Due incontri belli e fortuiti: senza alcun contatto e con notevole “faccia tosta” o chiamato il direttore del DSM di Vibo Valenzia per avere un incontro che mi ha subito accordato. Senza alcun contatto e con notevole piacere ho ricevuto una “chiamata” dal direttore del DSM di Messina Sud e mi sono trattenuta volentieri in questa tranquilla e luminosa città per incontrare lui e la sua equipe.

Più vado avanti col mio viaggio più si delinea l’importanza di quella che all’inizio era solo un intuizione. C’è necessità di conoscere le realtà della Salute Mentale che davvero in Italia sono diverse, creative, con particolarità che rendono pieno di colore questo mondo. C’è invero anche moltissima ombra, per non dire buio profondo, ma la mia professione è la riabilitazione e per deformazione professionale, sono predisposta a valorizzare le risorse più che a considerare i deficit. Questo non vuol dire che sono cieca. Ho rilevato tantissimi problemi, tantissime differenze di investimento e di “filosofia” d’intervento. Ci sono e sono gravi considerando che l’Italia si fregia per essere uno stato con una legge, ormai di quasi quarant’anni fa, molto avanzata, ancora modernissima e di grande respiro sociale. Mi meraviglia, ogni chilometro in più che faccio, che dal 1978 non ci sia stata più una legge che rendesse obbligatori e germinativi i semi di quella civilissima legge che è la 180 con adeguati fondi dedicati. Mi chiedo perché. Mi chiedo come mai, le menti importanti di questo paese della psichiatria e ce ne sono eccome, non ci abbiano investito, creduto, non abbiano lavorato per questo. Certo, tendere a uniformare il servizio offerto in tutto il nostro lungo stivale (oh, quanto è lungo!), può essere davvero un lavoro difficile, ma va fatto. Faccio parte di Parole Ritrovate, movimento che comprende utenti, famigliari e operatori. Al nostro interno si è dibattuto molto sull’opportunità o meno di presentare un disegno di legge. Alcune volte anche in maniera accesa (io ad esempio ero una di quelle molto critiche). Alla fine è stato presentato ed è il DDL 2233, che aspetta in questi giorni la calendarizzazione per la discussione alla commissione. Ci sono alcuni aspetti fondamentali e, a mio avviso, rivoluzionari in questo disegno di legge, ed altri che possono essere migliorati, integrati, “riabilitati”. Il grande pregio è che Renzo de Stefani insieme a noi Movimento, ci ha provato, ha acceso la miccia in modo tale che cinquanta deputati hanno firmato questo DDL e se ne discuterà. E’ poco? No, non è poco.

Dunque Vibo Valenzia. Ho appuntamento col Direttore del DSM, Giuseppe Greco alle 10,30 e alle 10,30 esatte, arrivo. Chiedo alla reception dell’ospedale, dove si trova l’SPDC, sembra non capire cosa dico. Mi correggo e chiedo della Psichiatria: mi capisce benissimo. Giù dalle scale mi dice. Scesa, non trovo il cartello che indica il reparto, mi perdo un po’, poi infine un infermiere mi accompagna fino vicino all’ingresso. Il dott. Greco al telefono mi aveva messo un po’ di agitazione, sembrava molto “burbero”. Questo sommato al fatto che il reparto fosse così fuori dalla centralità di tutti gli altri reparti, mi aveva fatto scattare una sorta di pregiudizio e già mi aspettavo di vedere, come ho visto in altri luoghi, un reparto chiuso, scrostato e brutto, con grida e lamenti incomprensibili che rimbalzano da muro a muro e un primario piegato su scartoffie che nulla hanno a che fare con la “cura” degli utenti. Mi aspettavo tante anime disanimate che girovagano per i corridoi, prive di forza e di vitalità Mi aspettavo, come già visto, anche operatori stanchi, chiusi nelle stanze a loro dedicate, anch’essi senza vitalità.

Ah, i pregiudizi, che cosa dura da affrontare.

Arrivo davanti alla porta e… è aperta! Grande sorpresa. Dentro tutto è di un allegro colore caldo, solare, non ci sono che pochi strascicati lamenti che provengono da una stanza, ed è esattamente da quella che esce una gentile infermiera che mi accoglie e mi sorride (La forza del sorriso è incredibile). Mi portano dal “burbero” dott. Greco. Un bell’uomo, alto, senza camice, giovane e giovanile. Mi accoglie parlandomi “come fossi una dirigente” (cosa per nulla scontata). Certo, la situazione che si trova a dirigere, non è uno scherzo. Mi racconta che manca personale, i tagli alla sanità, sembra, qui più che altrove, sono “lineari” e questo nuovo dirigente si trova con mille emergenze da affrontare, un grande territorio in parte montano e pochissimi operatori. A parte questo, fa quello che può e lo fa in modo ottimo. Nell’SPDC di primo acchito, si respira aria di diritti e di doveri rispettati. Me ne vado contenta. Tra mille difficoltà, ce l’hanno fatta a rendere vivibile il reparto. Il dott. Greco mi chiede di visitare il Centro Diurno di Mileto e così, al mio passaggio in quel territorio, faccio. Luoghi faticosi, come dappertutto, ma civili e di servizio. Alcune informazioni fornitemi dal medico con cui parlo mi inquetano un pò: le “strutture” private sembrano essere molte e molto utilizzate. Mi chiedo quata parte della spesa dedicata, venga utilizzata per questo…

Conosco le mie belle colleghe: con tre utenti stanno preparando un buon sugo e mi invitano a pranzo. Per fortuna non accetto (non mangio se devo pedalare, ce frutta fresca e secca): la strada successiva, fino a Scilla, è un vero inferno!

Messina: attraverso una operatrice di Palermo, Arianna, che ringazio, vengo chiamata da un dirigente che già al telefono mi pare “festoso”. Dice che avrebbe piacere di mostrarmi il suo DSM. Non mi dovevo fermare a Messina, ma lo faccio volentieri.

L’indomani alle 10,30 (si vede che è l’ora buona per i nuovi incontri) sono sulla porta del CSM Messina Sud. Quartiere animato, molto popoloso. Mi riceve Gaspare, che di cognome fa Motta ed è il dirigente del DSM, ma in men che non si dica diventa solo Gaspare e tutto il resto sfuma, anche se non scompare naturalmente. Conosco anche gli altri dirigenti. Mi chiedo, ma è un lampo, dove e come  sia il comparto. Restiamo a raccontarci le reciproche esperienze e poi scendiamo per una colazione a base di granita al caffè con panna e brioche (meraviglia!, tranne che per il mio diabete, naturalmente).

In questo territorio c’è un progettone pazzesco. Una cosa davvero importante. Io posso sempre e solo raccontare qualcosa che sento di pelle, non conosco tutti i dettagli, le retroazioni, ma la “pelle” spesso ci prende. La mia pelle si è agitata da tanta bellezza, qui. Tutto è partito con la chiusura dell’OPG di Barcellona e l’avvio di un progetto complesso e molto imprenditoriale di inserimento sociale e lavorativo, in realtà, una sfida, per le 60 persone che erano ricoverate, che durerà 20 anni in tutto. Il progetto si chiama “Luce è Libertà”, ed è la prima volta che mi sono trovata davanti, non a un progetto di Psichiatria, ma ad un progetto imprenditoriale in Psichiatria che ha come scopo il reinvestimento degli utili a fini sociali e la continua ricerca di occasioni da cavalcare.

Arrivati al “Forte”, una struttura perfettamente restaurata dalle persone ex internate con i fondi ottenuti per il reinserimento, mi viene spiegata l’architettura del progetto. Mi trovo davanti ad una “economia sociale” di alto livello.

Difficile spiegare: un mix virtuoso tra etica, cittadinanza attiva, Psichiatria, Economia, Imprenditorialità, coraggio (tanto), strategia.

Oggi ho letto il progetto, ho capito di più, e mi sono emozionata, semplicemente emozionata.

Gaspare è una semplice e bella persona. Non è semplice per nulla naturalmente, che la semplicità è sempre complessità risolta e quasi sempre frutto di un lavoro intenso e importante su di sé. Ho conosciuto anche gli altri colleghi e gli attori del progetto. Ma belli belli tutti. Ci ragionerò molto nei prossimi mesi e credo che sarà difficile non cercare di contaminarmi con questa realtà.

Gaspare è uno psichiatra con la passione per quello che fa. E ,tanto per colorire il discorso con gergo un pò volgare, ma capace di rendere bene il concetto, ha due palle così!

Ci vuol fegato a fare quel che ha fatto, ma fegato-fegato, lui e tutti gli altri “pazzi” in senso reale e metaforico, che hanno costruito questa realtà. Penso a come ogni tanto ho incontato la “paura” ad affrontare situazioni di cura con persone più frizzantine di altre, per la responsabilità medico-legale che comportano gli interventi.

Dal 2010, qui ci sono 60 persone che avevano una “condanna” all’OPG, che vivono tra noi in modo sicuramente complesso, ma realizzato. Si ha idea vero della “responsabilità” medico-legale che ci sta dietro?

Allego, per chi saperne di più, un video un po’ lunghetto, ma chiaro, che spiega il progetto.

Ps: grazie Gaspare anche per i bellissimi luoghi che mi hai fatto successivamente conoscere e il buonissimo pranzo. Grazie anche per aver “perso” con me così tanto tempo. Bello te, il tuo lavoro, tua moglie Caterina, la tua casa! si capisce che sono entusiasta….?