biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Fine primo step

L’arrivo a Porto Empedocle, decreta la fine della mia pedalata non del viaggio (ma i viaggi finiscono mai?): adesso c’è il mare che mi aspetta. Non attraverserò quell’acqua a cuor leggero sapendo che su quello stesso mare centinaia, migliaia di persone sperano.
Provengo dal lato fortunato del mondo e non ho nessun merito per questo. Ho dedicato la mia fatica ad “andare incontro”, sapendo bene che questo non cambierà nessuna tragedia, ma potrà forse servire a non sentirmi del tutto passiva di fronte a delle simili assolute ingiustizie. Il battito delle ali di una farfalla, niente più.
Come mi sento… non so. Mi sento piena e vuota, stanca e non stanca, sola e insieme a mille, vecchia di una vecchiezza esausta e di una vecchiezza straboccante.
Questa sera, mentre ero su una terrazza ad Agrigento, miriadi di rondoni vorticavano cantando. Anche quando ero bambina facevano lo stesso baccano, solo con un altro sfondo. Nessuno avrebbe mai potuto pensare allora che avrei rivisto quegli stessi uccelli alla fine di un viaggio mitico.
Immobile, forse immobilizzata chissà da cosa, mai e poi mai avrei pensato di poter fare una follia così.
Eppure, non mi è sembrato difficile. Molto più difficile vivere per me, In questo viaggio tutto era chiaro: dovevo pedalare, controllare la glicemia, indossare il bracciale dell’Univ di Ts, scaricare i dati, scrivere sul blog. Tutto qui. Mentre l’ho vissuto è andato via veloce, ma se mi guardo indietro, vedo una montagna enorme. Non mi è sembrato difficile, ma lo è stato. La filosofia del “qui ed ora”, del “un passo dopo l’altro”, del “si può fare”, mi ha costantemente sostenuto. Non mi sono sembrati inutili gli anni in cui, durante la scuola di Counseling, ho studiato questo in teoria. Ho fatto di teoria, pratica, eccome se l’ho fatto!
Ogni difficoltà, dal mal di “soprasella”, all’incontro con serpenti, cani rabbiosi, gatti sviscerati, gallerie e salite, solitudini e paure, in ogni momento complicato, ho cercato di pensare a questo. L’ho scorporato da tutto, da me, dal contesto dal tempo e dalla storia e affrontato per quello che era. Secondo dopo secondo sentendo che a piccoli pezzi, potevo farcela.
Credo che la cosa fondamentale per non sentire la fatica e procedere attraverso ogni tipo di situazione da affrontare, sia stato avere una meta, e avere chiara, sebbene complessa, la missione da compiere.
Ho trattato il mio viaggio come fosse una tela bianca. Gemona-Lampedusa e me, la mia vita, i miei colori. Ho preso il pennello ed ho iniziato a dipingere. Tratti forti, materici, colori mescolati fino a divenire indefinite sfumature ed altri che al contrario mantengono la forza della purezza.
Per capire com’è l’opera, sarà indispensabile allontanarsi un po’. Devo chiudere gli occhi, staccarmi e poi riaprirli. Son curiosa di vedere quel che sarà. Intanto posso dire che dipingerlo, questo viaggio, è stato bello.
Quella energia e quell’entusiasmo che da sempre mi sento dentro, li ho sperimentati, testati. Non erano solo un’impressione, ci sono davvero. Ho scoperto di me la tenacia e l’ottimismo, che non conoscevo. Ho buttato via un bel po’ di paura anticipatoria e di lagnosità. Ho imparato che ho bisogno di poco sia esso materiale che immateriale e che la cosa a cui tengo di più, è di essere amata. Ho scoperto che non sono amata e che sono amata e che questo a ben vedere è il contrasto con cui tutti dobbiamo fare i conti. Ho scoperto che voglio essere accettata più che rispettata, che voglio amare più che odiare, che mi piace essere fedele negli affetti. Ho capito di essere una “brava persona” e, senza falsa modestia, che valgo. Non più di altri, non è questo un paragone: intendo dire che riconosco un valore in me.
Queste le sensazioni a caldo. A freddo, vedremo. Credo che questo viaggio abbia comunque segnato un confine e che ci sarà per sempre un prima e un dopo
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1 Comment

  1. Maria Leduisi

    bello, grazie!

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