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"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Arrivo a Lampedusa

8,30 arrivo a Lampedusa. Il traghetto si avvicina lentamente e per un tempo che mi è sembrato interminabile, Lampedusa con le sue rocce bianche si staglia tra mare e cielo come un agognato desiderio. Finalmente scendo e senza neanche avere il tempo per emozionarmi ancora, subito mi avvicina un signore che mi chiede se sono la mamma di Giada. Si, lo sono. Giada è stata qui qualche anno fa a fare un servizio per la Rai ed ha conservato le amicizie di quei giorni. Tornata a casa, mi ha parlato tanto di quest’isola che è da allora aspetto di venirci. L’ho fatto con una bella pedalata.

Enzo, così si chiama il signore, fa il pescatore. Mi spiega che le barche stanno fuori due giorni e pescano svariate tonnellate di pesce. Sulla banchina ci sono i camion refrigerati e il pesce viene immediatamente “sceso” dalla barca e stivato per essere portato a destinazione in tutta Italia. Certo, qui è davvero “appena pescato”. Sta arrivando una barca e con essa il lavoro di due giorni di pesca. Potrei andare a vedere, ma poi penso che forse incontro agonia e rinuncio. Non riesco più a sopportarla. Eppure, per motivi legati al diabete, ho ripreso a mangiare pesce e mi sento anche peggio: occhio non vede cuore non duole. Che vigliaccata.

Saluto enzo e mi avvio al centro di Lampedusa. Prima di entrare nell’abitato mi fermo vicino al mare e… mi emoziono. Ce l’ho fatta.Un momento e via.

Riparto, tutto è dorato dal bel sole della mattina che colpisce radente le cose. Le ombre lunghe creano un andamento allegro. La cosa che colpisce subito, e me in particolare, è la presenza di tanti cagnoni randagi, liberi, placidi, che si comportano come i padroni dell’isola. Bello-bello vedere che tutti li conoscono, li accolgono, li coccolano. Fuori dai negozi, ci sono dappertutto ciotole dell’acqua per loro.

La gente qui, sembra tutta in vacanza, ma naturalmente non lo è. I negozianti stanno sballando scatoloni, altri puliscono vetrine, bagnano le numerose piante sparse qua e là, preparano l’accoglienza dei tanti turisti in arrivo. In giro per il paese è pieno di piccoli cantieri per il rifacimento dei marciapiedi, del selciato, della cosa pubblica. La cittadina è pulita. Mi fa un piacere immenso: sono centinaia e centinaia di chilometri che attraverso montagne di spazzatura, cartacce e giornali, bottiglie di vetro e di plastica, copertoni (e guarnizioni simil-serpente e serpenti simil-guarnizioni), cartoni e le maledettissime borse di plastica che volteggiano in aria pericolosamente come uccelli predatori impazziti che si avventano sui ciclisti.

Le cose che ho visto buttate in giro sono davvero inaudite, anche perchè, non c’è nulla da dire né da giustificare, sono responsabilità di chi ha gettato e di chi non ha raccolto. E questo scempio riguarda ogni spazio, in città e fuori città. Beh, Lampedusa è pulita. Molto.

Passando nella via centrale, un po’ di persone mi fermano: hanno seguito il mio viaggio ma non avrebbero pensato che ce l’avrei fatta. Sembrano felici di vedermi.

Anche nella struttura che mi ospita la Tourgest, del mio ormai amico Salvatore, mi accoglie in frenesia di sistemazione. Dappertutto si sta preparando l’isola per l’arrivo dei gitanti e io ringrazio Dio di essere arrivata prima di tutti loro. Non avrei voglia su questa isola che tanto rappresenta per me e per il mio viaggio, cogliere la spensieratezza e il “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” che qui convivono con la disperazione, la morte, l’uomo mangia uomo ed anche, per fortuna, uomo aiuta uomo.

In questi giorni si sentono notizie di nuovi sbarchi e di montagne di nuovo dolore bagnato. La prima azione che decido di fare è “andare incontro”, questo era il mio proposito e questo faccio. Mi dicono che non ci si può avvicinare al Centro Accoglienza, non m’importa, voglio “andare verso” quella zona. Il mio contachilometri segna esattamente 2.318. Ero partita a 62. Ho fatto 2256 chilometri per non sentirmi indifferente a questo mal di vivere, di più, impossibilità di vivere, che riguarda così tante parti del mondo e così tante realtà dolorose. Mi avvicino lenta, con la mia bici. Il Centro è all’interno dell’isola. So circa dov’è, non m’interessa arrivarci davvero, che sarei più che inutile, d’impiccio. “Vado verso”, sussurrando dentro di me una sorta di preghiera, per chi in questo giorno è appena arrivato dopo un viaggio pazzesco, per chi è morto durante la notte per chi è lì da un po’ in attesa di smistamento. Mi viene in mente Primo Levi, Se questo è un uomo….

Mi raggiungono come sempre pensieri nel mio mentre pedalo piano. Ricordo un viaggio in treno fatto verso Roma con gli amici di Parma, lo scorso 7 aprile per la presentazione del nostro disegno di legge (2233) sulla psichiatria. Eravamo vicino ad alcune “signore” vestite e ingioiellate, fans di Salvini (caoaci perfino di dire che è un bell’uomo). Stavano andando da Milano a Roma per fare shopping. Ricordo i discorsi, le assurde convinzioni, il razzismo così forte da non considerare assolutamente umani questi essere umani “altri”. Lo ricordo con raccapriccio, con disgusto, anche rabbia, ma non è il sentimento predominante. Quello predominante è il disgusto che sento proprio allo stomaco. E penso anche ad altre “colpe” di persone incolpevoli come chi ha un disturbo psichiatrico, o una disabilità o si trova in una emergenza economica magari momentanea. Anche loro fanno parte di una umanità tanto “altra” da non essere riconosciuta da alcuni come tale. Immondizia da buttare.

Mentre pedalo su queste strade punteggiate da ciuffi di fiori viola, così belle da sembrare un paradiso, mi prende una commozione profonda. Ho pianto in questo viaggio. Ho pianto anche ieri. Mi spaventa che esistano questi contrasti nell’umanità. In quelle “signore” ho incontrato, in potenziale, le stesse persone che in altre condizioni e paesi, organizzano i viaggi per questi disgraziati sia su mare che su terra, senza minimamente curarsi dei rischi, pensando solo ai guadagni.

Mi raggiunge un altro pensiero/ricordo che mi viene su quella strada così straordinaria e silenziosa. E’ Île de Gorée, visitata assieme ad amici senegalesi tanti anni fa, appunto, in Senegal. Era l’isola dalla quale si “spedivano” gli schiavi nel sud america. Le navi erano studiate per incastrare tra loro più persone possibile. Ci sono i disegni dei “progettisti” che indicano la sistemazione per riuscire a trasportarne con un solo viaggio svariate migliaia. Strati e strati bassissimi, in cui gli schiavi venivano distesi sul fianco, impossibilitati a girarsi per mesi, con le gambe piegate, incastrati tra loro e incatenati così da permettere la massimo quantità di “merce”. Morivano il 70% circa delle persone tra escrementi e putrefazione degli altri corpi vicini. Il colera non era che uno dei mali. I disgraziati che arrivavano vivi, non avevano in riserbo, che altro dolore ancora. E come per le immondizie, questa della tratta di vite umane in fuga, è una realtà per cui tanti hanno responsabilità, indirettamente anche noi, di certo. Mi fa male. Son qui anche per questo. Ieri una persona ha scritto sulla mia pagina FB che sto lottando contro l’indifferenza. E’ così, è quello che ho cercato di fare, non sapendo far molto di più: nella salute mentale, come nell’immigrazione e nell’assurdità della incuria del nostro straordinario paese e dei nostri paesaggi, scoprendo che l’Italia è davvero bellissima e piena di gente di buona volontà. Forza, siamo in tanti: la volontà è la scintilla, è ora di rimboccarci le maniche.

Girovagando nell’isola ho poi percorso la strada delle piccole baie. L’acque è meravigliosamente azzurra vicino alla riva per poi diventare di un bel blu elettrico un po’ più in là. Ma al largo, dio mio, che blu scuro. Profondo. Quasi nero.

Arrivando col traghetto in questa acqua così scura e profonda, qua e là, galleggiavano cose… uno straccio (era uno straccio? o forse un abito?), due pezzi di plastica colorata indefiniti, qualche bottiglia…. La mia immaginazione è partita e per ognuna di queste cose mi si è squarciato il cuore, anche se forse nella realtà erano solo parte di quell’enorme immondizia buttata qua e là nel nostro paese. Ma poteva anche essere altro. Prima di andarmene, butterò un fiore in quasto mare. Lo butterò per me e per tutti quelli che come me pensano che questa sia solo una feroce follia e una inaccettabile ingiustizia alla quale, con battito d’ali almeno, dobbiamo porre attenzione.

Domani arriveranno amici da svariate parti d’Italia di Parole Ritrovate. Sarà bello essere qui assieme: Lampedusa è bellissima!

Poco più in là del porto d’attracco di Lampedusa

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2 Comments

  1. simonetta stabellini

    un traguardo eccezionale, il tuo coraggio e un tantino di “pazzia” hanno fatto il resto… a prestissimo

  2. ferruccio

    sei stata coraggiosa a percorrere tutta questa strada ti capisco perchè sono anchio diabetico e pur essendo stato uno sportivo non so se riuscirei a fare quello che hai fatto tu complimenti vivissimi se ti è possibile mi potresti dire come sono andati i tuoi valori di insulina e se nel corso del viaggio si è stabilizzata io mi faccio l’insulina ancora un cordiale saluto

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