biciterapia

di una Mila vagante

da un caffè rinasce un mondo

Oggi mi son fatta un caffè. E’ qualche anno che ne bevo poco e quel poco è generalmente offerto. Sono lunghi mesi che non me lo faccio.

Mentre compivo i gesti utili a produrre il caffè, pensavo che, forse, i miei figli fra qualche anno disimpareranno questa pratica perchè utilizzeranno le ormai diffuse “macchinette del caffè con cialde”. Andanto in bici, mentre pedalavo e pensavo, mi son detta più volte che tutto intorno a noi viene costruito un mondo che non ci permette più di muoverci, ed anche la preparazione del caffè, non sfugge alla regola.

E sempre mentre aggiungevo l’acqua, mettevo il caffè, stringevo la caffettiera, ho pensato a quante volte ho fatto questi gesti nella mia vita. Ero molto piccola e molto fiera di saperlo fare per la mia mamma, al pomeriggio, quando si alzava dal riposino. Avrò avuto forse 5 anni e questo era il mio compito che è continuato oltre la mia infanzia ad altri dedicato quando mi sono sposata e ancora fino a pochi anni fa. Facendo un conto di 1 caffè al giorno, contando che da giovane ne bevevo più di uno e negli ultimi anni molti meno, salta fuori che ho fatto questi gesti  circa 20.000 volte.

Da questo veloce conto, è partito il trip: quante lacrime avrò versato nella mia vita? 250 cc, 1 litro o 10 litri? Perchè ho pianto , si che ho pianto, ma quanto? E quanti sorrisi son serviti a tracciare le mie rughe? quanti?

E quante volte avrò fatto le scale della mia casa? e quanti altri scalini ancora? quante mele ho mangiato? contando approssivativamente 200 all’anno, son 12.000.

quante carezze ho ricevuto e quante ne ho date? quanti bacini e quanti baci? quante volte ho scolato la pasta, mi son vestita o lavata?

mi son crogiolata un pò in questi pensieri mentre sorseggiavo con calma il mio caffè ed ho tratto una massima, di quelle a cui arrivo io, ovvietà, ma che contribuiscono ad insegnarmi qualcosa.

Le cose ripetute nella vita, in tutta una vita, diventano un numero straordinario per chi come me è entrata nell’ultimo sprint. Si danno per scontate e non ci facciamo più caso, ma se ci fermiamo un momento possiamo riscoprire la meraviglia della “prima volta” e la meraviglia della storia che accompagna questi gesti scontati. Oggi ho fatto il caffè ricordando quanto difficile era farlo per me da piccina, ricordando esattamente la mia vecchia caffettiera, tutta un pezzo, che non si avvitava, ho ricordato quando lo portavo alla mia mamma, nel buio della sua camera e lei mi rigraziava sussurrando e io che ero così orgogliosa.  Ho distintamente rivissuto un caffè bevuto insieme al mio giovane marito in “baracca” (post terremoto), con il bicchiere (noi si beve nel bicchiere) sulla mia pancia enorme, poco prima che nascesse Giada e le risate che lo facevano sobbalzare.  Mentre oggi lo sentivo gorgogliare, ho ricordato come fosse ora, alcuni caffè tra le lacrime ed altri tra le risate, con le mie amiche.

Questo è forse una piccola storia, ma oggi, che fisicamente non sto bene, mi son persa a merlettare così i miei ricordi e devo ammettere, mi piace tanto farlo.

Mi dà il senso della relatività del tempo e della realtà.

l’inverno è neve

Buongiorno mondo!
ieri ho fatto un esperimento che ha dato questo risultato: parlando del tempo, non si ricevono messaggi incongrui e non attinenti.
Bene gente: pure oggi è una bella giornata ed è pure festa!
Non vedo l’ora di essere accecata da un bel piano di neve, ma per ora nulla ancora. Non vedo l’ora di veder nevicare e rinnovare la festa bambina che mi viene nel cuore quando succede.
Non vedo l’ora di passeggiare in un bosco con gli scarponi che scricchiolano sull’erba ghiacciata. Non vedo l’ora di vedere le tracce degli animali sulla neve e immaginarne la vita, la tana, il loro peregrinare in superficie, da soli, di notte. Non vedo l’ora di vedere ogni ramo imbiancato diventare uno splendido pizzo. Non vedo l’ora di mangiare un pò di neve, e sentire quel sapore e quel fresco farsi strada nei miei ricordi di bambina, quando il mio papà me la portava in una tazza con un pochino appena di zucchero…
insomma, ho voglia d’inverno!

dormire insieme

Buongiorno mondo…

reduce da due notti in cui ho dormito da sola, mi son messa a pensare al “dormire insieme”.

Dormire insieme è da animali. E’ da mammiferi, ma forse anche di altre specie. Mi ricordo quando mio fratello andava a prendere serpenti (lo faceva per passione 😉 ) ed entrava con le mani nei loro nidi: ne tirava fuori un groviglio.  Mi vengono in mente i pinguini in certi documentari, che si stringono tra loro vivini vicini. Dunque anche rettili e uccelli…

Dormire insieme soprattutto dopo una certa età, tra noi umani  non è più tanto di moda. Molti dei miei amici hanno optato per due stanze e due letti.

Dormire insieme è la fiducia totale, è la consapevolezza che insieme si può. Dormire insieme è una scelta. Dormire insieme è un privilegio fatto di fiato, calore, pelle e penombra.  Dormire insieme è dire ci sono, ci siamo. Di notte senza neanche svegliarci, sappiamo che non siamo soli. Dormire insieme è essere capaci di attraversare il buio. Dormire insieme è una speranza che diventa realtà.

Il ritmo del respiro dell’altro ci parla della sua fiducia, il nostro addormentarci, racconta la stessa storia.

Ero sola nel letto questa notte e mi mancava il dormire insieme.

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faccia a faccia

Buongiorno mondo!
E in qualche momento ci troviamo faccia a faccia con il pericolo di vita. Magari siamo ancora lontanissimi dalla morte effettiva, poco importa se è solo una distorsione di qualcosa di più lieve.
Mentre si vive quel momento non possiamo esimerci dal riflettere.
La vita. È un viaggio? È un inizio dal nulla e una fine di tutto? Si viene da un “luogo” e poi si ritorna?
Spero tanto che un giorno potró svegliarmi e capire, perchè per quel che ne sappiamo potrebbe anche essere un sogno, questa vita.
Certo è che quando la nostra strada incontra la malattia, l’imprevisto o la morte, l’imperscrutabile ci appare con tutta la sua forza davanti e ci interroga.
Mi appresto a quella stagione in cui è bene rifletterci e “pulire” quel che resta dalle cose inutili o dannose.
Sono qui e ci penso. Intorno a me ci sono sommessi sussurri, lente e silenziose lacrime, paura e dolore. Sono al margine della vita, davanti ad un confine infinitesimale.
Che sia un buongiorno mondo.

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il tempo è la chiave

Buongiorno mondo!
E’ sempre più raro che riesca a trovare un tempo tutto per me. Sto lavorando molto, troppo, in tante direzioni.
Ogni tanto ci riesco. Ogni tanto prendo una penna, o dei colori e le mie mani iniziano una danza. Non è fondamentale se quel che ne esce, siano parole o disegni, non sono all’altezza di qualcosa che assomigli all’arte, quello che è fantastico è il processo creativo.
Non c’è rumore, luce, richiamo che mi distolga, quando entro nel flusso. Sono accucciata dentro di me e mi accarezzo dolcemente in quei momenti.
Ogni pennellata, ogni frase, ogni segno di matita, sembrano provenire da un “dove” conosciuto e sconosciuto assieme. So che laggiù, in qualche recondito luogo della mia anima o di qualcosa che assomiglia all’anima, c’è un grande scrigno. So anche che non c’è modo di aprirlo se non dedicandogli del tempo. La chiave di quel tesoro è il tempo.
Ieri sera, ho ritagliato dalla mia densa giornata un’ora e ho disegnato per le Cucine Popolari di bologna.
Quando ho un pennello tra le mani, mi ritrovo anche se mi ero persa. Mi piaccio, mentre dipingo e disegno.
Farlo poi pensando ai miei amici lontani è bello. Farlo pensando ai miei amici lontani e per un fine utile, rende il tutto una vera gioia. E in quei momenti mi sorprendo da sola: sono felice.
#cucinepopolari #milavagante #fareassiemefvg

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Castelfranco, bologna, udine, rovigo….

Buongiorno mondo!
Sono a Rovigo in una tranquilla giornata di pioggia leggera. Ieri sera ancora ho raccontato il mio viaggio e ancora ho sentito forte e chiaro che il mio viaggio non è affatto finito. Ero ospite di FIAB Amici della bici e , come fosse una cosa naturale, in mezzo a tutte quelle persone mai incontrate prima, mi sono sentita tra amici.
Ogni volta che parlo da qualche parte, sento che vado un pó più a fondo. Ogni volta che parlo ad appassionati di bici, senza alcun fanatismo, so che mi capiscono.
In tanti ieri mi si sono avvicinati dopo il racconto per raccontarmi a loro volta le proprie vicende di vita che chissà per quale imperscrutabile disegno, si sono indissolubilmente legate all’andare in bicicletta. Esattamente come è successo a me.
Ieri dicevo che ho cercato di fare molte cose nella mia vita, e di farle bene. Famiglia, studio, impegno lavorativo ed extra lavorativo. Ma niente mi ha regalato più senso, più pathos col mondo, più consapevolezza di chi sono e di cosa ci faccio qui, come questo viaggio in solitaria. Niente mi ha permesso di raccontare in modo così diffuso il mio esserCi, niente mi ha fatto sentire più in un “insieme cosmico”, mi hanno suggerito ieri. E se anche questa espressione è un pó troppo grande per me e mi fa paura, è proprio così che mi sento. Un tassello piccolino di un tutt’unico.
E così in questo autunno, ho incontrato centinaia di appassionati di bici della FIAB. La FIAB mi ha adottata per la mia “straordinaria ordinarietà”.
A Conegliano in una bella sala popolata da costumi medioevali ho incontrato Germana e un gruppo molto interessato all’aspetto salutistico del mio viaggio; a bologna ho rincontrato gli amici Patrizio e Pierino con il loro gruppo Montesole che mi hanno fatto “scollinate” da bologna a Prato nel tratto che temevo di più ed ho conosciuto la realtà dell’Associazione Dynamo, con la sua magica Velostazione, realtà ciclo-umanistica situata sotto le montagnole; a Udine, nella mia sede FIAB, giocavo in casa e credo avremo modo di incontrarci ancora e ancora. E ieri a Rovigo.
Dove desiderano ascoltarmi, vado.
Fra un pó ripartiró e intendo ancora avvalermi di tutto il sostegno che ho ricevuto nel “viaggio di andata”, ed anche di accrescerlo. Ne ho desiderio e bisogno. I miei viaggi saranno social, anzi, bici-social.

angolo

Buongiorno. No. Non lo è.

Buongiorno mondo… no, non è un buongiorno

e niente, quello che in molti temevamo si è avverato. Trump ha vinto le elezioni. E’ una sorpresa? Non tanto, anche se speravo che fossimo tutti migliori.

Ci riguarda? Si che ci riguarda. E non per le probabili nubi nere e nerissime che si condenseranno sopra la testa di milioni di persone non perfettamente ariane… ops, americane, non per i rischi legati al fatto che un esaltato che ha seminato odio e minacciato durante tutta la campagna elettorale, abbia in mano le sorti della politica internazionale, non per lo sgomento che ci scorre nelle vene in questo triste risveglio di oggi. Ovvero, anche si, ma la cosa che davvero ci riguarda è che un numero incredibile di persone ha votato per Trump.

Non hanno votato il suo programma politico, non hanno votato pensando che questo uomo, perchè ha vinto Trump, non i repubblicani, potrà far progredire quel grande paese, hanno votato pensando che avrebbe favorito una parte ben precisa degli cittadini, avrebbe creato una sorta di scudo sui propri privilegi. Chi ha votato ha pensato che votando Trump avrebbe salvato sè stesso e seppellito l’altro, chiunque sia l’altro. Da oggi, ma ahimè non solo da oggi, in America, ci sono i cittadini che hanno diritti e quelli che non hanno diritti e chi non ha diritti, affondi pure. Non son tempi di pensare agli altri. Tocca salire sulla zattera dei privilegiati e cercare con ogni mezzo che non salga nessun altro.

La cosa spavantosa è questa. Che milioni di persone hanno votato contro qualcun’altro. Contro i mussulmani, contro i messicani, contro tutte le minoranze che minacciavano con il loro colore di spargere arcobaleno. Obama era nero. Ci mancava anche una donna….

Questo mi spaventa. In Nebraska, questa mattina è stata riprestinata la pena di morte, sull’aborto trump ha detto che saranno punite le donne. Un lungo muro è progettato per dividere americani da chi americano non è. C’è un mondo di noi e loro. Milioni e milioni di persone hanno scelto questo. Un mondo diviso tra noi e loro. Per questo ci riguarda. Questo è quello che riguarda tutti.

…e noi abbiamo le lotte interne alla sinistra tra un no e un si, tra una maggioranza e una minoranza con le sue sottominoranze. Ok. Prendiamone atto.

Ci sarà da esserci in questo mondo, con ogni forza residua, esserci da semplici cittadini e cercare ogni minuto della nostra vita di credere che “insieme” si può, si vuole e si deve.

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Autunno

Buon riposo mondo!

c’è odor di autunno tra le minuscole goccioline che volteggiano nella nebbia. Il grigio è più grigio, l’acqua è più bagnata, le foglie sono più vicine.

Arriva sempre così, all’improvviso. Mi coglie sempre un po’ impreparata, tra brividi e incredulità. Dov’è quel sole caldo che solo pochi giorni fa scaldava il mio mondo? Dove sono le ombre nette, la luce, il fruscio degli alberi?

Adesso sono stanca, come stanche paiono le pozzanghere appena vibrate da questa pioggia sottile. Mi sento che devo riposare, come riposano le erbe dei prati, dei bordi delle strade, dei fossi. Mi manca il sole, ma non mi manca il sole. Ora mi distendo e aspetto. E’ la lunga notte che si ripete. Primavera ritorna fra poco, ormai lo so, con il suo giorno di luce. Tra me e quel giorno che ci sarà? L’imperscrutabile.

Mi manca il sole ma il sole stanca.

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parlare se si ha da dire e farlo bene please.

Reduce da tanti incontri, conferenze, riunioni intensificatesi dopo il mio viaggio, faccio una riflessione di carattere generale. Ci sono stati in queste occasioni momenti in cui mi son chiesta perché mai qualcuno senta l’impellente bisogno di parlare per un tempo interminabile, anche se non capace o non ha molto da dire.

Forse “ascoltandoci”, ascoltando noi stessi parlare, confermiamo la nostra esistenza, la nostra presenza. Forse da oratori, se gli astanti annoiati non si sentono liberi di andarsene vuoi per educazione, vuoi per debolezza, l’imponiamo addirittura.

E’ così che capita che a certi incontri si sentano persone che parlano senza minimamente accorgersi che arriva poco o niente a chi li ascolta oltre a noia, fastidio, sonno. Quando mi succede di assistere a questi trenini di parole vuote, mi chiedo quante volte sia successo anche a me di parlare e non dire niente, non interessare nessuno, non dare alcun elemento utile a chi mi segue.

Credo sia una questione di ascolto. Spesso siamo “distratti al mondo”, creiamo una grande distanza tra noi e l’intorno. Ci arrocchiamo nella nostra fortezza, forse per paura, forse per presunzione, forse semplicemente per stupidità. Il risultato è che certe comunicazioni verbali risultano inutili. Tempo sprecato.

Negli anni in cui ho insegnato all’Università, ho affinato la mia capacità di “ascoltare chi mi ascolta”. Mi accorgevo subito quando sbagliavo registro di comunicazione. C’erano segni inequivocabili. I ragazzi son così, non te la mandano a dire.

In fondo all’aula, si intravedevano teste abbassate e mani affaccendate su probabili cellulari. Iniziava così. Poi l’onda di disattenzione si diffondeva fino ad arrivare velocemente ai banchi vicino alla cattedra. L’inequivocabile segno che dovevo cambiare modalità di trasmissione dei miei saperi, se volevo che fossero recepiti, arrivava col fruscio sempre più accentuato di carte di merendine e caramelle che si stropicciavano negli zaini, per gli studenti lontani senza alcun pudore, per quelli più vicini, l’azione avveniva con gli occhi fissi su di me, come fosse qualcun altro che frugava in quelle intime proprietà. Nessuno si alzava, ma capivo benissimo che, in un batter d’occhio, appena fosse finita la lezione ci sarebbe stata la liberatoria, concitata fuga.

Mi è capitato, ma me ne accorgevo. Come è possibile che chi conduce un discorso  non si accorga se le persone sono “prese” dal discorso o no? Ogni feedback è fondamentale al bravo comunicatore.

Ho condotto per anni corsi di formazione per formatori. Generalmente, per provocare un sussulto, iniziavo il corso con una lettura. Prendevo una pagina di Knowels o Quaglino, o altri autori assolutamente basilari e riconosciuti della materia, quindi con ottimi contenuti,  e iniziavo a leggere con calma. Leggevo dando inflessione e tono, guardando la “discenza”, ammiccando perfino, ma leggevo. Cercavo di coinvolgere al meglio, con molti e vari trucchi comunicativi, ma leggevo. Davanti a me avevo il cronometro. Leggevo esattamente per centottanta secondi. Interminabili tre minuti. Tre minuti di lettura sufficienti ad intravedere, dopo un primo spaesamento, un sussurrio tra vicini, un accomodarsi meglio sulla sedia, un togliersi o mettersi di maglie, sciarpe e altri accessori. Passati i tre minuti, iniziava un’altra storia. Parlavo improvvisando, divagando, portando qualcosa di personale nella storia. I contenuti erano gli stessi, ma espressi in un modo completamente differente. Avevo così insegnato la prima regola del buon comunicatore: mai leggere.

Emozionare, ascoltare, vedere, prepararsi e dire solo le cose di cui si è assolutamente convinti, sono alcune delle altre fondamentali regole da seguire.

Bene: relatori di qualsiasi convegno, riunione, incontro, materia, scuola, non dimenticatele, pena la decadenza di qualsiasi attenzione al contenuto, anche se importante: siate coinvolgenti. Ogni discorso se esposto con cura, è una possibilità, una apertura di nuove finestre sul mondo e su sé stessi, è un regalo che si fa agli altri, di qualcosa che abbiamo conquistato con fatica. Ogni volta che saliamo su un palco, che parliamo a un pubblico, che prendiamo la parola ad una riunione, ci prendiamo una responsabilità: facciamo che ciò che abbiamo da dire “passi” da noi agli altri.

conventions

dal bolg arcipelagomio.wordpress

Una legge dal basso

I viaggi son pensatoi

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