Napoli non si può raccontare. Napoli è da vivere, Napoli contamina, Napoli stupisce.

Da dove comincio a depositare le tante impressioni di ieri? E’ come essere davanti ad una tela in mezzo ad un paesaggio sconfinato con la mia cassettina di colori. Alcune cose le ho sfiorate e, seppur velocemente, per un momento mi è parso di metterle a fuoco, alte sono impossibili da riconoscere per me, non le posso comprendere perché mai incontrate prima. Creano, tutte assieme, un ambiente pieno di chiaroscuri. “Guardare” Napoli è stato per me come guardare un bel quadro da molto vicino: si colgono i colori, la forza delle pennellate, il ritmo, ma si perde la lettura dell’insieme. Forse in una vita potrei allontanarmi abbastanza da godere non più solo il particolare ma l’opera completa. Forse.

Inizio il mio racconto da un post che riporta un articolo di Repubblica apparso su FB ieri sera, che racconta una Napoli che ha a parità di popolazione un numero 5 volte superiore alla media nazionale di TSO. Questo dato trova una sua collocazione unito a quelli che mi hanno raccontato ieri sull’uso smodato di farmaci  (comune a molte regioni), sull’assenza di CSM come quelli che conosco io, aperti 24 ore, con offerte riabilitative sul territorio, Borse di Lavoro, Fondi per l’Autonomia Possibile, Centro Diurno a bassa soglia, oltre che visite ambulatoriali e colloqui anche molto frequenti, ed SPDC in cui la contenzione è pratica giornaliera.La presenza di “Cliniche” piuttosto diffuso, descritte come centri di esclusione e privazione di qualsivoglia libertà per nulla votate alla cura ma dedicate alla semplificazione del problema del disagio psichico, praticata attraverso l’estromissione di queste persone dalla vita comunitaria.

E’ vero che ieri ho frequentato e interloquito col “comitato per la Lotta per la Salute Mentale”, di chiara e marcata parte politica, ma è anche vero che due realtà che ho incontrato, indirettamente mi hanno confermato la tendenza delle notizie già riferite. D’altra parte si sa che l’Italia è molto lunga e spesso da una parte all’altra non ci si sente. Sulla Salute Mentale, non ci si sente. Sembrano stati diversi. Pianeti diversi.

Angela, mio incredibile accompagnatore di ieri (ha perso tutto il giorno insieme a me su e giù per le antiche…strade), su suggerimento di Manlio Converti, psichiatra vivacissimo che mi ha guidata da lontano e che incontrerò venerdì prossimo, mi ha portato a o “Sfizzicariello” e all’ex OPG di Napoli, ora felicemente occupato.

Sfizzicariello è una goccia di speranza e di creatività. E’ una Tavola Calda, condotta e gestita da circa 10 “sofferenti psichici” (qui vengono chiamati così: lo dico e lo ripeto, dobbiamo pensare ad una definizione migliore di utenti, pazienti, sofferenti…) e qualche famigliare uniti in forma di cooperativa. Mi accoglie Carlo Falcone, famigliare e presidente/ideatore dell’attività. Che dire: colpisce il bel clima di cooperazione e, nel racconto di Carlo, l’assenza di supporto dei servizi. Chi entra in questa realtà, non può beneficiare di Borse di Lavoro, né di altri aiuti d’inserimento. Pare che la spesa sanitaria della Salute Mentale qui, sia in buona parte assorbita dalle residenze, quindi che non avanzino soldini per altro. Questa perla, probabilmente impossibile al nord per vincoli burocratici, sanitari, fiscali, è nata dalla deprivazione. In qualsiasi realtà, compresa quella fisiologica, la deprivazione, sviluppa forme alternative di compensazione; ecco, qui a Napoli mi è venuto in mente questo paragone continuamente. Con l’intelligenza, la capacità di adattamento (che a ben vedere è un bene ed anche un male) e la creatività, qui si supplisce ad una deprivazione.

E così è anche per l‘incredibile realtà dell’ex OPG.

9000 mq di fabbricati fatiscenti e abbandonati dal vicinissimo 2007 di proprietà del Ministero di giustizia, occupati ora da circa un anno da ragazzi che mi hanno messo le ali. Che belli! Impegnati, colti, pieni di ideali, di volontà e di progettualità. Fantastici. Lo definirei un incontro importante, di quelli che danno una carica di speranza notevole e necessaria.

Questo antico convento, poi divenuto OPG, che deve essere impregnato di storie di vita terribili, ora è diventato altro e si colora ogni giorno.

Ogni giorno si fanno moltissime attività di ogni genere, dal tango allo sportello stranieri, dai corsi di fotografia agli ambulatori. Tutto rigorosissimamente gratuito, tutto pensato con il quartiere, poverissimo, dall’Asilo condiviso alla squadra di calcio per i ragazzini. Molte attività sono istituite per bambini, ragazzi, mamme, stranieri. Tutto povero e raccolto tra gli avanzi di molti (arredamento etc etc) ma tutto impregnato di dignità e bellezza. I manifesti che pubblicizzano le varie attività, anch’essi fatti da uno dei ragazzi che ho conosciuto, sono di grande professionalità ed efficacia. Mio cicerone Vladimir che a più riprese mi spiega il “senso politico” di questa occupazione. Gli chiedo se anche i genitori sono comunisti, visto il nome: si, eccome, risponde.

Respirare questa aria pregna di valori di uguaglianza e servizio comunitario mi fa bene. Basta parole, questi sono fatti. L’ambulatorio psichiatrico vede cittadini di ogni quartiere ed etnia chiedere aiuto. Gratuitamente. Liberamente. Senza alcun filtro. Senza se e senza ma. Mi chiedo quanti degli psichiatri e psicologi che conosco, e ne conosco tanti, verrebbero in un posto così a fare del volontariato. Quanti. Qui sono tanti. Bellobellobello!

Le utopie alle volte si avverano. Grazie ragazzi!

ps: oggi 29.04.2016, incontro il Direttore del DSM d Napoli che mi dice che i dati pubblicati da Repubblica, sono assolutamente errati. Aggiungo questa postilla perchè mi dispiace se ci sono giornalisti che non verificano le fonti, ma sono davvero contenta: i TSO, il numero e la modalità di attuazione, danno sicuramente il metro per stabilire che un servizio non sta operando in modo buono, se buono è un possibile indicatore qualitativo.

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