Tra Selinunte e Sciacca la strada è bellissima. Forse il più dolce tratto in assoluto insieme al tratto per raggiungere Grosseto.

C’è una strada a scorrimento veloce parallela, che ha svuotato completamente la piccola provinciale. in 45 chilometri non ho incontrato che pochissime auto e andare in bici senza traffico è davvero bellissimo.

La strada si adagia su vigneti e campi, su oliveti e frutteti. Di tanto in tanto si scorge il mare sulla destra, ma anche quando non si vede, si sente la sua presenza. Ieri era una bellissima giornata di sole, finalmente senza vento. Ho pedalato piano, sapendo che la mia avventura è giunta quasi al termine. Andando ho, come al solito, cercato di utilizzare tutti i miei sensi per “leggere” il mondo.

I moscerini qui, sono grandini. Sono specie di piccole moschette molto sociali che appena possono si fanno un giretto qua e là, addosso. Uno mi è entrato in un occhio e il bagnato lo ha incollato. Non riuscivo a toglierlo. Poveretto, che fine stupida. Due o tre sono entrati in bocca: moschini del genere “nessun sapore”.

Il sole ieri era fortissimo: mi colpiva la faccia e le parti scoperte, che aumentano di giorno in giorno con l’avanzare della stagione e dello spostamento a sud, facendo comunque permanere la tragedia dell’abbronzatura a particelle.

Mentre pedalavo ho sentito fortissimo gli sbalzi di temperatura. Ci sono stati tratti in cui mi pareva di avere addosso un phon impazzito che spara aria fredda e calda di continuo. Se l’aria si potesse vedere, sarebbe un bel vedere. Mi son persa per qualche chilometro ad immaginarlo: rosso, blu, giallo che danzano trasportati da chissà quali e quante leggi della natura. Probabilmenti ci sono piccoli vortici, tratti in cui l’aria prende velocità e forza (lo si sente sulla pelle) ed altri in cui si muove piano. Mi è venuta in mente la musica. Sarebbe bello vedere l’aria che si muove. Io per 2100 chilometri, sulla mia affidabile Future Bike (spudorato spottone ;-), ma sono davvero entusiasta della mia bici, Quindi la ditta se lo merita) l’ho sentita su di me come immagino sia vivere il mondo per una persona che non può vedere. Si sente addosso, si immagina, si acuiscono i sensi e si vive intensamente se pur in deprivazione sensoriale. L’aria non ha colore, ma se ce lo avesse e cambiasse col cambiare della temperatura, ieri avrebbe regalato delle vere opere d’arte.

Ma il senso che più di tutti mi è stato sollecitato dal percorso di ieri, è stato l’udito. Il fatto che non ci fosse nessuna auto in giro, mi ha permesso di ascoltare altro. Ascoltare il silenzio. Un silenzio magnifico, accarezzato di tanto in tanto da un fruscio tra le foglie del bordo strada, chissà da che animaletto provocato, o da un trattore lontano, o a tratti dal vociare di bambini in qualche casa nei dintorni. Tre cani distesi all’ombra sull’asfalto (io già terrorizzata), mi hanno guardata pigri e uno solo stancamente si è alzato e ha dato una abbaiata. L’ho sentita allontanarsi alle mie spalle ed ho capito che non si era mosso di un passo.

La strada è tutta “crepata”. Lunghe fenditure longitudinali, la feriscono. All’inizio ho pensato fosse qualche operaio asfaltista che ha fatto male il suo lavoro, poi mi è venuto in mente il terremoto del Belice. Sono in questa zona. Chiedo conferma e sì, mi dicono nell’unico paese che attraverso, si, quelle crepe sono dovute al terremoto della valle del Belice del 1968.

Tra Selinunte e Sciacca, c’è Menfi. Menfi ha le strade parallele, lunghissime con delle traverse. E’ un bel paese, con una piazza incredibile, aperta verso la pianura sottostante e il mare. Una vista poderosa. Ho conosciuto due persole lì. Pochi minuti ma concentratissimi.

Vincenzo, che mi ferma per la bandierina FIAB e per quella dell’Università di Trieste (che sta facendo insieme a quella di Pisa una ricerca sulle reazioni del mio corpo al viaggio). Dice che a Brescia, dove abitava, era isritto a Fiab e vorrebbe fare una sezione anche qui. E’ insieme ad una bellissima bambina di 6 o 7 anni. Mi dice di essere vedovo: mi si spalanca un mondo. Mi saluta con un buon viaggio. Penso che il mio viaggio non è nulla paragonato al suo e gli rispondo “buon viaggio”. Capisce benissimo cosa voglio dire e mi sorride. Ha voluto il mio indirizzo.. chissà se leggerà queste mie parole e chissà se mai mi scriverà.

Mi dirigo piano verso la strada che mi indicano per Sciacca. Mi fermo lungo una delle drittissime strade del paese e mi avvicina una signora per chiedermi se sono una di quelle “donne che girano il mondo”. Solo l’Italia rispondo.

La signora si chiama Mariolina, ha tre figli ingegneri, era prof di lettere, oggi è triste, sa molte canzoni tra cui una in triestino, è studiosa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e si meraviglia io conosca la persona, ora professore universitario, che materialmente ha scritto, sotto dettatura il gattopardo. Ne sa un sacco davvero. In pochi minuti ci siamo scambiate un pezzetto di vita.

Mi recita in dialetto una poesia che ha scritto, che mi piacerebbe tanto avere perchè racchiude esattamente il senso di quel che ho assaporato in sicilia. I concetti contenuti sono che la Sicilia, è molto di più della mafia, è fiori e paesaggi, è profumi e dolcezza, è come il fico d’india, con lascorza grossa e pungente, ma un interno morbido. La morbidezza è data da amore e onestà, specifica. Bellissimo sentigliela recitare per me. Mi piacerebbe tanto riincontrarla in qualche modo ed anche Vincenzo.

Durante il viaggio non ho mai raccolto un indirizzo di nessuno. Quando ho incontrato qualcuno gli ho dato il mio sperando che un giorno, mi scriveranno. E’ come per tutte le cose materiali. Non ho comprato nulla durante l’intero viaggio. E’ come se avessi già troppe cose, troppi pensieri, troppo di tutto in questo viaggio e mi volessi affidare al fato.

Se ci si rincontrerà sarà un a meraviglia, altrimenti entreranno anche queste persone speciali sfiorate, nei miei ricordi come tutti i metri e i pensieri percorsi.

Forse in questo viaggio sto imparando a “lasciare”.

la sensazione di libertà che dà lasciare, è fortissima.