biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Sono Mila e sono a Scilla.

Sono partita esattamente 40 giorni fa. Una vita e un lampo. Il tempo ha perso i confini, scorre ma in modo diverso, con un andamento ineluttabile e inaspettato. Con un ritmo che non s’interrope neanche di notte, una lunghissima pellicola di un film che si srotola senza finire mai.

La sera arrivo stanca nei posti più strani, in quelli che costano poco, quindi quasi mai “perfetti”, mi preparo per la notte, lavo quel che c’è da lavare, compresa me stessa, poi generalmente con estrema fatica esco per mangiare qualcosa con il solo desiderio di ritornare alla mia camera, distendermi e… addormentarmi.

La notte è bellissima vissuta da questo viaggio. Una notte piena, tonda, perfetta. Mi addormento senza rendermene conto, senza un pensiero che mi faccia trasalire, mi sveglio riposata e fresca, dopo ore e ore di sonno ininterrotto.

Non ho bisogno di niente o quasi. Con la vita si dovrebbe fare come coi bagagli: ridurre tutto. Andare a poche, pochissime cose e assaporare la consapevolezza che possono bastare.

Ogni tanto penso a casa mia, piena zeppa di cose racimolate in tutti i miei anni di vita e vorrei che al mio ritorno, ci fosse un nuovo ordine, via tutto l’inutile, liberare tutto ciò che non serve, cioè, un camion di roba. Spero avrò questa stessa energia e che potrò dedicare ore al giorno a questo, come ora le dedico al pedalare.

E’ chiaro che se io in questo periodo ho da pensare solo a pedalare, a non perdermi per strade sconosciute, a prendere sotto meno serpenti e vetri possibili, a casa c’è qualcuno che pensa a tutto il resto. E tutto il resto è noioso e faticoso: esami della pupa, bollette, dichiarazioni dei redditi, contributi badanti, guasti vari. Ringrazio Augusto per questo.

In questi giorni pensavo che siamo davvero troppo pieni di cose (tangibile i intangibile) e che ogni cosa che ci pare utile se non addirittura indispensabile, comporta le sue regole e ogni regola un impegno di tempo, energia, ansia, fatica. Dal telefonino, che serve per comunicare e dietro ha contratti, blocchi, abusi, dipendenze, alla spesa, fatta di mille cose quando forse ne basterebbero 2 o 3.

Ogni cosa è complicata dall’abbondanza, e l’abbondanza ingombra. In questo viaggio davvero davvero, sono in parsimonia e la parsimonia restituisce una grandissima libertà.

Penso in alcuni momenti a mia zia suora. Era una Clarissa, nel protomonastero di S. Chiara ad Assisi. Ogni anno avevamo il privilegio di fare qualche giorno nel suo convento. Era affascinante vedere come lei interagiva con le cose e solo ora capisco appieno la sua libertà che allora mi pareva privazione. Non potevamo portarle nulla in dono, perché ogni cosa, veniva studiata, guardata e poi restituita. Non teneva niente di niente. Diceva che non poteva e nel sottotitolo era scritto che non interessava e non serviva.

Ricordo come mangiavamo in quel convento: pane buonissimo, verdure lesse, minestra molto semplice, un pezzetto di formaggio e olio. Ricordo ancora i sapori di queste cose semplicissime. Io non riesco mai a fare una verdura lessa. Mi vien sempre da fare soffritto, aggiungere spezie etc etc. perdendo l’essenzialità.

Ho un solo desiderio adesso, quello di abbandonare tutto. Trasferirmi in un luogo sperduto, con il mare vicino e lasciarmi andare al mio spirito, ai miei pensieri, alle mie sensibilità che ho scoperto sanno regalarmi momenti dolcissimi e intensi, senza bisogno di molto. Forse vorrei scrivere, che scrivere mi chiarisce moltissimo i pensieri, li ordina, mi acquieta.

Un buongiorno ricevuto da una persona cara, vale più di ogni cosa, durante questo viaggio. La parsimonia, l’essenziale. Ma come si fa a raggiungerle? E’ davvero necessario abbandonare tutto oppure si può cambiare vita “dal di dentro”?

Forse con la stessa incoscienza di come è iniziato questo viaggio, forse si può cambiare semplicemente facendolo e passo dopo passo andare avanti, come Franco mi ha insegnato.

Beh, credo avrò molto da pensarci nei prossimi mesi. Anche per il mio lavoro. Mi sento davvero avvilita, sottoutilizzata, stretta tra regole istituzionali che non hanno alcun senso. Ho incontrato i miei colleghi in giro per l’Italia: tutti con la medesima sensazione. Abbiamo perso la “mission” (che cretini che siamo: perfino missione dobbiamo tradurla in mission). Abbiamo perso la parsimonia e l’essenziale. Sovra-sovra-sovra strutture.

Il “pranzo del sabato” del mio vecchio e amatissimo primario Cesare era l’essenziale. Gli utenti, i più disgraziati utenti, quelli di cui a nessuno interessava più di tanto, si arrangiavano a preparare una pasta semplice per loro e per lui.

Era un atto senza alcuna pretesa di senso educativo, senza obiettivi e progetti riabilitativi, senza protocolli d’ingresso e partecipazione, solo e solamente uno stare insieme. Solo e solamente (!) utenti e medico a scambiarsi la pelle. Questo è l’essenziale. Ma si può capire in una istituzione? Può essere tollerato e tollerabile in una macchina che ha delle regole molto precise da rispettare? Si può spiegare a persone che devono stare attente a incentivi, budget, atti aziendali, bilanci, turnazioni personale, ferie e diritti sindacali?

Non credo. Abbiamo perso la missione e trovato la mission, ahimè.

Le ore che dedico all’istituzione sono ormai poche, (con pochissimo stipendio e questo sì, è un problema… forse) ma quelle che dedico allo stare con le persone che hanno attraversato il disagio mentale in quanto utenti e famigliari, sono sempre più. Credo che questo tempo, sia poi l’essenziale, ma che si possa fare ciò solo “fuori” dal servizio.

Forse è arrivato il tempo di lasciare, di pulire, di semplificare anche il mio amatissimo lavoro.

E dopo queste elucubrazioni, adesso un po’ di emozione pura: sono a Scilla. Scilla sulla carta e anche dentro a me stesa, è a un cm dalla Sicilia. E’ lì. E’ davvero davanti a me. La posso quasi toccare.

Sono emozionatissima. Sono praticamente arrivata.

Ieri mi ha telefonato la Presidente dell’Associazione che mi ha sostenuta, APS Fareassieme FVG di Gemona, dicendo che lei credeva sarei arrivata, ma non avrebbe mai creduto che ce l’avrei fatta “così alla grande”. E’ vero. Io non ero neanche sicura di farcela in realtà. Mia figlia mi diceva sempre che prima avrei dovuto provare un pezzetto, che era difficile, che non sarebbe stato bello non farcela e gli stessi dubbi suoi li avevo anch’io. Ma ho voluto e forse dovuto, tuffarmi senza alcun salvagente in questa avventura.

Sono a Scilla. Ho attraversato l’Italia e con l’Italia molte realtà della psichiatria e molti amici vecchi e nuovi e con tutto questo nuovo intangibile bagaglio, ho attraversato anche me stessa.

Sono a Scilla. La Sicilia mi aspetta. Mi aspetta Palermo e Lampedusa. Mi aspettano i paesaggi, questa terra calpestata dalla storia, il sole e il blu infinito del mare e tante persone. Mi aspetta la speranza, la fatica, la disperazione che ha trovato casa in un’isola simbolo di una nuova possibilità per chi è nato in una parte sofferente del mondo.

Sono a Scilla: voglio assaporarmi il momento. Andrò piano fino Villa San Giovanni e piano attraverserò il mare. Voglio gustarmi questo tratto senza masticare, girando e rigirando questa caramella in bocca fino all’ultimo suo sapore. Sono a Scilla. Non valgo di più per questo, ma valgo. Vale la mia fatica che mi ha fatto sentire di essere. Me la porterò dietro come una scia questa soddisfazione: ho vinto la paura. Non sono diversa da prima, solo che prima non sapevo di me molte cose e adesso si.

Ero certa di una cosa sola e l’ho grandemente confermata: ognuno ha risorse infinite dentro, basta aver modo di poterle mettere in gioco. Sapere questo è l’essenziale nel rapporto con gli utenti, con tutte le altre persone ed anche con sé stessi. E questo sì, è un bagaglio che dobbiamo sempre sapere e mai ridurre. Non pesa (andando in bici il concetto di “peso” metaforico e reale è chiarito per sempre) e dà grandi soddisfazioni.

Sono Mila e sono a Scilla.

sono le 7 del mattino: vado sulla terrazza dell’hotel (la mia camera non ha finestra :-/… m in compenso costa pochissimo ed è pulita!) e faccio una foto: le antenne al di là del mare sono già Siciliaaaaaaaa!

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3 Comments

  1. Mery

    Che Dio sia teneramente con te

  2. antonio

    Cara Mila quello che tu scrivi l’ho già vissuto giorno dopo giorno nerl mio girovagare per l’Italia consumando copertoni e copertoni nelle migliaia di kilometri. Sono contento che tu sia ormai in dirittura d’arrivo e che lo sguardo da Scilla ti dia sensazioni di benedette soddisfazioni. Mi permetto (ancora una volta) di postarti qualche rigo dei miei finali racconti di viaggi già fatti. Sei forte! Ciao, antonio

    Ho percorso l’Italia da cima a fondo, ho toccato località prima conosciute solo sulla carta geografica, ho incontrato gente di tutte le età, professioni, cultura…con tutti ho cercato di portare il mio contributo nelle vesti di un “pellegrino”, spogliandomi dei miei credo e delle mie certezze, abbeverandomi alle loro fonti. Ho corso l’Italia in nome di Alex Langer e di Mauro Rostagno, nel cui ricordo ho avvicinato tante persone, ho sostato in silenzio commosso sulle loro tombe così diverse e lontane, ma così vicine per sentimento e difficoltà di essere raggiunte. Nel silenzio di quei luoghi ho ripercorso le loro storie, vissuto il loro drammatico epilogo, capito la fatica di chi è vissuto in “trincea” e si è sentito il peso opprimerlo a tal punto da non poterlo più sopportare.

    «Continuate in ciò che era(è) giusto», scrisse Alex coscientemente disperato.
    Continuiamo, perché non abbiamo altra strada da percorrere pena l’ingannevole rassegnazione. Non è facile e niente è regalato. Ogni passo in avanti è una piccola conquista, ma se ogni piccola conquista dà fiducia e speranza e aiuta a crescere, ogni piccola conquista va difesa perché può essere tolta. Lottare contro le ingiustizie, i soprusi, l’ignoranza, il razzismo, vecchio e nuovo fascismo…perché a ognuno sia dato la dignità di vivere, perché a prevalere sia il “diritto umano” di essere nati sulla stessa terra.
    Io che non so pregare, ho capito nel silenzio e nella solitudine del viaggio (che la fatica del ritorno alla vita di sempre ha reso ancora più bello), che la preghiera è l’impronta che uno lascia nel cammino della vita, nel rispetto degli altri, nell’incontro quotidiano con le difficoltà, nello sguardo di un altro; perché quello che resta, se resta, è quello che sei stato.

  3. Claudio Gabbani

    Sono oltre l’entusiasmo……oltre ogni possibile esaltazione alla tua immensa destrezza
    ………….se domani partissi in bici sono sicuro che farei le stesse strade e vedrei le stesse cose ed arriverei nello stesso punto ed alla stessa ora….come menato per mano dalle tue palpabili descrizioni…….mi si sono stampate nella mente e nel cuore…………grazie ancora infinitamente Mila………..grazie davvero!!!!!!

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