biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Pensieri sparsi

Ho percorso oggi 120 km circa (122) da Ostia a Terracina, perdendomi un po’ nella ricerca di un posto per dormire (che costi poco, questa è la difficoltà).

E’ arrivato il momento per affrontare un argomento scottante: il “soprasella”.

Son dolori, ragazzi. Ho provato molte strategie, ma la parte è decisamente dolorante, direi matura, che dà un’idea della situazione.

Non valgono calzoncini imbottiti, né sella espressamente femminile.

Abbiamo due ossa di troppo là dietro, ve lo dico. Pierino, mio accompagnatore FIAB che insieme ad Angelo mi ha affiancato nel tratto dell’Appennino, mi ha assicurato che “viene il callo”. Il callo: prima di tutto, non voglio un callo nel sedere. Non lo vorrei. Ma credo che l’espressione sia figurata e intenda sostenere la tesi dell’abitudine come elemento capace di risollevare la questione (espressione appropriata).

Che fare? Ho percorso fino ad oggi circa 1020 km. E il callo? Fra quanto posso dire che il problema sta forse per essere superato?

Se qualcuno ha suggerimenti, me li dia, che la questione è seria!

Oggi ho percorso un tratto lunghissimo, lungomare. C’era sole, un po’ di vento molte onde e infiniti granelli di sabbia bionda svolazzanti e felici di incontrarmi. E’ stato uno spettacolo. Poche auto, poche persone, pochi esercizi aperti, non siamo in stagione.

C’era sapore del “mare d’inverno”, ma il tepore e i colori di una primavera inoltrata. A tratti qualche umana incuria, a tratti bordi della strada incredibilmente sporchi. E i primi, incredibili, inspiegabili mucchi di immondizia. Ma di questo ne palerò un’altra volta, che l’argomento è interessante.

In genere porto i capelli legati e il caschetto, ma oggi, mentre andavo col mio amato mare sulla destra, ho tolto il caschetto e sciolto i capelli, non ho resistito.

Una donna della mia età, spettinata e con i capelli sciolti, si sa, sembra in verità una strega, anzi, per definire meglio, sembra maga Magò, ma chisseneimpotra: avere il vento tra i capelli, mi ha fatto sentire bambina.

Improvvisamente mi sono ricordata alcuni momenti della mia vita. Mi è venuto in mente un momento a Gemona, credo di essere stata molto piccola. Avevo una biciclettina azzurra e scendevo a perdifiato la discesa in ciottolato e con dei bassi scalini che portava in Piazza del Ferro. Ricordo i sobbalzi e le risate. Ricordo che con la velocità della discesa, arrivavo fin vicino a dei grandi alberi che c’erano allora sul bordo della piazza, verso la pianura. Se ci ripenso ora, mi pare una discesa tanto lunga da essere emozionante. Nella realtà sono poche decine di metri. E’ che quando si è bambini, la realtà si plasma un po’ sui propri desideri e ricordo perfettamente, che scendere quella scalinata con la bicicletta, era una delle mie, poi ripetute in altri modi, trasgressioni. Quello mi faceva ridere, fare una cosa che nessuno faceva. E ricordo i miei capelli biondi agitati dal vento e dai sobbalzi.

Un altro ricordo che è affiorato è di un momento a Udine. Forse avevo 9 o 10 anni. Abitavo in Chiavris, località allora in periferia, con tanti campi dietro casa. E ancora una volta il mio ricordo è legato ad una discesa. Andavamo in molti ragazzini, alle “collinette”. Era una sorta di terrapieno alto pochi metri, dove avevamo costruito, a forza di scorazzare con le bici, una sorta di percorso con avvallamenti e protuberanze. Il gioco era percorrerlo a velocità supersonica, facendo dei veri salti con la bici, fino ad arrivare alla discesa finale da prendere a tutto gas per poi ricominciare tutto da capo.

Nel mio ricordo era con l’allora mio amico del cuore Ciccio e molti altri. Credo fosse quasi estate, eravamo con le maniche corte. I miei capelli erano lunghi e mentre pedalavo al massimo per prendere velocità mi venivano davanti al viso per poi essere sospinti dietro nell’ultimo tratto, quello della discesa finale e della velocità massima. Mentre pedalavo ieri ero bambina. Pensavo ai miei sogni di allora. Ho pensato che forse non avevo sogni o almeno adesso non li ricordo: ero troppo impegnata a vivere. E’ così anche ora, non so se spero qualcosa di particolare per il mio futuro. Si, spero che non succedano cose brutte ai miei figli, spero di non capitolare di fronte alla morte di amici importanti, spero che Augusto mi sopravviva, questo sì. Ma per il mio futuro? Per me? Boh. L’unica cosa che spero ora come allora è di vivere tutto con l’intensità che ho saputo gustare nella mia vita. Non ho specifici desideri se non quello di trovare la forza per vivere tutto, senza nascondermi, senza evitare, senza scappare.

Forse uno si. Forse uno ce l’avrei: vorrei poter lavorare come saprei, vorrei che i miei colleghi fossero interessati a quel che faccio o almeno dai risultati che ottengo in termini di recovery. Vorrei poter esprimere tutto quello che in tanti anni ho studiato e applicato e forse sogno di avere un “riconoscimento ufficiale”, non in termini di carriera, ma un “ma và che bel lavoro che stai facendo”.

Vorrei raccontare, a chi fosse interessato, che c’è un “metodo” particolare per poter contribuire alla ripresa delle persone con disturbo psichico e che questo comprende sempre il fare assieme, che, al di fuori delle parole di cui tutti si riempiono la bocca, non è semplice per noi operatori da rispettare. Richiede un impegno notevolissimo, all’inizio.

Nella mia carriera ho conosciuto medici direttivi, altri medici-medici, alcuni che hanno teorizzato la distanza terapeutica come necessità, altri collerici e svalutanti, altri votati alla carriera ed altri ancora indifferenti. Alcuni anche appassionati, attenti, umani e competenti. Pochissime volte ho visto praticare come supposto primario il “fare assieme” che comprende una fiducia incondizionata (di tipo rogersiano) ed una speranza condivisa. Il disegno di legge 2233, propone che venga inserito come imprescindibile principio, proprio questa condivisione di responsabilità. Comprende il recupero di diritti e dignità di cui parla, ancora inascoltato nei fatti, Basaglia nei suoi scritti. Ha a che fare con una realtà della psichiatria, dove è necessario scardinare certezze (esistono in psichiatria certezze…?) e ruoli e ripensare all’etica del nostro lavoro.

E’ per permettere ad ognuno di vivere la propria vita in un modo compatibile con quella degli altri intorno, ma in modo originale, in modo personale e nella propria realtà. Ogni costrizione alla realtà dettata da qualche altro, sia ente o persona, sono fatiche inutile e dannose per tutte le parti.

Io ho voluto e voglio continuare a fare la scalinata in discesa in bici, ad esempio. Non faccio male a nessuno, vado solo contro corrente. Anche se è una cosa insensata per i più, permettetemelo sempre, finchè avrò vita.

magò

 

 

 

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2 Comments

  1. Barbara.

    Fantastica…è un piacere leggere ciò che scrivi. Fantastico quando dici ” E’ per permettere ad ognuno di vivere la propria vita in un modo compatibile con quella degli altri intorno, ma in modo originale, in modo personale e nella propria realtà. Ogni costrizione alla realtà dettata da qualche altro, sia ente o persona, sono fatiche inutile e dannose per tutte le parti.” Mi batto ogni giorno perché questo diventi realtà per mio figlio, ma cavolo TU (essere unico ) devi essere come la società vuole. Ma io non mi stancherò!!! Buon proseguimento Barbara di Grosseto

  2. Claudio Gabbani

    SUPERLATIVAMILA !!!!!!!!!!!

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