biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Month: aprile 2016 (Page 1 of 3)

Troppo

Mi è già capitato in questo viaggio e, a ben pensarci, nella vita, di avere un tale ingorgo di “cose” dentro da non sapere come iniziare a parlarne. Una signora oggi mi diceva che non riesce a dire quello che ha dentro e mentre lo diceva si vedeva che era perchè troppo. Troppo da potersi tradurre con le parole, come se ci fosse bisogno di qualche strumento in più, come se ci fosse bisogno dell’arte.

Non sono un’artista che merita questo appellativo, ma mi sento ugualmente un’artista, da niente, ma artista. Se fossi a casa, adesso prenderei la terra ed inizierei a lavorarla, a lisciarla, ad depositare in essa la mia impronta o meglio, l’impronta dei miei pensieri, oppure luciderei una lastra di zinco fino a renderla setosa, poi inizierei a tracciare solchi sottili e profondi, capaci di registrare, anche attraverso il loro fluire, i miei sentimenti. Forse userei colore, il colore blu,  solo dell’infinito blu Lampedusa, di interminabili onde energetiche, per rappresentare l’insieme di quel che vivo. O magari, come farò domani, tirerei fuori la mia matita appena comprata, morbida e amica e con lei comporrei nell’intreccio dei segni, il mio stato d’animo.

Ora ho solo questo computer e a lui lascio queste poche, scomposte, disordinate parole.

Sono piena e vuota.

Sono piena di gratitudine per quello che in tanti fanno per riconoscermi e incontrarmi nel viaggio e vuota per tutto quello che sento potrei fare ed essere ancora, ma non ne sono capace.

Ognuno fa quello che meglio può, mi ripeto.

Sto cercando di fare del mio meglio. Mi chiedo cosa possa fare di meglio e di più, cosa posso fare?

Oggi è così… troppo. La mia meta è Lampedusa, la mia partenza è Gemona: questa e solo questa è la vera storia. Per chi la vuole ascoltare, è una storia “troppo”.

Domani però cerco il capo del filo, inizio a sbrogliare il groviglio e ad arrotolarlo per riprendere il racconto. Domani è un altro giorno…

libreria

 

Ricchezza intangibile

Sono in attesa di un piccolo intervento sulla batteria dell’Airone, la mia FuturE Bike.
Faccio più km di quanto previsto ed ho bisogno di una integrazione.  Tra i tanti pensieri c’è anche quello di poter contribuire sl mio ritorno alla diffusione della bici assistita in modo strutturato.
Mentre aspetto ripenso al mio viaggio. Viaggio dentro, fuori, insieme. È la prima volta che sono sola così a lungo: ho messo dei cerotti, qualche balsamo lenitivo, forse avevo anche qualche piccola frattura ricomposta male, ma tant’è ora è riparata anche se poteva venire meglio. Tutto sommato, non sono messa malissimo devo dire. Pensavo peggio. Mali veniali, posso perdonarmi.
Fuori ho incontrato realtà che sapevo ma incontrarle è altra cosa. Insegnavo ripetendo a pappagallo che la cura per la Salute Mentale in Italia è “a macchia di leopardo”.
Altro che: siamo paesi lontani, sembra che non sia un’Italia unificata. A grosseto ho avuto bisogno del PS per un occhio: più o meno conoscevo le procedure ed ho ricevuto un’assistenza e cura simile a quanto avrei ricevuto in Friuli.
Ma la Salute Mentale????
Si ha idea di cosa succede in giro per l’italia? Cambia tuttotuttotutto.
Dobbiamo rafforzare un movimento nazionale fatto assieme con tutte le parti interessate come Parole Ritrovate e divenire davvero un osservatorio ed un laboratorio nazionale a più voci. Si, c’è anche il Forum e la Consulta e probabilmente altre numerose realtà che stanno facendo un bel lavoro, ma dobbiamo coinvolgere e far crescere le coscienze soprattutto di utenti e famigliari. Abbiamo ancora troppo potere noi istituzione e, a ben vedere, samo lontani da una offerta sufficiente di servizio. È davvero una lotta politica, sociale, di diritti e di salute. Avanti tutta!
Insieme: ripensando al viaggio mi ripassano avanti i volti di moltissime persone che non ho solo visto, ma ho toccato e mi sono lasciata toccare. Come se la mia fatica fosse un buon motivo per sentire “Amicizia”. Una cosa bellissima. Ritornata cercheró di scrivere di tutti e di tutto. Mi sento ricca. Ma ricca ricca. Non di soldi naturalmente.

Roberto Morgantini e Rosa Amorevole

io e morgan

La glicemia dopo 20 giorni di pedalate

Riportiamo l’andamento della glicemia di Mila a distanza di ormai 20 giorni dall’inizio dell’impresa. Come è possibile osservare la linea blu che indica la glicemia nel tempo è quasi completamente piatta. È un risultato eccellente in termini di controllo della glicemia soprattutto se consideriamo che la terapia non è stata modificata. Inoltre, il profilo glicemico è molto simile a quello che riscontreremmo in una persona senza il diabete, probabilmente anche sedentaria, se monitorassimo la sua glicemia in continuo.

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L’onda

Ancora Napoli, niente bici. Sono stanziale, riparto domani per Roma ma sto viaggiando ugualmente. Non so se sto viaggiando o se sono ferma sulla riva del mare ad aspettare che arrivi l’onda più grande che mi prende. So che è notte. C’è la luna, vedo intorno, ma il mare è nerissimo.

Non è paura quella che sento qui sulla riva, è voglia di capire fino in fondo, di vedere se l’onda che aspetto, è diversa dalle altre anche prima di prendermi, o forse è identica e mi coglie di sorpresa come sempre mi coglie di sorpresa. Certo è che la conosco. Le impressioni che provo ora, si acuiranno, mi sentirò più sola del sola, mi parrà ogni cosa senza senso e sentirò quella immobilità invadermi e al contempo la consapevole urgenza e necessità di muovermi senza alcuna possibilità di farlo.

Questo viaggio è un viaggio fatto di spazio che si misura in kilometri, di tempo che si misura in giorni e di spazio e tempo che si misurano solo con un metro proprio, personalissimo, vissuto, che è tutto altro e si distanzia molto dalle misurazioni condivise e convenzionali. Quando dico che fino ad ora ho pedalato per 1185 kilometri, dico una sciocchezza, una sciocchezza comprensibile. Io ho pedalato attraverso stati d’animo, panorami, cieli ed erbe, brutture e bellezze, in solitudine o popolata da mille persone che erano con me anche senza essere con me. Ho compiuto tratti lunghi come in trance, avvolta e difesa dai miei pensieri ed altri in cui ero attentissima ad ogni centimetro di terra superata. Ho amato, sperato, goduto, ed anche pianto, gridato, chiesto aiuto.

E’ il mio ventiquattresimo giorno, anche questa è una sciocchezza comprensibile. Tutti sappiamo cosa sono ventiquattro giorni. No. Solo io so cosa sono stati questi ventiquattro giorni per me. Ho cercato, come ho potuto di riassumerli a tratti, ma tanto e tanto ancora avrei da scrivere, da ricordare e da elaborare.

I giorni sono stati scanditi da sonno e veglia, da sogni di sonno e sogni di veglia, da paesaggi attraversati in lentezza e città scivolate come lampi. Da pensieri che correvano più di me e altri dai quali non mi son fatta raggiungere. Tempo e spazio vissuto, Eugène Minkowski. A questo mi riferisco.

Dunque mi sento un po’ cadere. Aspetto che quest’onda mi travolga un po’ e cercherò di registrare cosa succede dentro di me. Ho molti sensori alle braccia che registrano cosa mi sta succedendo a livello di corpo, ho solo me stessa come sensore per registrare cosa succede nella mia mente. La fatica ha portato con sé una iniziale esaltazione. Un senso di “frizzantezza”, un energia nuova. Si è stanchi nel fisico, ma ci si sente fortissimi nella mente: ce la stiamo facendo. E’ qualcosa di straordinario per me, e forse per molti, superare la paura di non farcela. E io, credevo di non farcela, credevo sarei stata distrutta, stanchissima, esausta. Non è stato così. A oggi non mi sento stanca, fisicamente.

Ma… c’è un ma. Ma ho nostalgia di casa, di persone conosciute. Mi manca il silenzio comunicativo che si ha con i propri cari, pieno di significati anche se non esce nessuna voce. Significati alle volte disarmonici, ma comunque di conoscenza. Sto incontrando persone nuove, l’attenzione, l’osservazione è al massimo: cerco di cogliere tutto, di vedere soprattutto le cose belle, perché son quelle che mi danno motivazione e forza. Ma percepisco, senza in realtà volerlo, anche le ombre, mie e degli altri. Ieri una persona con la quale ho sentito un’affinità speciale, mi ha detto che ero lì ma non ero lì. Vero. Sono qui, oggi a Napoli, ma sono anche tra le lenzuola del mio letto, con Augusto che mi dorme vicino, sono a cucinare le mie cose, sono immersa nel casino di mia figlia e mio che è diffuso ed estensione di un pensiero, quindi senza possibilità di riordino. Ora cerco di avere tutto in ordine, visto lo spazio limitatissimo delle borse di viaggio. Ma non è semplice mai.

Ma questo viaggio ha senso? Ha significato per me oltre che per gli altri? Porterà frutti? Saprò renderlo utile alla mia vita? E l’onda nera si avvicina, anche se ancora non la so.

Se prima di iniziarlo avevo la speranza che mi “avrebbe cambiato il paradigma della vita”, ora ne ho la certezza, ma quel che ne sto traendo, adesso sul confine di uno stato depressivo, è che “Panta Rei”.

E se è panta rei, ora, perde senso tutto, come i 1185 kilometri e 24 giorni, come la felicità e la tristezza che sono fuggite, come la meraviglia di ciò che ho visto e l’attesa di ciò che vedrò ancora perchè tutto fugge, tutto si ripete ed è intrattenibile-

Lo stesso panta rei fino a pochi giorni fa, mi ha sostenuto, aiutato, fatto trovare forza ed energia. E’ lo stesso, ma ora sto aspettando l’onda nera. Magari viene la luce prima che arrivi, chissà. e se viene la luce, sarà onda azzurra e il mare mi piace da morire.

Gaetano

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Sfizzicariello e Je so’ pazzo

Napoli non si può raccontare. Napoli è da vivere, Napoli contamina, Napoli stupisce.

Da dove comincio a depositare le tante impressioni di ieri? E’ come essere davanti ad una tela in mezzo ad un paesaggio sconfinato con la mia cassettina di colori. Alcune cose le ho sfiorate e, seppur velocemente, per un momento mi è parso di metterle a fuoco, alte sono impossibili da riconoscere per me, non le posso comprendere perché mai incontrate prima. Creano, tutte assieme, un ambiente pieno di chiaroscuri. “Guardare” Napoli è stato per me come guardare un bel quadro da molto vicino: si colgono i colori, la forza delle pennellate, il ritmo, ma si perde la lettura dell’insieme. Forse in una vita potrei allontanarmi abbastanza da godere non più solo il particolare ma l’opera completa. Forse.

Inizio il mio racconto da un post che riporta un articolo di Repubblica apparso su FB ieri sera, che racconta una Napoli che ha a parità di popolazione un numero 5 volte superiore alla media nazionale di TSO. Questo dato trova una sua collocazione unito a quelli che mi hanno raccontato ieri sull’uso smodato di farmaci  (comune a molte regioni), sull’assenza di CSM come quelli che conosco io, aperti 24 ore, con offerte riabilitative sul territorio, Borse di Lavoro, Fondi per l’Autonomia Possibile, Centro Diurno a bassa soglia, oltre che visite ambulatoriali e colloqui anche molto frequenti, ed SPDC in cui la contenzione è pratica giornaliera.La presenza di “Cliniche” piuttosto diffuso, descritte come centri di esclusione e privazione di qualsivoglia libertà per nulla votate alla cura ma dedicate alla semplificazione del problema del disagio psichico, praticata attraverso l’estromissione di queste persone dalla vita comunitaria.

E’ vero che ieri ho frequentato e interloquito col “comitato per la Lotta per la Salute Mentale”, di chiara e marcata parte politica, ma è anche vero che due realtà che ho incontrato, indirettamente mi hanno confermato la tendenza delle notizie già riferite. D’altra parte si sa che l’Italia è molto lunga e spesso da una parte all’altra non ci si sente. Sulla Salute Mentale, non ci si sente. Sembrano stati diversi. Pianeti diversi.

Angela, mio incredibile accompagnatore di ieri (ha perso tutto il giorno insieme a me su e giù per le antiche…strade), su suggerimento di Manlio Converti, psichiatra vivacissimo che mi ha guidata da lontano e che incontrerò venerdì prossimo, mi ha portato a o “Sfizzicariello” e all’ex OPG di Napoli, ora felicemente occupato.

Sfizzicariello è una goccia di speranza e di creatività. E’ una Tavola Calda, condotta e gestita da circa 10 “sofferenti psichici” (qui vengono chiamati così: lo dico e lo ripeto, dobbiamo pensare ad una definizione migliore di utenti, pazienti, sofferenti…) e qualche famigliare uniti in forma di cooperativa. Mi accoglie Carlo Falcone, famigliare e presidente/ideatore dell’attività. Che dire: colpisce il bel clima di cooperazione e, nel racconto di Carlo, l’assenza di supporto dei servizi. Chi entra in questa realtà, non può beneficiare di Borse di Lavoro, né di altri aiuti d’inserimento. Pare che la spesa sanitaria della Salute Mentale qui, sia in buona parte assorbita dalle residenze, quindi che non avanzino soldini per altro. Questa perla, probabilmente impossibile al nord per vincoli burocratici, sanitari, fiscali, è nata dalla deprivazione. In qualsiasi realtà, compresa quella fisiologica, la deprivazione, sviluppa forme alternative di compensazione; ecco, qui a Napoli mi è venuto in mente questo paragone continuamente. Con l’intelligenza, la capacità di adattamento (che a ben vedere è un bene ed anche un male) e la creatività, qui si supplisce ad una deprivazione.

E così è anche per l‘incredibile realtà dell’ex OPG.

9000 mq di fabbricati fatiscenti e abbandonati dal vicinissimo 2007 di proprietà del Ministero di giustizia, occupati ora da circa un anno da ragazzi che mi hanno messo le ali. Che belli! Impegnati, colti, pieni di ideali, di volontà e di progettualità. Fantastici. Lo definirei un incontro importante, di quelli che danno una carica di speranza notevole e necessaria.

Questo antico convento, poi divenuto OPG, che deve essere impregnato di storie di vita terribili, ora è diventato altro e si colora ogni giorno.

Ogni giorno si fanno moltissime attività di ogni genere, dal tango allo sportello stranieri, dai corsi di fotografia agli ambulatori. Tutto rigorosissimamente gratuito, tutto pensato con il quartiere, poverissimo, dall’Asilo condiviso alla squadra di calcio per i ragazzini. Molte attività sono istituite per bambini, ragazzi, mamme, stranieri. Tutto povero e raccolto tra gli avanzi di molti (arredamento etc etc) ma tutto impregnato di dignità e bellezza. I manifesti che pubblicizzano le varie attività, anch’essi fatti da uno dei ragazzi che ho conosciuto, sono di grande professionalità ed efficacia. Mio cicerone Vladimir che a più riprese mi spiega il “senso politico” di questa occupazione. Gli chiedo se anche i genitori sono comunisti, visto il nome: si, eccome, risponde.

Respirare questa aria pregna di valori di uguaglianza e servizio comunitario mi fa bene. Basta parole, questi sono fatti. L’ambulatorio psichiatrico vede cittadini di ogni quartiere ed etnia chiedere aiuto. Gratuitamente. Liberamente. Senza alcun filtro. Senza se e senza ma. Mi chiedo quanti degli psichiatri e psicologi che conosco, e ne conosco tanti, verrebbero in un posto così a fare del volontariato. Quanti. Qui sono tanti. Bellobellobello!

Le utopie alle volte si avverano. Grazie ragazzi!

ps: oggi 29.04.2016, incontro il Direttore del DSM d Napoli che mi dice che i dati pubblicati da Repubblica, sono assolutamente errati. Aggiungo questa postilla perchè mi dispiace se ci sono giornalisti che non verificano le fonti, ma sono davvero contenta: i TSO, il numero e la modalità di attuazione, danno sicuramente il metro per stabilire che un servizio non sta operando in modo buono, se buono è un possibile indicatore qualitativo.

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vedi Napoli e poi godi

Mi fermo ad un bar e la signora mi allerta. Non faccia quella strada, anzi, la faccia ma non si fermi mai. Non c’è altra strada, dice. Dopo un po’ chiamo il mio angelo custode napoletano Adriano e mi ripete più volte sctatte accort, guida bene, sctà in campana…

Perché?

La strada è si a traffico veloce, ma mentre vado mi dico che tutto va bene, che a parte il traffico non c’è niente di strano, che ho fatto anche strade peggiori. Mi fermo a chiedere informazioni ad un laboratorio artigiano e la signora mentre dipinge una tavola mi chiede dove sono gli altri. Le spiego che sono sola, fa una faccia ma una faccia…

Riprendo il cammino,e lungo la strada e aumentano qua e là i mucchi di immondizia, un materasso, qualche elettrodomestico. Gli stabili sono fatiscenti e disabitati. E’ tutto un susseguirsi di “edifici in rovina”, sale da gioco, alberghi di lusso. Le auto che mi sfiorano o sono auto che non vedevo più da molti molti anni come la FIAT UNO o la 124 ad esempio, scrostate, bottate, con parafanghi inesistenti e tutte impolverate o sono auto bellissime, lucidissime, costosissime. 4 Ferrari oggi, di quelle rosso ferrari, “smargiasse”, molte Mercedes decappottabili, grigio perla, nere, bianche ed altre auto comunque dall’aria ricchissima.

Lungo la strada c’è da stare attenti: per terra c’è di tutto. Il rischio foratura è enorme ed anche quello di esser tirati sotto, che alle volte, per evitare i cumuli, tocca andare in mezzo alla strada. Con l’avvicinarsi di Castel Volturno cresce il numero delle prostitute. O sono ragazze nere, spesso grassocce, alcune giovanissime, o ragazze russe, alte, algide e bionde. Centinaia. Ogni tanto passa qualche famiglia: mamma papà e bimbi. Mentre pedalo penso come si può spiegare la prostituzione ad un bambino, ad una bambina. Qui è tutto visibile, in pieno giorno, tutto senza veli. Come si può spiegare che quelle donne son lì perché ci sono uomini che le cercano? Che sono magari padri, fratelli, zii…

Man mano che avanzo tutto peggiora: il degrado, la prostituzione, la divisione in caste. Mi fermano in questi circa 20 km di rovina tre auto con su, due uomini ciascuna. Mi chiedono da dove vengo, dove vado e perché lo faccio. Penso che ho un po’ paura, ma in apparenza sono gentili. A parte qualche bacio e qualche proposta fatta in linguaggio a me sconosciuto da altre auto in corsa, nessuno mi ha davvero importunato. Tuttavia c’è un dolore grande dentro di me, incontro un’umanità che ha perso il senso del comune e dà per normali cose che normali non sono affatto. Da dove si risana un degrado così? … in giro su fatiscenti sostegni, ci sono manifesti con facce più o meno rassicuranti che chiedono il voto. Chi ha voglia di governare questo blob? Santi, poeti o navigatori di mari in tempesta? O forse collusi con questo sistema che non si propongono di cambiarlo per nulla?

Poco prima di Pozzuoli tutto si trasforma: sono fuori dall’inferno. Penso che ho attraversato una specie di zona vulcanica, dove il magma esce in superficie, ma anche qui, probabilmente sottoterra c’è il fuoco. E anche a Gemona probabilmente. Forse è solo una questione di profondità. Brutti pensieri, che mi fanno sentire impotente, sola, piccola in mezzo ad un male grandissimo fatto di uomini contro uomini in una vita che si sussegue senza vera vitalità nè generatività.

Chiedo informazioni ad un signore e immediatamente mi sento finalmente “a casa”. Il signore si chiama Gianni, suo figlio Fulvio, lavora a Lampedusa. Ed è di nuovo qualcosa che capisco, che conosco: la bella storia dei rapporti umani, la vita…

Mi dà indicazioni che seguo in parte. La discesa fino al mare è uno spettacolo. Bagnoli, un altro spettacolo: diventerà un luogo bellissimo. E’ pieno di scolaresche in visita alle mostre che ci sono lì. Decido di allungare la strada e perdermi un po’, poi salgo a Posillipo e…. “vedi Napoli e poi muori”, mi viene in mente. Direi vedi Napoli in bici e poi godi. In bici è bellissimo. Mi sento di nuovo quell’aquila incontrata nel mio Friuli che scruta il mondo solo volgendo un po’ la testa qua e là.

Appena raggiunto il mare un altro incontro straordinario: due ragazzi in bici mi affiancano, si interessano al mio viaggio, chiacchieriamo un po’, ci salutiamo, li perdo. (penso alle “porte aperte”, mi sento di iniziare ad avere le  porte aperte dentro). Dopo un kilometro, la ragazza mi raggiunge si chiama Nicoletta, è veterinaria, sta aprendo una cosa bella per diffondere l’uso della bici. Mi accompagna fino allo storico Centro Sociale Banchinuovi in Spaccanapoli, dove mi accoglie il protettivo e gentilissimo Adriano. Li metto in contatto, so che si rivedranno: fanno cose che insieme possono crescere. Mi piace così tanto ricamare. Mi sento di più che a casa: mi sento protetta, sicura tra quei compagni. Mangio la mia prima pizza napoletana in una stanza adibita a cucina. Mi sembra di avere di nuovo i miei 18 anni, ai tempi delle lotte in piazza. Un regalo della vita ‘sto amarcord.

Il mio B&B è in via S Gregorio Armeno in alto sul mondo. Il palazzo è messo male ma bellissimo. La casa che mi ospita è ristrutturata e fantastica. Angela che la abita insieme alla sua “signò” è gentile e discreta. Sono stanca. Ho pensato che da Grosseto non mi sono più fermata: ogni giorno ho percorso dai 90 ai 120 km. Scendo dal mio b&b e mi perdo tra i vicoli di Spaccanapoli. E’ un suk Napoli. Pieno di colore, vita, intelligenza e fantasia. Io mi sento un po’ stupida, qui i pensieri scorrono da uno all’altro in modo velocissimo. Mi viene in mente qualche video che illustra la velocità delle sinapsi tra i neuroni del nostro cervello, una cosa così. Passa il messaggio e nello scorrere tra uno e l’altro si illuminano i neuroni. Tra gesti e parole qui, è tutto uno scambio. Penso che questo modo di parlare accorciando ogni parola è fatto per questo: per la velocità. Il napoletano è bello d’ascoltare, è tutto un sci-sce, che addolcisce ogni voce. Già a Mondragone è sparito il “lei”: qui si dà solo del voi. Io sono “Signò”, il “ra” è inutile orpello. Essere “signò”, denota che son di una certa età. E’ il corrispettivo del “baba” a Trieste che si diversifica dalla “mula” proprio per l’età.

Penso mentre mi comincio a rilassare, sono flash, pensieri di corsa, impressioni…

Sono stanca. Rientro a casa, provo a scrivere aspettando di uscire con Adriano, mi addormento. Mi sveglio dopo 10 ore di sonno ininterrotto. Scrivo ora ed è appena l’alba. Napoli, per me, è un posto del cuore: fuori sento la vita che riprende.

Oggi su suggerimento di Manlio Converti, psichiatra napoletano mia guida dedicata che mi accompagnerà fisicamente e virtualmente attraverso queste esperienze, visito il CSM di Scampia, ma devo andarci accompagnata, l’ex OPG (denominato ora “Je so’pazzo”) e Sfizicariello, tavola calda gestita da utenti. Poi nel pomeriggio al Centro sociale Banchinuovi, sportello d’ascolto con altro psichiatra e sempre Adriano che mi “cicera”. Giornata piena di Salute Mentale.

Sono in straordinario anticipo nel mio viaggio e mi regalo questi giorni in questa città unica. Dovevo arrivare a Napoli il 29. Ho anticipato la discesa per “tirarmi avanti”. Rientrerò a Roma per gli incontri che ho lì in treno (incontrerò anche Luisa Morgantini, che amo poter conoscere), poi ridiscenderò in treno fino a qui. La tappa napoletana è ormai raggiunta.

Dopo avrò un tratto lunghissimo senza  nessuno e niente di “conosciuto”, ma questa è un’altra storia e si vedrà. Son quasi sicura che si popola cammin facendo… Il bello è non saperlo ancora e aspettarsi di tutto…

Adriano.

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Gemona del Friuli-Lampedusa

Sono molti giorni che penso di scrivere su questo argomento ma l’ingorgo di pensieri che ho dentro mi fa continuamente rimandare a un momento tranquillo, in cui mi prendo un tempo per farlo con calma.

Forse oggi è arrivato. Sono a Mondragone, mi sono svegliata dopo una bella notte di sonno, ed ho davanti una tappa difficile, ma corta: Napoli. Mi spaventa un po’ il traffico, ma pedalata dopo pedalata, saprò arrivarci.

Ho scelto come arrivo del mio andare Lampedusa non a caso. Me lo chiedono tutti perché e io riesco a dire solo questo. Ho paura che dicendo che l’ho scelta per sentirmi parte, per esser parte e per dare parte, come diceva il mio amico Bruno De Marchi, si possa fraintendere. E’ che non ce la facevo più a leggere di barconi, di centri di accoglienza, di viaggi finiti male, di viaggi interrotti da paesi ottusi, dal salotto della mia casa. Credo di essere una persona abbastanza “impegnata”, svolgo il mio lavoro con amore al meglio di quello che posso e faccio volontariato diffuso, ma leggere la mattina di nuovi tragici sbarchi, o di confini con filo spinato, non lo riesco a sopportare. Lampedusa è il simbolo di tutto questo.

Simbolo di un mondo ingiusto, dove se nasci in un posto leggi le notizie dal salotto, se nasci nell’altro, per sopravvivere a guerre, morte, povertà, rischi la tua vita e quella dei tuoi cari per cercare di scappare. Ogni viaggio io lo immagino. Ogni viaggio lo sento. E’ un caso io sia nata a Gemona del Friuli. Non ho nessun merito. Spesso, e chi mi segue lo sa benissimo, la mia immaginazione corre velocissima, galoppa, attraversa situazioni e mondi altrimenti irraggiungibili da me. Anche questi viaggi io li vivo, un po’ li “viaggio”. Andare verso quella agognata isola per me ha questo senso: dedicare la mia stupida e volontaria fatica per la tragedia che si sta compiendo davanti a noi. Ha senso dedicare una fatica “inutile”? non lo so. Ha senso per me. Ha senso se in tanti mi chidono come mai quella la meta e scatta una scintilla d’umanità, ha senso se ne parliamo, ha senso se in ogni momento io so perché Lampedusa. Io so perché Lampedusa.

Se è vero il discorso, troppo difficile per me da afferrare, dell’energia cosmica o quantica, ha senso. Ha senso perché offro la mia energia, il mio pensiero e la mia fatica.

Qualcuno mi chiede come faccio senza allenamento a fare tanti km. Intanto bisogna dire che ad ogni salita la mia e-bike mi aiuta, ma la mia vera benzina, è la motivazione.

Credo nelle porte aperte. Credo che, come diceva forse Petrella, le porte chiuse sono una contraddizione: la porta offre un passaggio, sempre, se è chiusa vanifica la sua esistenza.

Credo nelle “porte aperte” fin da quando un giovane e appassionato psichiatra, al mio primo impiego in psichiatria, mi ha passato un bel libro di Jervis al quale dopo, ho dato seguito con molti molti altri. Basaglia era un visionario lucido. Parlava di diritti e di umanità. Ha immaginato un mondo altro ed ha cercato di realizzarlo. In molti hanno, torto collo, dovuto aprire le porte, senza affatto aprirle.

Lampedusa è una porta. Sto faticosamente andandoci incontro. Mancano ancora più di 1000 km. Voglio che, per me, sia simbolo di ogni porta, di ogni libertà, di ogni diritto, di ogni dignità. Che vita è se siamo confinati, se siamo relegati nel nostro angolo di dolore senza avere la possibilità di praticare una scelta. Cos’è una vita in un posto che in qualsiasi momento diventa minaccioso, per fame o per violenza. Che vita è se dentro te stesso vivi il caos e la paura e ti impediscono di avere lo spazio vitale per rincorrere, raccolte le forze, una speranza.

La vita è una, si dice. Non ci credo del tutto, ma sicuramente questa è la mia vita. Ho deciso volontariamente di aprire la porta.

La mia porta sono questi 2000 km, anch’essi simbolo di unità. Non ho avuto paura di spalancarla, questo è il concetto.

Gemona- Lampedusa.

Il 6 maggio 1976, Gemona ha subito un gravissimo disastro, ma nessuno è rimasto solo. Son venuti da tutta Italia e da molte parti del mondo e questa solidarietà ha fatto si che abbiamo potuto di nuovo sperare. C’era da lavorare in quei giorni, ma l’aiuto più grande che abbiamo avuto è stato sentirci abbracciati. In questo mio percorrere l’Italia in molti mi hanno detto che son venuti su in quei giorni. Li ringraziamo tutti, anche a 40 anni di distanza.

Io sono sola, ma ho chiesto a molti di venire con me alla meta. Fatelo, Saremo giù dal 28 maggio al 4 giugno. Scrivete a commerciale1@tourgest.com per avere i prezzi che ci hanno confezionato su misura o venite con altre compagnie.

Sarebbe bellissimo se fossimo in tanti ad aprire quella porta reversibile.

Sarà un modo di stare vicino anche a quella piccola isola e ai suoi abitanti che sta sostenendo un peso grandissimo.

No, non ho scelto a caso Lampedusa. Per la speranza negli occhi di queste bimbe.

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Pensieri sparsi

Ho percorso oggi 120 km circa (122) da Ostia a Terracina, perdendomi un po’ nella ricerca di un posto per dormire (che costi poco, questa è la difficoltà).

E’ arrivato il momento per affrontare un argomento scottante: il “soprasella”.

Son dolori, ragazzi. Ho provato molte strategie, ma la parte è decisamente dolorante, direi matura, che dà un’idea della situazione.

Non valgono calzoncini imbottiti, né sella espressamente femminile.

Abbiamo due ossa di troppo là dietro, ve lo dico. Pierino, mio accompagnatore FIAB che insieme ad Angelo mi ha affiancato nel tratto dell’Appennino, mi ha assicurato che “viene il callo”. Il callo: prima di tutto, non voglio un callo nel sedere. Non lo vorrei. Ma credo che l’espressione sia figurata e intenda sostenere la tesi dell’abitudine come elemento capace di risollevare la questione (espressione appropriata).

Che fare? Ho percorso fino ad oggi circa 1020 km. E il callo? Fra quanto posso dire che il problema sta forse per essere superato?

Se qualcuno ha suggerimenti, me li dia, che la questione è seria!

Oggi ho percorso un tratto lunghissimo, lungomare. C’era sole, un po’ di vento molte onde e infiniti granelli di sabbia bionda svolazzanti e felici di incontrarmi. E’ stato uno spettacolo. Poche auto, poche persone, pochi esercizi aperti, non siamo in stagione.

C’era sapore del “mare d’inverno”, ma il tepore e i colori di una primavera inoltrata. A tratti qualche umana incuria, a tratti bordi della strada incredibilmente sporchi. E i primi, incredibili, inspiegabili mucchi di immondizia. Ma di questo ne palerò un’altra volta, che l’argomento è interessante.

In genere porto i capelli legati e il caschetto, ma oggi, mentre andavo col mio amato mare sulla destra, ho tolto il caschetto e sciolto i capelli, non ho resistito.

Una donna della mia età, spettinata e con i capelli sciolti, si sa, sembra in verità una strega, anzi, per definire meglio, sembra maga Magò, ma chisseneimpotra: avere il vento tra i capelli, mi ha fatto sentire bambina.

Improvvisamente mi sono ricordata alcuni momenti della mia vita. Mi è venuto in mente un momento a Gemona, credo di essere stata molto piccola. Avevo una biciclettina azzurra e scendevo a perdifiato la discesa in ciottolato e con dei bassi scalini che portava in Piazza del Ferro. Ricordo i sobbalzi e le risate. Ricordo che con la velocità della discesa, arrivavo fin vicino a dei grandi alberi che c’erano allora sul bordo della piazza, verso la pianura. Se ci ripenso ora, mi pare una discesa tanto lunga da essere emozionante. Nella realtà sono poche decine di metri. E’ che quando si è bambini, la realtà si plasma un po’ sui propri desideri e ricordo perfettamente, che scendere quella scalinata con la bicicletta, era una delle mie, poi ripetute in altri modi, trasgressioni. Quello mi faceva ridere, fare una cosa che nessuno faceva. E ricordo i miei capelli biondi agitati dal vento e dai sobbalzi.

Un altro ricordo che è affiorato è di un momento a Udine. Forse avevo 9 o 10 anni. Abitavo in Chiavris, località allora in periferia, con tanti campi dietro casa. E ancora una volta il mio ricordo è legato ad una discesa. Andavamo in molti ragazzini, alle “collinette”. Era una sorta di terrapieno alto pochi metri, dove avevamo costruito, a forza di scorazzare con le bici, una sorta di percorso con avvallamenti e protuberanze. Il gioco era percorrerlo a velocità supersonica, facendo dei veri salti con la bici, fino ad arrivare alla discesa finale da prendere a tutto gas per poi ricominciare tutto da capo.

Nel mio ricordo era con l’allora mio amico del cuore Ciccio e molti altri. Credo fosse quasi estate, eravamo con le maniche corte. I miei capelli erano lunghi e mentre pedalavo al massimo per prendere velocità mi venivano davanti al viso per poi essere sospinti dietro nell’ultimo tratto, quello della discesa finale e della velocità massima. Mentre pedalavo ieri ero bambina. Pensavo ai miei sogni di allora. Ho pensato che forse non avevo sogni o almeno adesso non li ricordo: ero troppo impegnata a vivere. E’ così anche ora, non so se spero qualcosa di particolare per il mio futuro. Si, spero che non succedano cose brutte ai miei figli, spero di non capitolare di fronte alla morte di amici importanti, spero che Augusto mi sopravviva, questo sì. Ma per il mio futuro? Per me? Boh. L’unica cosa che spero ora come allora è di vivere tutto con l’intensità che ho saputo gustare nella mia vita. Non ho specifici desideri se non quello di trovare la forza per vivere tutto, senza nascondermi, senza evitare, senza scappare.

Forse uno si. Forse uno ce l’avrei: vorrei poter lavorare come saprei, vorrei che i miei colleghi fossero interessati a quel che faccio o almeno dai risultati che ottengo in termini di recovery. Vorrei poter esprimere tutto quello che in tanti anni ho studiato e applicato e forse sogno di avere un “riconoscimento ufficiale”, non in termini di carriera, ma un “ma và che bel lavoro che stai facendo”.

Vorrei raccontare, a chi fosse interessato, che c’è un “metodo” particolare per poter contribuire alla ripresa delle persone con disturbo psichico e che questo comprende sempre il fare assieme, che, al di fuori delle parole di cui tutti si riempiono la bocca, non è semplice per noi operatori da rispettare. Richiede un impegno notevolissimo, all’inizio.

Nella mia carriera ho conosciuto medici direttivi, altri medici-medici, alcuni che hanno teorizzato la distanza terapeutica come necessità, altri collerici e svalutanti, altri votati alla carriera ed altri ancora indifferenti. Alcuni anche appassionati, attenti, umani e competenti. Pochissime volte ho visto praticare come supposto primario il “fare assieme” che comprende una fiducia incondizionata (di tipo rogersiano) ed una speranza condivisa. Il disegno di legge 2233, propone che venga inserito come imprescindibile principio, proprio questa condivisione di responsabilità. Comprende il recupero di diritti e dignità di cui parla, ancora inascoltato nei fatti, Basaglia nei suoi scritti. Ha a che fare con una realtà della psichiatria, dove è necessario scardinare certezze (esistono in psichiatria certezze…?) e ruoli e ripensare all’etica del nostro lavoro.

E’ per permettere ad ognuno di vivere la propria vita in un modo compatibile con quella degli altri intorno, ma in modo originale, in modo personale e nella propria realtà. Ogni costrizione alla realtà dettata da qualche altro, sia ente o persona, sono fatiche inutile e dannose per tutte le parti.

Io ho voluto e voglio continuare a fare la scalinata in discesa in bici, ad esempio. Non faccio male a nessuno, vado solo contro corrente. Anche se è una cosa insensata per i più, permettetemelo sempre, finchè avrò vita.

magò

 

 

 

Roma 1

Oggi sono scesa lungo la costa da Civitavecchia fino a Ladispoli poi sono andata a Roma in treno e ora sono ad Ostia lido, dove, spero, troverò un posticino economico per dormire. Domani si riprende la via e giù affiancata al mare verso Napoli…

Mi guardo indietro e mi pare impossibile di aver fatto tutta questa strada. Arrivata davanti al Colosseo, ho guardato i Km totali: 962. Son partita da casa a 62, quindi ne ho fatti…900!!! Incredibile. Se non fosse che ricordo metro per metro, non ci crederei. Ci sono riuscita. In questi ultimi giorni non è facile, un po’ di mal di ossa e di mal di anima mi avviliscono un pò. Me lo aspettavo.

Roma in bici: wow. Ci son dei tratti straordinari, come la pedonale che da Piazza Venezia porta al Colosseo: poche centinaia di metri, che fanno sentire orgogliosi di essere italiani. Il tratto Ladispoli- Roma, sono salita sul treno, tutti mi scoraggiavano dal percorrerla in bici ed avevo un appuntamento con un tecnico di FuturE-bike, competente e gentilissimo, che mi doveva mettere a punto la batteria che faceva un pò le bizze. Dunque sono salita in treno con l’aiuto di un signore. Abbiamo chiacchierato tutto il tratto, ci siamo sempre dati del lei, poi siamo scesi e ci siamo salutati almeno altre tre volte, fino a scambiarci i numeri di telefono. Gentilissimo. Romano de Roma, ma gentilissimo. Perché dico quel “ma”?

Perchè è stata l’unica persona gentile incontrata. Ho trovato sulla mia strada persone davvero sgarbate, poco sorridenti, addirittura maleducate, compresi i vigili di Roma. Sgarbati e pure mi hanno dato indicazioni del tutto sbagliate sulla strada da fare. Antipaticissimi i taxisti ai quali ho chiesto aiuto per l’indirizzo e pure dove ho mangiato un’insalata carissima, sebbene fossero arabi o giù di lì, poco ospitali e si è pure scatenata una discussione accesissima tra “procacciatori di clienti” (ma che mestiere è?) e proprietario circa la “provvigione” di quattro cappuccini… Altro mondo.

Mentre giravo Roma in bici, ho pensato che tanta bellezza caduta dal cielo, o meglio, dal passato, non se la meritano. Sporcizia diffusa, di cui forse sono responsabili i milioni di turisti, che tuttavia portano soldi, quindi si dovrebbe provvedere comunque, strade decisamente dissestate, un atteggiamento de “nò artri semo de Roma e podemo fa che ce ‘mporta” diffuso, non piacevole, che impregna tutto.

Nessuno scontrino fiscale, un tentativo, non riuscito, di non accettare “sotto i 50 euro” il pagamento con pos (per evitare lo scontrino), brutto senso continuativo di essere fregata in ogni dove. Ho mangiato in una sorta di pizzeria, preso un caffè in un bar e un’acqua in un altro. Nessuno ha fatto lo scontrino fiscale, tutti scontrini posticci. E tutti si sono scocciati un sacco quando ho chiesto lo scontrino vero. Penso al mio Friuli, dove, sì, c’è qualche tentativo di frode, ma perlopiù, ognuno paga le sue tasse. Non mi è mai successo di ricevere uno “scontrino posticcio”, al massimo, raramente, non viene fatto, ma come dire, lo scontrino posticcio è segno di frode pensata, legalizzata, accettata. Tre su tre oggi. Mmmh, che peccato.

Di questo viaggio ricorderò i posti dove ho dormito: dappertutto. Oggi mi son distesa su un sedile di pietra davanti ai fori romani, ho appoggiato la mano alla bici e mi sono addormentata. Meraviglioso dormire così. Prima di “partire” mi son soffermata a sentire i rumori intorno: lingue di ogni genere, risate dei molti ragazzini in gita scolastica, gli zoccoli dei cavalli con le carrozze e poi… via. Credo di aver russato: ho dormito in mezzo al mondo intero, su quella pietra, in modo semplicemente perfetto. Quel che si dice “il sonno dei giusti”. E’ una vita che invidio chi vedevo addormentato in giro, ora, tocca a me.

Note di viaggio:

  • mai fare pipì con l’erba alta e il vento;
  • occhio ai vetri sui bordi delle strade: di cretini che buttano bottiglie dalle auto è pieno il mondo;
  • Prima di affidarsi a “ricercatore hotel” su web, chiedere un po’ in giro, si possono trovare buone combinazioni;
  • Non fidarsi mai dei cartelli stradali con indicazioni di città né dei km segnati: l’intera cartellonistica è fatta per gli automobilisti, ai quali poco importa la “miglior strada” possibile.

Lasciare gli ormeggi

Una vita potrebbe essere così? Andare, pedalare forse, incontrare mondi senza avere radici?

Io le ho, so che presto tornerò nella mia casa, tra i miei cari, nel mio letto e nel mio disordine, ma mi chiedo, si potrebbe vivere sempre così, andando?

Credo di si.

La cosa importante è lasciare gli ormeggi e non aver paura del buio.

Per vivere così, bisogna portare un bagaglio quasi nullo fuori e grande dentro. Sentire profondamente di avere sé stessi dalla propria parte. Non è per nulla scontato. Troppe volte io l’ho sentita, quella “me stessa”, ostile, rivolta di spalle, incomprensibile.

Amo starmene da sola in questo viaggio. Prendo come un regalo i giorni in cui sono padrona assoluta del tempo e dello spazio, come adesso. Mollo gli ormeggi e vado. Ho un timone…? Credo di si, è lì da qualche parte solo per non affondare e non mi è ancora capitato di correre questo rischio. C’è e lo so, questo è importante.

Ho dei remi? Siiii, forti, lunghi, poderosi. Non sapevo affatto che c’erano. Li ho trovati abbandonati da chissà quanto tempo in un angolo della mia anima. Ora spesso do qualche forte vogata, tanto forte da poi godermi la spinta in assoluta contemplazione.

Inizio ad avere dei bei bicipiti, capaci di dare direzione e velocità senza troppa fatica. E pensare che io cercavo di avanzare con le sole braccia, agitandomi e scuotendole con ardore anche, ma con una perdita di energia pazzesca. Tanti schizzi per nulla.

Ora, ogni tanto, una vogata lenta, silenziosa, forte e scivolo sull’acqua…

Non bisogna avere paura del buio, questo no. Dentro sé stessi è buio. Ogni tanto si accende una lucetta, ma per lo più si va a tentoni. Possiamo trovar di tutto lì. Cose bellissime dimenticate, altre che pensavamo di aver già gettato ed invece sono ancora lì. Possiamo trovare cose che dobbiamo tenere per forza, a ricordo di quello che siamo stati o delle persone che ci hanno lasciato, ed altre che nel buio non distinguiamo ma sono fredde e viscide al tatto e ci fanno un po’ schifo e un po’ paura. Poi ci sono calde coperte, pulite, disposte con cura e fragranti lenzuola di bucato, che profumano di buono e sulle quali possiamo riposare. In qualche angolo, che magari non conosciamo ancora, c’è del cibo sano e nutriente ed è bene cercare anche se non si ha fame ancora, per trovarlo e utilizzarlo nei momenti di spavento e di fatica.

Ci sono anche alcune cose pericolose, lame, punte affilate. Muovendoci al buio, dobbiamo starci attenti: potremmo ferirci le mani e l’anima che in quel luogo, ogni ferita, ogni piacere e ogni tenerezza, prendono sempre corpo e spirito insieme. Alle volte, pur sapendo la posizione, chissà perché ci ritorniamo in quei posti, sapendo che ancora, e ancora e ancora ci feriranno.

Quando si accende quella flebile luce, dobbiamo esser pronti a dare uno sguardo generale: poi al buio, avremo così qualche indicazione in più.

E il buio è anche fuori a tratti. Ogni giorno dopo la luce del sole, si fa buio. E’ buio il mare infinito che abbiamo sotto di noi. E’ salvifica acqua che ci sa sostenere, ma non conosce il verso da sostenere. Siamo noi stessi che dobbiamo imparare che per sopravvivere, dobbiamo stare con la testa fuori e predisporci con le nostre forze e con qualche strategia in questa posizione. Non dobbiamo aver paura che da quel buio profondo e sconosciuto escano mostri imprevedibili che ci afferrano e portan giù. Non che non possa succedere, può eccome. Ma è inutile averne paura. Son fenomeni rarissimi e quando capitano, non possiamo che lasciarci prendere. Non ci è data altra possibilità.

E’ buio il cielo, anche se pieno di mondi infiniti. Tutta questa sconfinata aria è lì per farci respirare forte e respirare anche le stelle.

Lasciare gli ormeggi e non aver paura del buio. Ci sto provando.

tre valentina fontanella fotografia di valentina fontanella

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