biciterapia

"percorreremo assieme le vie che portano all'essenza" Franco Battiato

Aprire alla fiducia e alla speranza

Dal mio ufficio al centro di Salute Mentale di Trento, si percepisce l’umanità. Fuori, scorrono come un fiume storie di vita di persone che vengono qui per incontrare il medico, gli educatori, gli infermiere o gli UFE, ed anche quella di tutti coloro che qui lavorano anno dopo anno, ed anche quella delle decine di persone che ogni giorno entrano per studio o curiosità. Ogni giorno decine e decine di incontri, di parole, di storie s’intrecciano nelle varie stanze. Fuori da ogni porta, c’è l’orario dei vari incontri, senza nomi, ma con l’indicazione del motivo dell’incontro: Gruppo AMA Accoglienti, Gruppo AMA UFE Front Office, Redazione Liberalamente, ecc.

Acronimi, sigle, che io faccio ancora fatica a capire, ma qui, sembra che tutti le conoscano bene.

Sopra , nella spaziosa stanza d’aspetto fuori dagli ambulatori, tante persone che aspettano e svariate suggestioni attorno: frasi stimolanti, quadri colorati, informazioni sulle attività del CSM. Più in là, il Centro Diurno. Entrando c’è un video con pagine che scorrono che mostra le varie iniziative della settimana, le uscite, gli eventi, i contributi esterni. Anche lì le persone si muovono con tranquillità, senza grandi emozioni apparenti. Anche lì, l’informazione aggiornata e puntuale è a disposizione di tutti.

Ogni tanto a sollevare un po’ di polvere, arriva qualcuno con un tono di voce alta, ma nessuno reagisce o quasi, e gli animi si calmano presto. Le porte, tranne quelle degli ambulatori o delle verifiche personali dei Percorsi di Cura Condivisi, son tutte aperte, nessuno si nasconde dietro e i temi che si dibattono, alle volte molto scottanti e strategici, sono a “disposizione di tutti”. C’è misura e discrezione sia in chi parla che in chi ascolta. Ieri abbiamo avuto un incontro con tutti gli Stakeholders (parolaccia inglese imparata qui traducibile con “portatori d’interessi comuni) del SerD e senza se e senza ma, si è chiesto se desideravano entrare nella mailing list dell’Area di Salute Mentale, che è organo apicale dell’ Azienda sanitaria. Tutti hanno accettato volentieri e oggi inizieranno a ricevere come tutti noi, tutte le e-mail.

Penso al mio essere operatore di comparto (non dirigente) e di quanta fatica  ho fatto nella mia lunga vita lavorativa ad interpretare segni che senza alcune informazioni sono illeggibili: è così che si mantiene il potere. Escludendo. qui non è così, o lo è meno. Ha anche questo a che fare ancora e ancora con “le porte aperte” (oltre che reali e metaforiche, anche basagliane) ed ha a che fare senz’altro con la “fiducia e speranza” che impregna il modello relazionale scelto qui. Mi piace.

Fiducia e speranza, paiono due intenzioni buoniste e avulse dalla organizzazione di una azienda sanitaria ed invece, anche questo l’ho scoperto qui, sono alla base di molti studi di qualitologia. Con fiducia e speranza diffusa senza parsimonia, il clima del servizio cambia ed anche gli esiti del nostro lavoro. E’ la spinta ad orientarsi professionalmente e organizzativamente alla Recovery, entrata nella bocca di molti e uscita troppo poco nella pratica, che, se condotta con onestà, comporta una netta perdita di potere da parte dei sanitari, e si sa che il potere è duro da lasciare.

Così continua il mio viaggio. Son passati quasi tre mesi dalla partenza (da quando sono arrivata a Trento) e ad adesso mi sento arricchita di molti pensieri. Ogni luogo ha delle particolarità e risorse sue specifiche. Vedere molti servizi e realtà, e io l’ho fatto, permette di evidenziare il buono se si guarda con fiducia e speranza. Ci sto provando. Quel che sto imparando mi piacerebbe portarlo con me, seminarlo in altri terreni, contaminare altre realtà di Salute Mentale, ma forse non sarà così facile. Forse ogni mia riflessione sempre pronta a lasciare spazio al nuovo che avanza, forse, non interessa. Eppure credo che la psichiatria sia un’area così particolare e sia così fragile nei suoi assunti da aver necessità continua di confronto e scambio. Penso che dovremmo parlarci, conoscerci, sostenerci a partire da utenti e famigliari che per troppo tempo hanno subito tutte le decisioni imposte dai sistemi istituzionali sulla loro pelle.

Non c’è Salute Mentale se non Insieme.

Un caffè al CSM

Sono le otto e venti del mattino. Al bar del CSM di Trento ci sono una decina di persone che stanno chiacchierando davanti ad un profumatissimo caffè.  Qualche “buongiorno”,  “hai dormito bene”, qualche “come stai” e tanti sorrisi come in tutti i bar di quartiere del mondo. C’è chi cerca il caffè, alcuni, quelli più golosi, vengono attratti dalla fragranza di brioches  che  cuciono nel forno sprigionando un profumo che raggiunge ogni anfratto del CSM. Dal mio ufficio, il profumo e il brusio è forte. I sorrisi si immaginano tutti.

A servire i caffè sono persone che sono state assunte con la Legge 68, quella civilissima Legge che punta all’inserimento e all’integrazione lavorativa delle persone disabili e che qui in trentino ho visto funzionare, per quanto riguarda la psichiatria,  meglio che altrove. Altre sono invece persone che stanno facendo il percorso di riabilitazione lavorativa, e che usufruiscono non di una Borsa di Lavoro, come in molte realtà psichiatriche che conosco,  ma di una vera esperienza lavorativa in cui si pagano le ore davvero lavorate in una logica ancora una volta di responsabilizzazione e attribuzione di senso.

Un caffè al CSM. Idea semplice. Mi chiedo quanto lavoro ci sia dietro per ottenere permessi, per comprare attrezzatura, per assumere le persone. Mi chiedo se questo ha a che fare con la psichiatria della Sanità dura e pura, quella che si occupa di budget, di tabelle, di farmaci più o meno costosi, di obiettivi da raggiungere.

Guardandomi attorno, so di essere atterrata in un luogo un po’ speciale e sono grata per questa opportunità che mi sta nutrendo.

Guardandomi attorno, vivendo da questo mio ufficio in modo quasi “trasparente”, mi accorgo che succede molto e che sì, tutto questo ha a che fare con la psichiatria, forse non solo con quella dura e pura, con quella delle “aziende sanitarie” che devono governare l’organizzazione e la spesa , e neanche con quella dei proclami, delle bandiere alzate e le baionette sui fucili. Ha a che fare con quella di comunità che mi è sempre piaciuta, che ho molto studiato e cercato di attuare in ogni mia azione, senza in realtà riuscirci bene. Ha forse un nome questa psichiatria: la chiamerei “psichiatria umanistica” parafrasando un importante  filone della cugina  psicologia.

In realtà questo nome non è nuovo. Venne coniato da White nel suo libro “Matti da slegare” che non ho mai letto in realtà perché non è facile da trovare, ma al di là di quello che ha scritto questo neurologo, facendo un parallelo con la Psicologia Umanistica posso senz’altro affermare che qui si fa, con determinata ricerca, la Psichiatria Umanistica. E quella di comunità, visto il vivace e continuo intreccio d’azioni col sociale  del trentino che è ricchissimo di realtà. Cosa significa?

Significa che un bar così concepito, non è altro che una delle applicazioni creative di questo filone umanistico che comprende azioni e pensieri che a me piacciono tanto, che sono nelle mie corde, intendo. La libertà innanzi tutto, la volontà di restituire una responsabilità alla persona interessata, il rispetto dei diritti personali  invalicabili se non per urgentissima e grave necessità affrontata con tanta precauzione, e come conseguenza di questi postulati, la valorizzazione di ogni risorsa personale, al di là delle dichiarazioni che facilmente si lasciano scrivere. E’ il tentativo costante, reiterato, fortissimamente voluto di un coinvolgimento continuo di utenti e famigliari alla vita del centro. Alla riunione del mattino, (che in ogni CSM da me  conosciuto è “proibita” ad utenti e famigliari)  entrano anche tutti gli Utenti e famigliari esperti, tutti i Famigliari Garanti (son tutte incredibili invenzioni di questo servizio) e i volontari. Per tutti loro si è provveduto ad un “permesso speciale”  sulla privacy  e alla sottoscrizione di un obbligo a mantenere il segreto professionale, che solo Dio sa quanto è costato anch’esso in termini di lavoro preparatorio. Qui è così. Si lavora per rendere reali quelli che altrove rimangono sogni.

La mia formazione è avvenuta a Trieste altra particolarissima realtà psichiatrica. L’attenzione lì si sposta più sul piano politico e di impresa sociale.  La volontà di incidere sullo stigma “di categoria”, e sulle differenze sociali che il disturbo mentale produce,  impregna le azioni pubbliche del Dipartimento. Tuttavia non si è mai visto nessuno lottare per i diritti di altri, e non sono certa  dell’efficacia di questa battaglia svolta prevalentemente dagli operatori. I diritti, ne sono convinta, vanno conquistati da chi ne è privato per qualche motivo. Chi non vive la deprivazione sulla propria pelle può solo facilitare il processo,  combattere a fianco, ma non “al posto di”.

A Trento non c’è questo “senso di lotta”. Qui si fanno piccole (?!) cose quotidiane per far si che utenti, famigliari  e operatori assieme abbiano uno spazio di potere e responsabilità. Sono azioni oneste lo si capisce dal fatto che questa libertà distribuita spesso coincide con la riduzione di quella degli operatori. Si sta attenti all’uomo, all’umanità nella sua interezza  attraverso piccole attenzioni e grandi vicinanze. Se mai fosse stato possibile unire queste due vocazioni, e dopo anni di tentativi mi pare  non sia proprio possibile, l’eredità di Basaglia sarebbe stata onorata pienamente. Diritti sociali, diritti personali e umanità e perché no, sorrisi e caffè.

 

e si parte…

E poi si parte. Molte volte si parte sapendo quello che si fa, ma più spesso la spinta a partire non si sa da quale profondissimo anfratto della nostra anima o da quale intangibile destino arrivi e il viaggio si profila davanti a noi tra le nebbie e le schiarite di ogni futuro. Qualche volta si parte senza neanche saperlo, si parte. Forse la vita è un unico lungo viaggio o forse è l’insieme di milioni di viaggi tenuti insieme dal senso preso e perso, di essere unità seppur interrotta, in divenire, con un vissuto in inesorabile dissoluzione.

Sono una viaggiatrice, viaggio nei sogni, cavalco la mia immaginazione, viaggio per lo più da sola. Ho altre persone che si affiancano, ma mai mi trattengono, che io devo andare. Vivo come viaggio ogni evento della vita, quelli cercati, come il mio esser moglie, madre e amante, quelli desiderati, come il mio faticato viaggio nel mondo della Psichiatria, quelli mai voluti, come la malattia che costringe ogni giorno a tirar somme e far di conto.

Vivo come viaggio un lungo amore, un figlio, una casa, un’amica, un incontro, un libro, una classe. Vivo come viaggio il mio perdermi e poi, con le mani laboriose capaci di sentire la materia, ritrovarmi. Vivo come viaggio una canzone che ad ogni ri-ascolto, il viaggio ri-parte, e vivo come viaggio il vento dal quale, ad ogni nuovo soffio, vorrei farmi sollevare. Vivo come viaggio il canto di mille uccellini che si ripete in modo uguale, sempre diverso. Vivo come un viaggio ogni pagina bianca che pian piano si riempie di parole, di segni, di colore. Vivo come un viaggio sperato e atteso ogni pezzo di argilla che si trasforma sotto le mie mani fino a far vedere al mondo, la mia speranza. Sento che sto andando, sento che la meta è l’arrivo, sento che l’arrivo è dopo tanto andare, senza ritorno, sento che la possibilità del ritorno, è in ogni viaggio solamente illusione. Provo ad immaginare come sarà la fine del mio ultimo viaggio. Sento che anche quando sarà arrivato il momento di lasciare, lascerò sapendo che è un nuovo viaggio che inizia.

L’esistenza è cosa effimera anche se vestita di carne e pelle, di mille dolori e mille delizie. L’esistenza esiste quando so di esistere e il mio viaggio più grande è quello di poter ad un tratto capire perché sono qui, o accettare che non c’è alcun perché e tutta la mia realtà, semplicemente, non è.

La cosa bella del viaggio è che si parte senza sapere come sarà e il non sapere, apre la porta alla meraviglia. Scivolare senza peso di meraviglia in meraviglia, questo è il mio viaggio. Dura da tempo immemorabile: andare di meraviglia in meraviglia. Senza peso.

E’ semplice

Ieri, chiedendo due volte a qualcuno la spiegazione circa una banale frase che non capivo, ho ricevuto una risposta scocciata, entrando nel posto che è stato il mio luogo di lavoro di tanti anni, una porta si è chiusa, una persona a cui tengo particolarmente, mi ha chiamato solo per un suo piccolo interesse. Io stessa, senza alcun motivo sono brusca nelle affermazioni, in molti momenti sono scostante e giudicante, durante alcune giornate, non sorrido per niente o solo per cortesia. Eppure sarebbe semplice.

Sarebbe semplice avere curiosità per l’altro, prestare attenzione al suo mondo, a come sta.

Sarebbe semplice ascoltare profondamente, sorridere col cuore e non solo con le labbra. Sarebbe semplice sentire che la vita scorre e che un’occasione di vicinanza persa, non ritorna mai più. Sarebbe semplice avere a disposizione una quota di santa pazienza e un pizzico di buena vida per condire la nostra esistenza e quella degli altri.

Sarebbe semplice guardare il cielo, annusare un fiore, fare una carezza e cambiare il corso della giornata. Sarebbe semplice che per ogni nostro affetto avessimo consapevolezza del grande privilegio che è e sarebbe semplice riconoscere che questo sentimento ha una sua vita e che per non farlo morire, va curato.

Sarebbe semplice, semplicemente, volersi bene. Sarebbe semplice.

 

fortuna!

Avere un mese per conoscere tanti servizi psichiatrici. L’ho già fatto l’anno scorso, ora lo rifaccio non in bicicletta percorrendo l’Italia, ma dal mio nuovo luogo di lavoro, Trento,  cogliendo tante e tante differenze tutte esistenti nella medesima regione.

Ogni servizio, dappertutto, ha delle derive, delle zone d’ombra, ma ogni servizio ha soprattutto tante piccole e grandi luci che brillano. Incontrando le differenze si può davvero gustare un sapore buono, composto da tanti ingredienti unici e irripetibili.

Naturalmente le mie  visite alle UOP (Unità Operativa Psichiatrica) sono del tutto superficiali e io riesco ad osservare solo quello che i miei sensi, la mia cultura e quel che sono, possono cogliere. Non conosco la storia, non conosco il percorso, la crescita o l’involuzione dei gruppi di lavoro, non conosco le statistiche di ricoveri ed uso dei farmaci né la soddisfazione degli utenti o la loro solitudine. Non conosco le lacrime né i sorrisi di quelle storie, posso solo cogliere una sorta di “istantanea” che rende l’immagine del qui ed ora. Tuttavia, vedendo tante e tante realtà in una vita e tante concentrate, come ora, in poco tempo, credo si affini l’occhio, per così dire.

La cosa che più di ogni altra da tutti questi approfondimenti mi pare importante è che il clima del gruppo di lavoro sia un clima di fiducia reciproca, di apertura, e di orgoglio anche. Ho incontrato anche la maldicenza, l’invidia, la difesa e l’arroganza, ma sono ben allenata, provengo da scuola lunghissima che mi ha fortificato e di certo non mi spaventa più. Ho capito da molto tempo che dietro questi atteggiamenti aggressivi e disfattisti c’è sempre una gran paura.

Per fare il mio volo, non mi è stato dato alcun suggerimento. Sono grata per questa libertà. Potevo osservare in tanti modi diversi. Ho scelto di cercare come un cercatore d’oro, solo le pepite. Ho scelto di setacciare e gettare sabbia e acque, tenendo in ogni dove solo quei piccoli pezzetti lucenti, fatti del medesimo metallo che una volta raccolto, potrà forse fondersi e diventare un bellissimo tesoro comune.

E’ questo che ero chiamata a fare? non lo so.

So che ogni volta che varco la porta di un servizio, sono emozionata. In ogni equipe c’è tanto lavoro, si vede. C’è fatica e soddisfazione, creatività e tradizione, paura e coraggio, nei gruppi litigiosi e incazzosi, si aggiunge a questo anche la stanchezza della rabbia, che sfianca e avvilisce.

E gli Utenti incontrati? Anche loro sono diversi in ogni dove. Anche loro si trasformano.

Ed è in questa considerazione che si annida la speranza.

Se le persone che vivono il disturbo mentale cambiano al cambiare della filosofia di servizio, delle attività offerte, del rispetto e dell’attenzione, allora davvero dobbiamo fare ogni sforzo per migliorarci, perchè come diceva il mio caro Salomon Resnik, il bene (ammesso che sia bene) è nemico del meglio.

Un medico del mio servizio, a proposito del mio raccontare le cose belle incontrate nei miei giri di salute mentale, mi ha detto un giorno che “è vero che c’è di meglio ma che c’è anche tanto peggio”. Brutta frase.

Io credo che abbiamo il dovere morale ed etico di studiare, di conoscere, di contaminarci con umiltà, con chi ha saputo fare qualcosa di valido, anche se ci è antagonista (ma perchè poi in psichiatria ci sono gli “antagonisti”? non è che ci sia un narcisismo diffuso tra chi vuol “curare” la vita degli altri?). Abbiamo il dovere morale perché lavoriamo con le persone e le persone stanno bene o male in funzione di quello che facciamo, in funzione del grado di coinvolgimento che pratichiamo, in funzione del rispetto e dell’accoglienza che offriamo.

Sono fortunata. O forse sono solo una persona che mantiene la capacità di meravigliarsi, e allora sì che sono fortunata davvero.

Popolo del Fareassieme Friulano, venite a Gemona al giro d’Italia di Parole Ritrovate: ci racconteremo pepita dopo pepita.

S-paesata

Essere migranti è condizione strana. Certo, la mia dislocazione rispetto al mio paese di residenza, non è vera migrazione. Sono a poche centinaia di chilometri, in una terra per conformazione e cultura vicino alla mia, a fare qualcosa che mi sarebbe piaciuto fare anche nel mio Friuli. Eppure, in giornate di festa come queste, sento in sottofondo, una mancanza. Oggi ho pensato ai miei figli che sanno “andare” e tornare.

Non è stata male la mia giornata comunque, seppur con la “mancanza”. Ho camminato molto, mio figlio mi ha invitato a pranzo, ho conosciuto una amica di mia figlia e visitato una piacevole collocazione di libri.

Eppure, la mancanza l’ho sentita. Ho sentito lo spaesamento dato dall’assenza di mio marito, che dopo quasi quarant’anni, è anche la persona che mi conosce meglio e con cui vorrei condividere molti dei miei pensieri. Ho sentito la mancanza dei miei amici, solidi, sempre quelli da anni, a cui non importa se sono un pò difettata,  mi vogliono bene così come sono. Ho sentito la mancanza dei miei cani, che  quando sono a casa, potessero, mi starebbero sempre in braccio. Ho sentito la mancanza dei luoghi dove mettermi a produrre “arte”: ho una incisione in testa che devo per forza tossire sulla lastra.

Oggi ho camminato e camminando pensavo che questo, è uguale dappertutto. L’adare quasi senza meta, è condizione che mi ha acquietato del tutto,  “passo dopo passo”, è azione uguale sempre. Cambia solo ciò che è fuori, ma dentro è tutto uguale. Sono s-paesata ma anche centrata in me.

La prossima settimana andrò ad abitare insieme ad una signora e finalmente al mio rientro, saluterò qualcuno.  Credo di essere abbastanza coraggiosa ancora, ad affrontare questa solitudine. Credo di esserlo, si, anche se è una piccola solitudine.

Trento è una bella città con luoghi strepitosi. Le “Albere” è uno di quelli.

sulla strada: dubbio, certezza ed esempio

Buongiorno mondo!
C’è qualcuno che crede che il tempo nella vita si possa fermare.
Sono le persone felici, quelle a cui pare di toccare il cielo con un dito, quelle che stanno vivendo in pienezza assoluta eventi che hanno a che fare non con il contatto con cose, ma con persone o situazioni immateriali,  sono quelli ingombrati dalle certezze, e sono anche le persone disperate, quelle che per mille ragioni appiattiscono il tempo, lo rendono una ripetizione di sé stesso infinita, sono quelle persone anch’esse ingombrate dalla certezza che se il tempo dovesse riprendere il suo movimento, potrebbe portare con sè cose ancor più gravi della vita già grave che si sta consumando.
Ci son momenti in cui il tempo si ferma per tutti. Si aggancia alle emozioni e per un po’ sta lì, sospeso nell’aria. Un bacio lungo e lento, gli occhi negli occhi, la presenza della morte, una grande fatica, la sfavillante gioia di un prato profumato che ci colpisce senza preavviso, una interminabile carezza sul viso, le lacrime che scendono sulle guance,  un dolore acuto del corpo o dell’anima. Poi dopo questo rimanere  senza fiato e senza tempo, riprende il suo scorrere, lo riprende sempre, anche quando facciamo finta di non accorgercene o non ce ne accorgiamo davvero.
Il tempo è trascorso tra i miei capelli che ora sono bianchi, sulla pelle che si è fatta solcata, nella carne che è diventata morbida. Il tempo è trascorso lasciando la sua impronta sui miei organi, che non possono rispondere più a certi bisogni. Il tempo è trascorso nella mia mente. La mia mente da sempre abitata dal dubbio, duttile, curiosa, pronta a cogliere le piccole cose per farne pensieri grandi e incapace di contenere i pensieri grandi nelle piccole cose.
Per molto tempo ho creduto fosse una debolezza avere il dubbio inquilino, ora so che è stata la forza più grande che ho avuto. Oh, si, mi ha fatto perdere tempo, alle volte sbagliare del tutto strada, altre deragliare con gravissimi danni al motore, ma il dubbio cammina. Mi cammina davanti, ha a che fare col tempo, precisamente con presente-futuro.
Ogni qualvolta che ho incontrato il dubbio, nella mia ingenuità (anche questo un gran privilegio), ho cercato di sentirlo, studiarlo, intuire da dove nascesse, e son ogni volta, cresciuta Ogni volta che ho creduto di arrivare alla certezza, è subentrato un fatto, un evento, un’emozione che ha di nuovo scompaginato il tutto. E ogni volta che ho la certezza si è incrinata ed ho oscillato nel limbo tra dubbio e certezza ho provato un senso di disequilibrio e spesso una cocente delusione.
La certezza è subdola, non ha gambe, è statica. Quando l’incontriamo è facile che diventi un guscio e uno scudo. In questi giorni, incontrando tanti medici, dirigenti, direttori di servizi, ho spesso incontrato la certezza, di fronte alla quale mi sono seduta, ho deposto il ragionamento e la voce e mantenendo ostinatamente e umilmente il  sorriso, mi son accomodata in posizione di attesa e di ascolto. Di fronte alla certezza degli altri non si può che agire così. Non saremo noi a scalfirla con le parole, e neanche con le imposizioni di cambiamenti indigesti. Possiamo solo aspettare e dare l’esempio.
L’esempio è un topino che scava strette gallerie e depone buon cibo a portata di tutti. Così, quando la certezza si affama, perché è infruttuosa e “inorganica”, prima o poi sarà tentata di rosicchiare qualche semino lasciato in un qualche cunicolo dall’esempio, e mangiandolo, come nel paradiso terrestre successe ad altri, perderà per sempre la sua verginità. Finalmente sarà libera del fardello dell’immodificabilità e potrà riempirsi di nuova vita e camminare di nuovo, perdendo per sempre la sua fissità e identità.
Che ridere mi faccio: trasformo sempre concetti astratti in una sorta di visioni. Il dubbio vivo, affamato e in cammino, la certezza ferma e cocciutamente autoreferenziale, l’esempio come un animaletto capace di scavare innocui cunicoli che la certezza e il dubbio, per osmosi, incontreranno.
Il dubbio è padrone del tempo, meglio, è tempo che cammina. E’ prepotente il dubbio. E’ salvifico il dubbio. Il dubbio fa vogare sempre e non ci lascia alla mercè della corrente.
Ecco il tempo mi ha portato questo: il sapermi accettare, il capire che sono donna di dubbi e non donna di certezze. Il sentirmi curiosa più ora che ho una piccola porzione di vita davanti che un tempo, quando il tempo pareva illimitato.
E allora: bella la vita, dai!

opera di Delinda Cecchelli

Tanta roba

Buonanotte mondo!

Tanta roba! Ho cambiato luogo di vita (per 4 gg alla settimana, Trento), ho cambiato del tutto il lavoro, ed è stato pubblicato un libro mio (esce in libreria giovedì. Il titolo è “Biciterapia: in viaggio alla ricerca dell’equilibrio”).  Fra poco torna anche la mia piccolina, dopo molti mesi a Londra e tornerà cambiata, cresciuta, da conoscere tutta. Tanta roba. Tanta tanta roba.

E’ un momento così, di intrecci inaspettati, di occasioni, opportunità, conoscenza. Pensavo di non essere più capace di studiare, di imparare, e invece mi ritrovo sul bordo del mio sessantesimo compleanno, piena zeppa di forza e curiosità. Tanta roba. Da pessimista saltellante quale sono, temo che prima o poi arriverà la batosta.

Tanta roba. Dopo una vita lavorativa in cui mi pareva di non valere molto nonostante  la passione e l’energia che ci mettevo nel portare avanti i miei valori ed ideali, adesso mi pare di poter finalmente liberare tutto l’entusiasmo che mi son sempre sentita dentro. Conosco nuovi servizi, molti psichiatri, un infinità di idee, tante persone. Incontro porte aperte ed altre intasate da pregiudizi. Ascolto paure e potenziali e m’infiammo, perchè è bello lavorare a pieno ritmo, senza alcun freno tirato. E’ bello lavorare come ognuno farebbe se dovesse rispondere completamente del suo operato e non si nascondesse dietro organizzazione/scudo.

Oh, sto diventando cattiva davvero nei confronti di chi lavora in organizzazioni e ci rema contro, lavorando poco e male, in modo disattento e alle volte perfino disumano anche se non ancora disonesto.

Al momento sono molto contenta di quello che sto facendo ed anche se la distanza da casa è molta (lavoro a Trento abito a Gemona del Friuli), mi sento proprio piena di voglia di mettermi in gioco con la mia esperienza, con il mio sapere professionale e esperienziale. Wow…

In mezzo a questo turbine di novità, c’è anche il libro. Ho scritto un libro. Appena avuto tra le mani ho considerato le piccole cose che mi piacciono:

ha un buon odore,

ha il giusto grado di ruvidità delle pagine,

ha un gradevolissimo effetto in rilievo della copertina.

Ed infine mi è piaciuto il contenuto.

Oddio, precisina come sono, devo dire che ci sono delle ripetizioni, degli sbaglietti qua e là, ma regge. Averlo tra le mani e leggerlo nella notte con la luce fioca del comodino, mi ha emozionato. E’ strano leggere un libro scritto da sé stessi e nonostante che la storia si conosca già,  esserne anche catturati. Non è un capolavoro, ma è un libretto che si fa leggere.  Mai e poi mai avrei pensato di saperlo scrivere.

Tanta roba. L’anno scorso in questi giorni ero a Grosseto, forse più giù. Viaggiavo.

Anche quest’anno viaggio. E’ un viaggiare questo mio nuovo stato. Un viaggio diverso ma uguale. Ugualmente sto usando i sensi per questo mio viaggiare. Cerco di registrare tutto, e di guardare con il mio sguardo obliquo, per è uno sguardo che mi fa meravigliare e meravigliarmi mi piace troppo.

Tanta roba.

 

 

un pezzetto, solo un pezzetto

Buongiorno mondo!

Spesso si categorizzano le persone con un aggettivo/sostantivo totalizzante.

Quando si tratta di Salute Mentale, c’è sempre di mezzo il  pregiudizio perchè sentirsi dare del “matto” o, detto più scientificamente, dello psicotico, non è mai un facile ascoltare.

Sentire di essere diversi dagli altri, di aver bisogno di un supporto per potersi orientare nella realtà che pare uguale per tutti tranne che per sé stessi, rende la vita molto dura e si inizia ad interiorizzare la paura di essere matti sul serio e si percepisce che essere matti sia una cosa di cui è bene vergognarsi (lo stigma lavora impertinente e profondo). Ed è così che ci si ritrova non più persone, ma semplicemente “matti, psicotici, folli, fuori di testa” e pare che tutto si appiattisca completamente in questa condizione.

L’altro giorno ero in uno di quegli incontri a cerchio che tanto mi emozionano sempre, in cui tutti, con generosità, si rivolgono agli altri aprendo un pò dello scrigno che li contiene, offrendo qualcosa di sè stessi.

Eravamo in un luogo doloroso, un reparto psichiatrico dove vengono ricoverate persone in crisi, in stati acuti di dissociazione e agitazione, in situazioni di tanto grave disperazione (o aggressività auto diretta) da essere a rischio di suicidio o in condizione di così  tanto spavento, da dover per forza aggredire tutti. Un reparto “complicato” insomma.

In quel luogo, (mi viene da sorridere di gioia se ci penso), si tiene una riunione settimanale di Recovery, ovvero un momento in cui si parla dei principi della “ripresa”, disequilibrando la dimensione tempo verso la dimensione di “speranza”, che vive e si nutre di futuro, con persone in quel momento di-sperate. Parlando di questo sforzo contro corrente, deragliando un pò il discorso, mi viene in mente ora, ne “La fata Cherubina” di Pennac, quel passo che racconta che ad ogni ingresso in casa di riposo, come primo approccio, c’era qualcuno che offriva la lettura della mano. Geniale, sovversivo e folle atto, simile alla riflessione sulla recovery di quel reparto.

Uno dei  principi che appunto si stava leggendo quel giorno, diceva all’incirca “Io non sono la malattia. Oltre la malattia c’è molto di più”.

Una signora che fino a quel momento se n’era stata silenziosa e trasparente, ha detto “è vero”.

Tutti l’abbiamo guardata. Era una signora sui sessant’anni, con i capelli grigi, piccola. Tutto in lei era assolutamente “normale” di quella normalità superficialmente uguale a tutti, fatta di piatti da lavare, telefonate ai parenti, pentole e panni stesi, quotidianità senza sbalzi. Tutto, tranne il luogo dove in quel momento sedeva, in quel cerchio dove aleggiava il disturbo mentale e riguardava ognuno degli astanti.

La signora ha iniziato a raccontare che anche in lei, c’era un “pezzetto che non andava”, accompagnando questo suo dire con un gesto di mano, con indice e pollice ravvicinati, perché quel pezzetto era proprio piccolo, diceva.

Ha raccontato allora un po’ della sua storia, introducendo qua e là, sempre lo stesso gesto e la stessa frase. Quel “pezzetto che non va” era il disturbo mentale e spuntava come erba selvatica indesiderata sulla strada della vita. In mezzo a buche, sconnessioni, curve pericolose, proprio dove il terreno si faceva più sconnesso, ecco spuntare quel “pezzetto che non va”.

Quel pezzetto diventava però il tutto. Guardando indietro, diceva la signora, non vedeva altro che questa erbaccia che rovinava l’intero tragitto percorso. I tratti puliti, facili, felici, venivano inquinati aggressivamente da quel pezzettino mimato col gesto.

Si, è vero: un pezzetto di disturbo non può annullare tutto il resto. L’amore, la gioia, le esperienze belle e brutte della vita vissuta non sono quel pezzettino, diceva. Sono anche quel pezzetto ma non solo, diceva.

E’ come se in quel preciso momento se ne fosse resa conto e improvvisamente avesse rivisto tutto il resto. Quel pezzetto se ne stava in quel momento confinato tra indice e pollice in quel gesto. Piccolo seppur ingombrante, ma circoscrivibile e meno pauroso. Recovery.

Piccola nota per i miei colleghi: non dimentichiamolo mai! Oltre la follia, c’è molto, molto di più e se non sappiamo vederlo nelle persone che incontriamo, allora siamo noi a deformare la realtà, siamo noi i folli  e non chi abbiamo davanti.

Guardavo la piccola signora mentre lo ripeteva e, come sempre è nei cerchi, pensavo anche a me.

Ho anch’io un “pezzetto che non va”, come tutti forse. Per me non è la follia, o almeno non quella conclamata, ma è una certa dissonanza d’armonia. Tuttavia so cantare. Ogni tanto stono un po’, ma canto a squarciagola quando posso e piano quando il mio canto può disturbare. Quando si richiede silenzio, fischietto tra me e me, sempre. Stonando un po’, questo è vero, ma non me ne vergogno più.

E che sarà mai un “pezzetto che non va” se riesco a cantare!

Tutti quei chilometri pedalati uno ad uno per perdonarmi, son serviti anche a questo, a riconoscermi come persona complicata che sa cantare.

Naturalmente, canto complicato.

 

 

 

 

Primi giorni di lavoro a Trento

Buongiorno mondo!

Un Centro di Salute Mentale è per molti un luogo di vergogna. Non si accettano volentieri le cure psichiatriche. La paura di esser giudicati “matti” è tantissima. La paura di entrare in quella categoria e di non uscirne più, ancora più grande. Il timore di essere trasformati dall’uso dei farmaci specifici, permane per sempre.

Chiudo gli occhi e rivedo i molti servizi incontrati. Anche quando complessivamente gli ambienti dedicati hanno un apparenza sanitaria, che non è in psichiatria un bene, ma abbastanza decorosa (non sempre è così, lo assicuro) c’è sempre qualche particolare con una certa incuria, qualche angolino dove si annida “l’indifferenza istituzionale”.

Attaccatei alle pareti ci sono spesso volantini superati e di eventi passati. In alcuni Centri, proprio all’ingresso, senza nessun rispetto della privacy di cui ci riempiamo spesso a sproposito la bocca,  sono esibite in bella mostra fotografie dell’ultima gita, dell’ultimo pranzo o incontro con utenti a cui quasi sicuramente non è statto chiesto il permesso di esposizione, o se è stato chiesto non è sicuro abbiano potuto negarlo, vista la nostra ingiusta disparità di forza. In altri le pareti sono tappezzate di avanzi di scotch, i muri sono sporchi e scrostati, i colori sono casualmente accostati. Perfino i cestini, in alcuni Servizi, sono istituzionali, con contenuti istituzionali, e incuria istituzionale. I tavolini che in ogni dove sono popolari, supportano di tutto, da vecchie riviste a pubblicità a fogli con frasi deliranti. Nessuno che ci lavora, vede più queste “Brutture”, ma chi ci entra per la prima volta ne viene soggiogato.

Spesso, una persona che entra, già con il suo carico di angoscia, non trova indicazioni chiare sul luogo delle varie funzioni del servizio e le persone si aggirano spaesate alla ricerca di qualcuno che possa dare loro una informazione.

Entrando ai CSM, in molti casi non c’è alcun accoglimento. Talvolta già al di fuori del Centro si incontra la disperazione, che aumenta la propria disperazione,  in persone che consumano sigarette senza potersi mai interrompere, come fosse quell’atto l’unico misuratore del tempo che passa inesorabile, immobile ed eterno come  un tempo svuotato di tempo (e la speranza, ogni forma di speranza, ha bisogno della dimensione temporale)

Mio papà, usava spesso i proverbi per farmi capire i concetti e me ne viene uno da questi primi giorni, perché quello che sto incontrando è davvero troppo. Direi “scopa nuova scopa ben”. Naturalmente ci saranno anche qui, come sempre è, cose migliorabili, ma …scopa nuova scopa ben e io per il momento, voglio godermi questo “ben”. Sono arrivata da pochissimo a Trento e la ostinata maniacalità messa a buon fine (fantastico esempio di come un presumibile problema, si trasforma in risorsa) nel prestare attenzione ai particolari, che in Renzo avevo già incontrato ma qui parrebbe bene diffuso, si vede in ogni piccolo pezzetto di questo complessissimo puzzle. Dietro ad ogni cosa visibile, c’è un gran lavoro e un pensiero unitario, si capisce bene.

Qui si curano persone che, come diceva ieri una signora, sono “difettose in una piccola parte” che può però coprire tutto il resto, apparentemente. Ma il resto, ed è tantissimo, rimane. Ognuno, seppur psicotico, depresso, o affetto da altro disturbo psichiatrico, mantiene in sé una lunga storia, un racconto ricco fatto di affetti, amore, sorrisi, dolori, sorpresa, coraggio, paura. Ognuno ha una sua propria sensibilità. Come dice Polster in  “Ogni vita merita un romanzo” ognuno ha in sé uno scrigno di ricchezze grandi, unico e irripetibile. Che meraviglia!

L’incontro con un ambiente che ha una attenzione (all’estetica e al particolare), è importantissimo per tutti. Imparare il bello, come diceva il pedagogista a me caro Bertolini, è uno dei compiti educativi e godere del “bello” uno dei diritti di tutti noi.

Spesso, non ci rendiamo conto di quanto sia importante. Spesso, il bene comune viene maltrattato pensando non ci riguardi. Spesso si perde il senso del concetto di comu nità competente e mi piacerebbe che ogni CSM ed anche ogni altro luogo in cui si lavora insieme, diventasse una comunità competente. Che cura e si cura fuori e dentro, senza risparmio di alcuna energia.

Non vorrei che da questo mio scritto si deducesse che sto parlando solo della “buccia” del DSM in cui lavoro ora. Di cose belle ne ho già incontrate altre e molte, ma avrò un anno di tempo per parlarne, quindi inizio proprio da qui, da ciò che si vede, che riesce a trasmettere, se uno è attento, la filosofia che c’è dietro. Direi che si vede il “piacere dei particolari per dare forma al tutto”. Ok, mi taccio ora, altrimenti entro in discorsi troppo grandi per me operaio della psichiatria. I signori medici non me lo perdonerebbero mai.

 

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