La pianura è un mare. Lo sguardo scivola lontano sui colori della terra fino all’orizzonte. La pianura s’increspa, si acquieta, si addolcisce, si sconvolge, cambia tutto al cambiare della luce. Oggi ho attraversato una grande pianura e altrettanta ne ho davanti. Pare infinita. E ad ogni dosso, ad ogni argine raggiunto, lo sguardo è andato lontano, come lontano è andato il mio pensiero.

Oggi giornata lunga e abbastanza faticosa: lo sterrato, ho scoperto, stanca molto di più dell’asfalto. Tuttavia, sugli argini ci sono lunghe e quiete piste ciclabili, non c’è traffico e il silenzio parla forte.

Moltissime persone, perlopiù anzianette, chinate sui prati a fare erbe saporite per le frittate, i risotti, le cose buone e antiche che forse mangeranno questa sera.

Un’emozione vera attraversare un grande gregge di pecore con il mio airone. Davanti c’erano quelle più grandi e con meno paura, man mano che avanzavo, si scansavano sempre di più, fino ad arrivare alle ultime che si dimostravano proprio spaventate. Quasi ultimi gli asini, qualche capretta e un gruppo di agnellini, giocosi e saltellanti: mi è stato facile pensare a come mai l’abbiano scampata al massacro di solo pochi giorni fa. Mangiare animali dovrebbe diventare sempre più consapevole e quindi difficile. Non serve e tra l’altro, non fa nemmeno bene, ormai si sa. Poco prima di Pasqua, nel mio solito supermercato, ho visto una cosa davvero macabra: un agnello intero sottovuoto. La morte contro la vita di oggi.

Comunque, passato il gregge, sono seguiti kilometri e kilometri di cacche. Così ho potuto constatare che la cacca delle pecore non è per niente simile a quella delle capre, che sembrano caramelline di liquerizia. E’ più pacioccona e uniforme. Quella degli asini è molto simile a quella dei cavalli, solo più piccola. Attraversando questo territorio caccoso, non c’era nessun odore cattivo. Nessuno. Ho dedotto che cacca fresca, non odora. Utile deduzione. Ma forse è perchè a me l’odor di letame è sempre piaciuto…

C’è stato oggi anche l’incontro con qualche ciclista del sabato, che vedendomi così bardata, con borse e borsette, finalmente si è degnato di qualche saluto.

Ho attraversato Mestre, Mira, Piove di sacco, Pontelongo, Agna, Anguillara, Rovigo. In tutto una novantina di kilometri. Molti i tratti con piste ciclabili. Alcune strade da suicidio, anche se oggi abbastanza fruibili perchè i camion ad una certa ora si son fermati.

Piste ciclabili: andrebbe specificato come devono essere progettate e realizzate.  Non basta una striscia di simil-asfalto a lato della strada per determinare una pista ciclabile. Non basta se vengono inseriti miriadi di tombini, se sono sconvolte dalle radici, se qualcuno posteggia l’automobile, se vengono utilizzate per deposito materiali. Davvero poche sono degne di un ciclista e di un ciclista  con il “soprasella” martoriato, come oggi il mio, pochissime. Ah, il “soprasella”… dedicherò un intero post a questo. Emilio Rigatti (Grazie di tutto…) me l’aveva detto: non sottovalutare il soprasella. Sante parole.

Che dire ancora… che mi è sembrato di attraversare un territorio e un’epoca. Tutto aveva il sapore della mia giovinezza, anche se panorami e colori non erano quelli. Mi son fermata ad Agna in un bar, con una tettoia fuori di quelle di ferro e vetro retinato sopra e dei vecchi tavolini. C’era un signore che faceva il solitario indifferente a tutto ma attento a tutto… dentro ancora altri uomini. Solo uomini ai bar. Non ho incontrato neanche una donna. Le donne che ho incontrato, piantavano fiori nei giardini recintati, pulivano la strada davanti a casa, stendevano panni di tutti i colori. Ma nei bar di loro non c’era traccia.

Sapore antico… di vita vissuta piano, col tempo che passa lento.

Rovigo è una bella città. Questa un’altra scoperta.

#biciterapiamila #milavagante

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