A Linosa, si è immersi  nel silenzio. Non ero mai stata su un isola così piccola. Qui non prende internet (la mia compagnia), poco anche il cellulare, così oggi (25 maggio), sono stata proprio sola.

Sono arrivata alle sei dopo una notte un po’ agitata trascorsa sul traghetto partito da Porto Empedocle. Ho avuto tutto il giorno per pensare, riordinare, ricordare, osservare.

Linosa è un’isola vulcanica, le rocce sono nere o color ruggine scuro. Tutte hanno le tracce di un calore che le ha sciolte. Per contrasto su questo bel nero, vivono cullate dalle onde delle alghe di un bel colore giallo, mai viste altrove.

Se dovessi fare lo scenografo, dovrei farlo di eventi epocali: rivoluzioni, meteoriti, diluvi universali, naufragi, o eruzioni vulcaniche, perché io sono un po’ esagerata, lo so. Le cose sono bellissime, intensissime, o drammatiche, spaventose. Oscillo paurosamente tra questi due poli, svariate volte in un giorno. Una sorta di bipolarità molto intensa, ma di brevissima durata. Sono flash, spari emotivi, onde che mi invadono e se ne vanno. Per fortuna se ne vanno, altrimenti sarebbe una vera patologia. Grave.

La brevità di tutto questo sobbuglio che vivo dentro di me, mi permette quasi sempre di rimanere in un instabile equilibrio…

Perché io, me le vedo le cose. Sono in continuazione invasa da una sorta di visioni. Prendo una pietra in mano, una di queste pietre nere, e “vedo” l’esatto momento in cui è uscita incandescente dalla terra, tossita da chissà quale forza che normalmente se ne vive quieta  in profondità. Immagino il vapore e il calore, posso “vedere” ogni istante dello scoppio, della discesa della lava, del contatto della stessa con il mare. Tutto posso fantasticare. M’immagino la sorpresa dei pesci, che nulla sanno della superficie. Posso persino sentire il ribollir dell’acqua. E ancora, “vedo” la lava raffreddarsi, condensarsi ed infine fumare piano per un tempo lunghissimo, fino a attenuare il calore del tutto. E posso immedesimarmi nel primo seme, che trasportato dal vento qui si è adagiato e ha gemmato. Perché la vita nasce prepotente, anche a dispetto delle condizioni. Da lì è tutto incominciato e le case e gli abitanti di adesso vengono da quel seme “pioniere”. Che film.

Trovo che questa mia forza immaginativa sia davvero una mia forza. Riesco a “vivere” eventi di cui non so nulla. Mi piace vivere così le cose, anche se, naturalmente, questo mi fa prendere spesso degli “svarioni” notevoli. Non è cattiva indole, non è volontà, è che io , senza saper nulla della situazione, proprio la vivo. E’ questo il prezzo che si deve pagare quando si vive due volte, una nella realtà, l’altra nell’immaginazione, alle volte andare proprio fuori rotta.

Sto scrivendo in questo momento sull’ultimo tratto di mare che devo attraversare per arrivare finalmente alla mia meta Lampedusa. l traghetto è vecchiotto e il tratto da Linosa a Lampedusa dura circa due orette.

Sono in uno di quei saloni con quel gusto speciale che solo i traghetti hanno, moquette blu un po’ agè sul pavimento, simil-formica nelle pareti. Le poltroncine, rivestite di un velluto blu con piccoli disegni rossi, ormai consumato, dovevano rappresentare il lusso di questa sala. Una grande televisione, mentre io scrivo, sputa, come il vulcano, notizie.

Alcune mi raggiungono e sono sulla mia pelle, incandescenti come lava. Questa notte 562 naufraghi sono stati salvati nel mare di Lampedusa. Una bambina di 9 mesi (ma non cambierebbe se fosse di 9 anni) è rimasta senza mamma, morta nella traversata “forse per le esalazione di carburante”. E mi prende un altro terribile viaggio immaginativo. So dove sto andando con questo traghetto. So di andare su una terra che è mito, per tante, troppe persone. So che il carico di speranza e di disperazione mi arriveranno forti e so che se prenderò in mano una pietra di là, io questo vedrò. Vedrò piedi che l’hanno calpestata, mani che forse, nell’attesa di chissà cosa l’hanno toccata. Non immaginerò l’origine di quell’isola, ma il sentimento di ogni disperato che qui arriva, dopo viaggi duri da sperare, per la fatica, la paura, lo sgomento e le “esalazioni di carburante”. Chi approfitta di questa disperazione è davvero una brutta brutta persona. Chi dice di voler “rimandare indietro” questi barconi, non è da meno, ma questa è realtà, non immaginazione purtroppo.

Vorrei ci fosse un a Lampedusa per tutti nel caso di una così grande disperazione. Vorrei che noi ci rendessimo conto della pazzia di questa “chiusura” della nostra parte del mondo. Vorrei che i miei figli, se fossero naufraghi trovassero chi li accoglie come tali, senza se e senza ma. Vorrei non sentire in me la vita che mi lascia su quella nave fatiscente, vorrei non sentire su di me la disperazione del sapere che la mia piccola bambina rimarrà sola. Vorrei.

E io ora sbarco a Lampedusa.

linosa