventata molto più selettiva e attenta. Ora controllo il profilo almeno un pò e nei casi in cui ci siano donne nude, materiale pornografico, scritte in lingue e alfabeti che non conosco, profili inaccessibili o solo e solamente scemenze e frasi melense, rifiuto l’amicizia. Prima, per un certo tempo l’accordavo a quasi tutti, uomini e donne, e credo siano quelle “amicizie incontrollate” che hanno determinato il fenomeno “schifosetto, anzi molto di più”.

Durante il viaggio mi sono arrivate 11 foto con piselli (peni) più o meno fotogenici.

Sempre ho stentato a crederci che davvero mi arrivassero foto così. Con alcune foto ho dovuto proprio vincere una sorta di negazione che mi faceva pensare fosse altro.

Ma cosa spinge un uomo a inviare la foto del suo pisello (suo?) ad una donna sconosciuta?

Cerco  di fare alcune ipotesi e analizzare la tendenza innata in noi donne al “mea culpa”. Io non sono un maschio e alle volte faccio molta fatica a seguire la logica maschile. So per certo che né io né mie amiche faremmo qualcosa di simile.

Le domande che mi son posta sono molte e, per deformazione mentale di genere, ho subito pensato di aver indotto tali comportamenti e ho analizzato la mia modalità di comunicazione social.

-Poteva essere per qualche foto postata? poteva…? (santi numi, no che non poteva: nessuno ha diritto di intrudere così nella vita di un’altra persona!)

Avevo postato una foto di circa tre anni fa, in cui ero venuta carina, ma assolutamente nulla di che, senza nudità, senza particolari osè, solo più carina delle altre e alla pubblicazione come “foto profilo”, si era scatenata una pioggia di richieste più o meno specifiche. La foto incriminata, che vedete sotto, l’ho prontamente cambiata con un’altra fatta in cucina, senza trucco, molto tranquilla (ma i cretini sono continuati quasi imperterriti).

-Poteva essere l’impresa che avevo annunciato di voler fare? anche in quel momento orde di vecchietti (oltre 65 anni si è ufficialmente nella terza età) o di baldanzosi bellimbusti, mi avevano contattato.

No, non poteva essere questo: il mio viaggio si è rivelato da subito per quel che ho scritto io e i giornali di tutta Italia, una cosa molto seria, tutt’altro che una passeggiata di una donna in cerca di libertà… , quindi, non poteva essere neanche questo il motivo.

– Poteva essere qualcosa che avevo scritto? no. In questo caso sarebbe stato inconsapevole, perché sempre sono stata attenta a non  lanciare messaggi ambigui, conscia delle “Leggi fondamentali della stupidità umana”, del grande Carlo M. Cipolla e proprio per evitare inutile perdita di tempo e di energia.

Mi sono però interrogata anche su questa nostra (di noi donne) ricerca di eventuali colpe. Ce l’abbiamo inculcata. Come se un nostro comportamento giustificasse un’aggressione anche solo virtuale. No, non è così, non può essere così mai e poi mai.

Dunque mi son chiesta quale avrebbe dovuto essere l’effetto secondo chi invia una fotografia di quel particolare anatomico ad una donna di cui non sa nulla: che cosa vuole?

Nella migliore delle ipotesi , forse, vuole “attizzare”. Beh, maschietti, ve lo dico. Noi donne siamo poco “visive” e inoltre l’inquatratura del sesso, avulso dal contesto, anche esteticamente, non è granchè.  Ammesso e non concesso che uno di questi uomini mi avesse potuto potenzialmente interessare, con quell’invio si sarebbe giocato ogni qualsivoglia possibilità per sempre.

La prima cosa che ho pensato e come tante altre donne oggetto di queste “aggressioni” è che il suddetto uomo è uno stupido, in quanto appunto approccia nel modo sbagliato, ed è anche una persona aggressiva. Le due cose, stupido e aggressivo,  sono già gravi. Assieme si potenziano e sono decisamente deleterie.

Poi mi son chiesta: vuole forse aggredire? Questa ipotesi mi pare plausibile. Credo che alcune donne siano molto disturbate da una foto così che appare improvvisa sullo schermo dei messaggi. Ho avuto testimonianza di persone che hanno avuto paura, che si sono cancellate dal social, che si sono sentite “invase”. A me non è successo questo ma si, ne sono rimasta spiacevolmente colpita. E’ stata violata la mia sfera personale senza alcuna autorizzazione.

E’ questo, ometti invianti foto di peni, che volete fare?

E’ bene sappiate che è un’aggressione. Una vera e propria aggressione. Ingiustificata, stupida, volgare aggressione. Così è e così l’ho vissuta io.

Quello grave paradigma che dice che se l’uomo aggredisce sessualmente è colpa della donna, purtroppo noi ce l’abbiamo dentro. Per mettere una minigonna, anche se la moda la suggerisce, dobbiamo saperci prima difendere dagli sguardi, dai commenti e in alcuni casi addirittura dai toccamenti. Per portare una scollatura, si deve raggiungere una certa maturità altrimenti siamo vittime di battute anche di amici a cui spesso, non sappiamo far fronte.

Nonostante l’età per il solo fatto di essere da sola, in molte parti d’Italia mi sono sentita “aggredita”  da sguardi indiscreti e alle volte indecenti. Ometti, crescete.

E mi chiedo, questi 11 piselli, hanno a che fare con quanto succede oggi alle donne? alle molte donne che vengono insultate, picchiate e perfino uccise dagli uomini?

Credo di si.

Ricevere fotografie di peni è senz’altro una “cosa schifosetta” e molto, molto di più.  Disturba, mette insicurezza, fa sentire una distanza incolmabile tra generi e l’impossibilità a comunicare.

E se anche io, che c’ho un’età, ho liquidato i fatti con una smorfia di pena, ne sono rimasta colpita. Non è così che a noi donne piace essere contattate, non con la forza, non con l’oscenità (un pene in sé non è altro che una parte anatomica quindi non è osceno, ma l’invio di una foto non richiesta né autorizzata lo fa diventare tale), né con la stupidità.

Siate gentili, siate premurosi, rispettate la vita e la dignità, rispettate i tempi e la volontà di noi donne. E la sfera personale.

Mi dicono che ci sono anche donne che inviano fotografie del genere. Non ci posso credere. Noi donne, credo, abbiamo bisogno di un minimo di relazione foss’anche data da un brevissimo scambio di messaggi. Non credo che inviamo la foto del nostro sesso ad una persona del tutto sconosciuta e se alcune lo fanno, allora quanto sopra detto, vale anche per loro.

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rientro a casa

Rientro a casa.

Mi viene a prendere Augusto alla stazione, anzi, al treno, cosa assolutamente straordinaria per lui. Ci baciamo come fosse un secolo che non ci vediamo ed è un secolo che non ci vediamo. Mi dice che sono bella, nonostante il secolo trascorso. Mi sento bella, bella “da dentro”. Sento che c’è una nuova energia che si sprigiona da dentro a fuori. Spero tanto che non svanisca sotto la polvere della quotidianità e che i riflessi dei vetri e degli occhi degli altri, mi rimandino sempre quel sorriso che mi son sentita così spesso sul viso in questi due mesi. Certo, non è semplice “rientrare”. E’ desiderato, inevitabile, atteso, ma non semplice.

Appena entrata in casa, sento l’odore della mia tana: mi è mancato. Forse è solo un po’ diverso, ma lo riconosco, è lui. Il mio letto. Ecco questo sì che mi è mancato, non ci pensavo, non lo ricordavo quasi, ma che meraviglia il mio letto. Il mio letto con l’odore di casa, i rumori di casa, le persone di casa. Tutto il resto è in più. Sento forte il desiderio di eliminare tutto o quasi. Trascorrerò giorni a buttar via cose e situazioni che non mi servono più, che sono superflue e di poca importanza. Butterò (darò) via vestiti, oggetti, libri e chiuderò esperienze che non mi sembrano adatte a me o nelle quali mi sento scomoda. Non sarà facile, ma ora il desiderio è ridurre al minimo tutto. Essere “piena” di poche cose come è stato nel viaggio. Quella libertà è stata incredibile e voglio provare a riprodurla.

Ho dormito profondamente e al mattino, il processo si è avviato. Ho ricreato l’esatto sentimento che provavo pedalando. Partire e pensare solo alla pedalata che stavo facendo, senza pensare alla meta del giorno, senza uscire dall’attimo che vivevo. Mi era necessario per affrontare le varie difficoltà che incontravo: concentrarmi solo sull’immediato e lasciar perdere il prima e il dopo. Ecco, nel mio “buttar via” così ho fatto. Da dove si comincia a cambiare habitat/vita/pensieri…? Io ho cominciato dalle piccole cose. Ho eliminato circa tre sacchi grandi di “residuo misto”, uno di carta, uno di vetro e quasi uno intero di plastica. Non ho neanche finito il soggiorno, chissà cosa resterà. Sono stata lenta ma inesorabile: sto gettando cose che ho mantenuto in casa da decenni, senza mai usare. Mentre mi spogliavo di queste cose pensavo ai miei interessi: sono tanti. Di qualcuno dovrò disfarmi, altrimenti non c’è posto per nient’altro.

Oggi ho “butatto via” anche i miei calzini clown, spaiati e coloratissimi. Ciao calzini… Rinuncerò alla mia esperienza Clown. Non è più tempo e non è più per me, anche se mi ha dato una consapevolezza che mi sarà utile. Mi è un po’ dispiaciuto incontrare solo pochi clown di corsia nel mio viaggio ma io non ho cercato nessuno dopo la chiarificazione avuta con la direzione della mia associazione. I clowns incontrati erano fortuiti incontri con persone che mi hanno seguito e casualmente erano anche clown di corsia. Con l’addio a questo mondo, lascio posto al mondo della migrazione al quale mi sento legata indissolubilmente in questo tempo.

Domani ripulisco due armadi, che dopo la cura, si svuoteranno. Vorrei avere una casa piccina e aver provveduto nel tempo a gettare le cose inutili, ma non è andata così. Ho una casa piena di ricordi, di pezzi della mia vita passata. Buttando via ciò che è materiale,  la traccia del passato resterà dentro di me e con me sparirà per sempre.

Ho scoperto durante il viaggio che alcuni ricordi che desideravo tanto “buttar via”, mi abitano così profondamente da essersi incarnati. Fanno male, ma devo considerarli parte di me e cercare di dargli una collocazione e perfino una dignità tanto non se ne andranno. Alcuni hanno il sapore un po’ nauseabondo del rimpianto, altri quello acre della rabbia o dell’amarissimo dolore, ma lì sono e lì resteranno, ahimè.

Non è semplice liberarsi di tutte queste “cose”, lo faccio piano, con delicatezza. Via oggetti, pensieri, lavori e impegni. Domani è un altro giorno.

foto linda Vukaj

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Ultimo giorno a Lampedusa

venerdì 3 giugno 2016: ultimo giorno a Lampedusa. Ultimo giorno di un viaggio e il primo di quel che resta.

Qui a Lampedusa avevo molta paura di non poter sentire sulla mia pelle, oltre che nei miei pensieri, la straordinarietà di quest’isola come emblema di quel che succede in ogni luogo che diventa punto di arrivo per la salvezza.

Non è stato così. Molti incontri, la curiosità degli abitanti e la mia, incrociate, la presenza di persone impegnate a fare del loro meglio ha fatto si che mi senta a mio agio, bene, in un luogo amico e al contempo umanamente importante .

L’incontro con don Ciotti, Giusi Nicolini, i ragazzi dell’isola e le sue associazioni, i tanti amici conosciuti, hanno reso questo mio soggiorno pregno. L’ultima sera è stata un po’ magica, ed ha chiuso una esperienza forte nel modo “giusto”: una bellissima lezione di yoga condotta da Rino, milanese trapiantato nell’isola, nella sua casa zen, con giardino zen, orto zen, cane zen, silenzio zen.

Durante la giornata ho affrontato il gran lavoro della spedizione della mia bici a casa: che cosa difficile abbandonarla. Per un po’ ho pensato che non potevo rimanere 5 o 6 giorni senza. Ma la Bici, anzi la e-bike, dà dipendenza?

Santi numi: credo di si!

Oggi in isola è venuto il nostro Presidente Mattarella ad inaugurare un museo, il museo archeologico di Lampedusa, il Museo della Pace.

Quella piccola isola, prende il cuore. Lo prende e non lo lascia: chi ha voglia di provare questo bel sentimento, pensi ad andarci. Lampedusa non è un posto dove stare inermi sotto l’ombrellone, né un luogo dove dedicare il proprio tempo all’attività su lo spallino giù lo spallino per avere una abbronzatura perfetta. Lampedusa è anche questo, certamente, perché lì c’è il mare più bello che abbia mai visto, ma è molto di più. Innanzi tutto è una piccola isola in mezzo al mare. E’ luogo di riposo, luogo di rifugio, luogo di incontro, per uomini e animali, per fiori e pescatori, per naufraghi e idealisti. A Lampedusa ci si sente in mezzo al mare, in una dimensione un po’ speciale a me fino ad ora sconosciuta. E il mare che la circonda regala dei colori che commuovono, che sembrano impossibili da tanto forti e belli che sono. La sabbia è bianchissima e le spiaggette piccoline, si tuffano in acqua diluendo il color blu intenso di tutto quel mare. Bianco misto ad una punta di giallo e blu regalano sfumature mai uguali a sé stesse, nel perpetuo gioco dei riflessi di luci ed ombre.

Lampedusa ha solo una salvezza possibile per la sua valorizzazione.: mantenersi, lottare contro l’abusivismo, non accettare la logica del commercio sfrenato, dell’edilizia ovunque, dell’arrembaggio al turista.

Dovrà credere che il benessere si debba perseguire altrimenti, attraverso l’offerta di più servizi, di più agevolazioni per recarsi in “continente o quasi”, più cultura, scuole, salute, opportunità. Dovrò pensare alla valorizzazione di quel che ha, piuttosto che all’aggiunta di quel che non ha. Non sarà un luna park, come ho sentito dire, che potrà risolvere i problemi di una piccola isola impegnata a galleggiare e a salvare insieme al suo ambiente, anche tante vite umane.

E mentre io son qui, a incontrare una donna coraggiosa, anzi, ormai posso dire un’amica, come Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, a visitare la raccolta degli oggetti dei naufragi, fatta da alcuni giovani dell’isola, a emozionarmi davanti alla porta d’Europa, a parlare con qualche migrante che conosce l’inglese che ha negli occhi tutto quel che ha lascato e nella mente lo sconosciuto davanti a sé, mi arrivano notizie che a Gemona, nel mio paese, sono in atto incontri per discutere su 20 migranti ospitati in un vecchio albergo non più funzionante del paese.

20 migranti su 11.000 cittadini. La gente è impaurita, insicura, incredibile. Uno per uno, non siamo così, ma alle volte l’essere insieme ci rende pazzi. Deliranti, intendo. Paranoici.

Sono certa che sapremo, con un po’ tempo, accoglierli al meglio. Il mio paese ha ricevuto l’aiuto del mondo, non se lo dimenticherà. Faremo in modo di non dimenticarcelo. Siamo in tanti ad aver voglia di sentirci parte, di non tirarci fuori da queste tragedie per lo più prodotte da noi, che determinano una divisione arbitraria sulla base del caso geografico della propria nascita. Ho percorso molti chilometri per non essere indifferente.

Adesso è ora di tornare, c’è tanto da fare.

foto di

Linda Vukaj

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